"Сказки на ночь для юных бунтарок: 100 вдохновляющих историй о невероятных женщинах"

Книга “Сказки на ночь для юных бунтарок” (Good Night Stories for Rebel Girls, Storie della buonanotte per bambine ribelli) задумывалась как собрание историй и биографий женщин, написанных в формате сказки.

Это реальные истории женщин из прошлого и настоящего, которые достигли невероятных результатов, несмотря на различные препятствия. Это истории мятежных девчонок, которые изменили ход истории. Художницы, ученые, танцовщицы, астронавты, джазовые певицы, боксеры, писательницы, политические лидеры… из самых разных уголков нашей планеты.
Среди героинь книги вы можете встретить как британскую королеву Елизавету I и художницу Фриду Кало, так и нобелевскую лауреатку, правозащитницу Малалу Юсуфзай и теннисистку Серену Уильямс.

Написана книга итальянскими авторами Еленой Фавилли и Франческой Кавалло, которые запустили на Kickstarter краудфандинговую кампанию по сбору средств для публикации книги и с её помощью реализовали проект.

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Ada Lovelace​

MATEMATICA

(10 dicembre 1815 - 27 novembre 1852, Regno Unito)

C’era una volta una bambina di nome Ada a cui piacevano molto le macchine. Le piaceva molto anche l'idea di volare. Perciò si mise all'opera: studiò gli uccelli per calcolare l'equilibrio perfetto tra la dimensione delle ali e il peso corporeo. Testò materiali e provò diversi modelli. Non riuscì mai ad alzarsi in volo, ma creò un bellissimo libro pieno di disegni chiamato Volologia, dove annotò tutte le sue scoperte. Diventata grande, una sera Ada andò a un ballo e conobbe un vecchio e burbero matematico di nome Charles Babbage. Anche Ada era una brillante matematica e i due divennero ben presto amici. Charles invitò Ada a vedere la sua invenzione: la "macchina differenziale", una macchina in grado di sommare e sottrarre numeri automaticamente. Nessuno aveva mai fatto nulla del genere prima di allora, e Ada ne rimase incantata. «E se costruissimo una macchina in grado di fare calcoli più complicati?» propose. Ada e Charles si misero al lavoro con entusiasmo. La macchina era enorme e aveva bisogno di un gigantesco motore a vapore. Ma Ada non era ancora soddisfatta. «E se la macchina potesse suonare la musica e mostrare le lettere oltre che i numeri?» Stava descrivendo un computer, molto tempo prima che i computer moderni fossero inventati! E infatti fu proprio Ada a scrivere il primo programma per computer della storia.
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Alek Wek​

MODELLA

(16 aprile 1977, Sudan)

C’era una volta una bambina di nome Alek. Quando tornava da scuola, si fermava sempre a cogliere un mango da un albero lungo la strada. Nel suo villaggio non c'erano l'acqua corrente e l'elettricità, e per bere bisognava raggiungere un pozzo a piedi, ma Alek e la sua famiglia vivevano una vita semplice e felice. Poi, però, scoppiò una terribile guerra, e la vita di Alek cambiò per sempre. Mentre le sirene d'allarme risuonavano per tutto il villaggio, Alek e la sua famiglia dovettero fuggire dai combattimenti. Era la stagione delle piogge. Il fiume era straripato, i ponti erano sommersi dall'acqua e Alek non sapeva nuotare. Era terrorizzata, temeva di affogare, ma la mamma la aiutò ad arrivare sana e salva sull'altra sponda. Lungo il viaggio verso un luogo più sicuro, dovettero barattare pacchi di sale in cambio di cibo e passaporti, perché non avevano denaro. Alla fine, però, riuscirono a scappare dalla guerra e giunsero a Londra. Un giorno, in un parco, un talent scout si avvicinò ad Alek e le propose di diventare una modella. La mamma di Alek non voleva saperne, ma l'uomo non si scoraggiò, e tanto disse e tanto fece, che alla fine la donna si convinse e diede il suo permesso. Alek era così diversa da qualunque altra modella, che ebbe subito un successo strepitoso. Oggi, questo è il suo messaggio per tutte le ragazze del mondo: «Siete bellissime. Va bene essere strane, va bene essere timide. Non dovete seguire la corrente».
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Alfonsina Strada

CICLISTA

(16 marzo 1891 - 13 settembre 1959, Italia)

C’era una volta una bambina che era velocissima sulla sua bicicletta. Quando passava lei, era come veder passare un lampo. «Non andare così forte, Alfonsina!» le gridavano i suoi genitori. Troppo tardi: era già sparita. Quando la bambina diventò grande e si sposò, i suoi sperarono che finalmente avrebbe abbandonato l'idea folle di diventare una ciclista. Invece, il giorno delle nozze, suo marito le fece un dono: una bici da corsa nuova di zecca. I due si trasferirono a Milano, e Alfonsina cominciò ad allenarsi come una professionista. Era così veloce e così forte, che alcuni anni dopo si iscrisse al Giro d'Italia, una delle corse più dure del mondo. Nessun'altra donna ci aveva mai provato. «Non ce la farà mai» diceva la gente. Ma nessuno poteva fermare Alfonsina. La corsa era lunga e molto faticosa, con dodici tappe di un giorno ciascuna, e si inerpicava per alcune delle strade di montagna più ripide d'Europa. Dei novanta ciclisti alla partenza, solo trenta tagliarono il traguardo: Alfonsina era una di loro. Fu accolta come un'eroina. L'anno seguente, tuttavia, le fu proibito di partecipare. «Il Giro d'Italia è una corsa per soli uomini» dichiararono gli organizzatori. Ma neanche questo la fermò. Continuò a correre e stabilì un record di velocità che rimase insuperato per ventisei anni, nonostante la sua bicicletta pesasse venti chili e avesse un'unica marcia! Oggi il ciclismo femminile è uno sport molto popolare ed è perfino diventato disciplina olimpica. Alfonsina sarebbe felice di sapere che le cose sono cambiate molto da quando era bambina.
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Alicia Alonso

BALLERINA

(21 dicembre 1921, Cuba)

C’era una volta una bambina cieca che diventò una grande ballerina. Si chiamava Alicia. Alicia non era sempre stata cieca. Era già una magnifica ballerina con una promettente carriera davanti quando si ammalò. La sua vista peggiorò sempre di più, e lei fu costretta a restare a letto per mesi. Ma Alicia doveva ballare, perciò lo fece nell'unico modo che le era concesso: «Ballai nella mia mente. Accecata, immobile, distesa nel letto, mi esercitai a ballare Giselle». Un giorno, la prima ballerina del New York City Ballet ebbe un infortunio, e Alicia fu chiamata al suo posto. Era già parzialmente cieca, ma come avrebbe potuto rifiutare? Il balletto era proprio Giselle! Non appena cominciò a danzare, il pubblico ne fu conquistato. Alicia ballava con sicurezza e grazia, nonostante ci vedesse a malapena. Insegnò ai suoi ballerini a danzare con lei, stabilendo con esattezza dove e quando aveva bisogno di loro sul palcoscenico. Il suo stile era così unico, che tutto il mondo volle vederla ballare insieme alla sua compagnia. Il suo sogno, però, era di portare la danza classica a Cuba, il suo Paese. Così, tornata dai suoi viaggi, fondò la Compagnia di Danza Alicia Alonso e iniziò a insegnare ai ballerini e alle ballerine cubane. Qualche anno più tardi, la sua compagnia assunse il nome che porta ancora oggi: il Balletto Nazionale di Cuba.
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Ameenah Gurib-Fakim

PRESIDENTESSA E SCIENZIATA

(17 ottobre 1959, Mauritius)

In un'isola dell'Oceano Indiano chiamata Mauritius, c'era una ragazza che voleva sapere tutto sulle piante. Si chiamava Ameenah. Ameenah studiava la biodiversità. Analizzò centinaia di fiori e piante aromatiche e medicinali, studiò le loro proprietà e andò nei villaggi di campagna per farsi insegnare dai guaritori tradizionali a usare le piante come facevano loro nei rituali. Per Ameenah, le piante erano come delle amiche. Il suo albero preferito era il baobab, perché è molto utile: il tronco è in grado di immagazzinare acqua, le foglie possono curare le infezioni, e il frutto (chiamato anche "mela della scimmia") contiene più proteine del latte umano. Ameenah era convinta che ci fosse molto da imparare dalle piante. Dal benzoino, per esempio: «Le foglie del benzoino sono di forme e dimensioni diverse. Gli animali non mangiano le piante che non riconoscono, perciò tendono a lasciare in pace questa pianta. Geniale, non credete?». Ameenah considerava le piante come laboratori biologici viventi, pieni di informazioni fondamentali per gli esseri umani e per tutte le altre specie. «Ogni volta che abbattiamo una foresta» diceva «perdiamo un intero laboratorio. Un laboratorio che non recupereremo più.» Ameenah Gurib è stata eletta presidente di Mauritius e si batte ogni giorno con impegno per tutti gli abitanti del suo Paese: persone, animali e, naturalmente, piante.
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Amelia Earhart

AVIATRICE

(24 luglio 1897 - luglio 1937, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza di nome Amelia, che mise da parte abbastanza soldi per comprarsi un aeroplano giallo. Lo chiamò "il Canarino". Qualche anno dopo, Amelia divenne la prima donna a sorvolare l'Oceano Atlantico in solitaria. Era un volo pericoloso. Il suo minuscolo aereo era sballottato da forti venti e gelide tempeste. Amelia si teneva in forze con una lattina di succo di pomodoro, dalla quale beveva con una cannuccia. Dopo quasi quindici ore atterrò in un campo nell'lrlanda del Nord, sorprendendo le mucche al pascolo. «Vieni da lontano?» le chiese il contadino. Amelia rise. «Sì... dall'America!» rispose. Amelia amava volare e amava compiere imprese che nessun altro aveva mai compiuto prima. Ma la sfida che più di tutte desiderava vincere era questa: essere la prima donna a fare il giro del mondo in aeroplano. Quando partì, poté portare con sé solo una piccola sacca da viaggio, perché tutto lo spazio a disposizione sull'aereo doveva essere usato per il carburante. Il lungo volo stava andando bene. L'atterraggio era previsto sulla piccola isola di Howland, ma Amelia non vi arrivò mai. Nella sua ultima trasmissione, disse che stava attraversando delle nuvole e che stava esaurendo il carburante. Il suo aeroplano scomparve da qualche parte sopra l'Oceano Pacifico e non fu mai più ritrovato. Prima di partire aveva scritto: "Sono molto consapevole dei rischi. Voglio farlo perché voglio farlo. Le donne devono tentare di compiere le stesse imprese che hanno tentato gli uomini. Se falliscono, il loro fallimento dovrà essere una sfida per altre donne".
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Amna Al Haddad

SOLLEVATRICE DI PESI

(21 ottobre 1989, Emirati Arabi Uniti)

C’era una volta una giornalista di nome Amna. Amna non era felice. Era fuori forma, in sovrappeso. Un giorno si disse: "Puoi fare molto più di questo. Fa' qualcosa. Vai a camminare". E così fece. Camminare le piacque così tanto che volle fare di più. Così si dedicò alla corsa di fondo, poi alla corsa veloce. Cominciò ad allenarsi in palestra. Quando scoprì il sollevamento pesi, capì che quello era lo sport per lei. La vita di Amna cambiò quando la Federazione Internazionale del Sol- levamento Pesi permise alle donne musulmane di gareggiare indossando una tuta coprente. Amna iniziò così a partecipare a competizioni in giro per l'Europa e gli Stati Uniti, diventando un'icona per le ragazze musulmane di tutto il mondo. Il sollevamento pesi le piaceva così tanto che cominciò ad allenarsi anche per le Olimpiadi di Rio. «Mi piace essere forte» dice Amna. «Essere una donna non significa che non puoi essere forte come о più di un uomo!» Amna pensa che tutti debbano dedicarsi a uno sport che amano. «Qualunque sia l'età, la religione о l'etnia, lo sport fa bene a tutti» dice. «Crea pace e unisce le nazioni.» E aggiunge: «Anche di fronte alle più grandi sfide, non abbandonare mai i tuoi sogni. Più insisterai, più ti avvicinerai a ottenere quello che desideri. Quando le cose diventano difficili, tu diventa ancora più forte».
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Ann Makosinski

INVENTRICE

(3 ottobre 1997, Canada)

C’era una volta una ragazza che non poteva studiare quando faceva buio perché non aveva l'elettricità a casa. Un giorno ne parlò con la sua amica Ann, che era andata a trovarla. Ann era bravissima a costruire le cose e aveva una vera passione per i transistor, i congegni che regolano il flusso della corrente elettrica. «E se inventassi una torcia che si alimenta con il corpo?» propose Ann alla sua amica. «Dopotutto, i nostri corpi irradiano un sacco di energia sotto forma di calore.» Le ragazze erano entusiaste dell'idea. "Pensa a quante persone potrebbero avere l'elettricità se funzionasse!" si dissero. Ann aveva solo quindici anni, ma aveva già molta esperienza nello smontare e rimontare le cose. Così cominciò a lavorare alla sua misteriosa nuova torcia, che chiamò Hollow, cioè torcia "cava", perché l'aveva costruita usando un tubo cavo di alluminio. Quando presentò il suo progetto alla Fiera della Scienza di Google, vinse il primo premio! La sua invenzione è la prima torcia al mondo che non ha bisogno di batterie, e neppure del sole о del vento, perché è alimentata solo dal calore umano. Oggi, Ann figura tra gli inventori più promettenti della nostra epoca. Il suo sogno è rendere disponibile la sua torcia gratuitamente a tutti coloro che non possono permettersi l'elettricità, ovunque siano. «Mi piace l'idea di usare la tecnologia per rendere il mondo un posto migliore e mantenere pulito l'ambiente» dice sempre.
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Anna Politkovskaja

GIORNALISTA

(30 agosto 1958 - 7 ottobre 2006, Russia)

Una volta, in Russia, molti libri erano proibiti. Alcuni di questi libri erano stati scritti da autori che una bambina di nome Anna amava. I genitori di Anna si procuravano i suoi libri preferiti di nascosto, in modo che lei potesse leggerli a volontà. La bambina crebbe e divenne una giornalista. Quando una parte della Russia chiamata Cecenia volle separarsi dal resto del Paese per diventare una nazione indipendente, il governo russo mandò l'esercito per impedirlo. Scoppiò una terribile guerra. Anna decise che doveva scrivere. Voleva raccontare al resto del mondo quello che stava realmente accadendo in Cecenia. Ma al governo russo la cosa non piacque per niente. «Perché vuoi rischiare la vita?» le chiese una volta suo marito. «Il rischio fa parte della mia professione» rispose lei. «So che potrebbe succedermi qualcosa. Ma io voglio soltanto che i miei articoli rendano il mondo migliore.» Accaddero molte cose brutte, ma Anna era coraggiosa. Una volta, dovette correre tutta la notte sulle colline cecene per sfuggire ai servizi segreti russi. Diverse persone, da entrambe le parti, volevano impedirle di raccontare la verità: qualcuno le mise perfino del veleno nel tè, per provare a sbarazzarsi di lei. Ma nonostante questi pericoli, lei non smise mai di raccontare la verità su tutto ciò che vedeva. Anna continuò a rischiare la vita fino al giorno della sua morte, scrivendo la verità per rendere il mondo un posto migliore.
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Artemisia Gentileschi

PITTRICE

(8 luglio 1593 - 14 giugno 1653, Italia)

C’era una volta una ragazza che era una pittrice straordinaria. Si chiamava Artemisia, ed era bella e forte. Anche suo padre Orazio era un pittore, e fu lui a insegnarle il mestiere nella sua bottega fin da quando era piccola. A diciassette anni, Artemisia aveva già dipinto diversi capolavori. Eppure, la gente era scettica. «Come fa a dipingere in questo modo?» mormorava. All'epoca, la maggior parte delle donne non poteva nemmeno avvicinarsi alle botteghe degli artisti. Un giorno suo padre chiese a un amico, il famoso pittore Agostino Tassi, di insegnare ad Artemisia la prospettiva, cioè il modo in cui gli artisti riescono a creare uno spazio tridimensionale su una superficie piatta. Artemisia divenne la sua allieva più brava, ma Agostino voleva che fosse anche la sua amante. «Prometto che ti sposerò» le diceva. Ma Artemisia continuava a rifiutare. Le cose peggiorarono al punto che Artemisia alla fine riferì tutto al padre. Orazio le credette, e anche se Agostino era un uomo potente e un nemico pericoloso, lo denunciò alla giustizia. Durante il processo, Agostino negò di averle fatto del male. Artemisia subì delle pressioni terribili, ma rimase fedele alla verità e non si arrese. Alla fine, Agostino fu riconosciuto colpevole. Oggi, Artemisia è annoverata tra i più grandi pittori di tutti i tempi.
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Ashley Fiolek

MOTOCROSSISTA

(22 ottobre 1990, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina di nome Ashley. Un giorno, quando era piccola, mentre giocava in cucina, all’improvviso ci fu un gran fracasso, perché alcune pentole erano cadute dal tavolo. Ashley non si voltò nemmeno. I suoi genitori decisero di farle controllare l'udito, e quando ebbero i risultati scoprirono che la loro bambina era sorda. Così impararono la lingua dei segni e mandarono Ashley in campeggio con altri bambini sordi, perché imparasse da loro e crescesse sicura di sé. Il papà e il nonno di Ashley amavano le motociclette, perciò le regalarono una minimoto quando aveva solo tre anni e presero a portarla insieme a loro nel bosco, ognuno sulla sua motocicletta. Ashley adorava queste escursioni sulle ruote e iniziò a sognare di diventare una motocrossista. La maggior parte della gente le diceva che era impossibile. «L'udito è molto importante nel motocross» ripetevano. «Il rumore del motore ti dice quando devi cambiare marcia. E devi essere in grado di sentire dove sono gli altri motociclisti.» Ma Ashley capiva quando cambiare marcia dalle vibrazioni del motore. Controllava le ombre con la coda dell'occhio e si accorgeva così dell'arrivo di un avversario. Nel giro di cinque anni, vinse quattro titoli nazionali. E cadde moltissime volte! Ashley si è rotta il braccio sinistro, il polso destro, la caviglia destra, la clavicola (tre volte) e i due denti davanti, ma si è sempre ripresa ed è tornata in sella alla sua moto. Adesso ha un camioncino parcheggiato nel vialetto. Sul retro, c'è un adesivo che dice: "Suonate quanto vi pare, tanto sono sorda!".
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Astrid Lindgren

SCRITTRICE

(14 novembre 1907 - 28 gennaio 2002, Svezia)

C’era una volta una bambina che viveva in una fattoria insieme alla sua grande famiglia. Passava intere giornate a vagabondare libera nei campi con i suoi fratelli e le sue sorelle, ma dava anche una mano ad accudire gli animali. E non solo i più piccoli, come le galline e le oche, ma anche i più grandi, come le mucche e i cavalli! Si chiamava Astrid ed era un vero spirito ribelle. Era forte, coraggiosa, non aveva mai paura di stare sola ed era capace di fare di tutto: pulire, cucinare, aggiustare una bicicletta, camminare sui tetti, difendersi dai bulli, inventare storie fantastiche... Vi sembra familiare? Be', se avete mai letto la storia di un'altra bambina che era forte, coraggiosa e impavida di nome Pippi Calzelunghe, non vi sorprenderà sapere che fu proprio Astrid a scrivere quel libro geniale. Quando Pippi Calzelunghe fu pubblicato, molti adulti lo accolsero con disapprovazione. «Pippi è troppo ribelle» dicevano. «I nostri figli penseranno che la disobbedienza è un bene.» I bambini, invece, se ne innamorarono. Pippi non disobbediva senza una ragione: dimostrava ai suoi giovani lettori, maschi e femmine, l'importanza di essere indipendenti, prendendosi allo stesso tempo sempre cura degli altri. Oggi Pippi Calzelunghe è uno dei libri per bambini più amati di tutti i tempi. Astrid continuò a scrivere e pubblicare molti altri libri, ritraendo sempre bambini e bambine forti, padroni delle proprie avventure. Perciò, ogni volta che siete nei guai per qualcosa che avete fatto, prendete una copia di Pippi Calzelunghe. Lei vi sarà sempre d'aiuto!
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Aung San Suu Kyi

POLITICA

(19 giugno 1945, Birmania)

C’era una volta una giovane donna di nome Suu Kyi. Veniva da una ricca famiglia birmana che viaggiava per il mondo. Suu Kyi, suo marito e i loro due figli vivevano in Inghilterra quando arrivò una telefonata. «Mia madre è ammalata» disse Suu Kyi ai suoi bambini. «Devo tornare a casa per prendermi cura di lei.» Pensava di restare solo poche settimane, ma un dittatore militare si era impadronito del Paese e mandava in prigione chiunque tentasse di opporsi. Fin dal suo arrivo, Suu Kyi si ritrovò coinvolta nelle proteste. Parlò in modo chiaro e netto contro il dittatore e nel giro di poco tempo conquistò molti sostenitori. L'uomo si rese conto che quella giovane donna era una potente minaccia, e la mise di fronte a una scelta difficile: «Sei libera di lasciare il Paese e non tornare più. Oppure puoi restare, ma agli arresti domiciliari, prigioniera nella tua casa». Suu Kyi rifletté. Avrebbe tanto voluto ricongiungersi con il marito e i figli in Inghilterra, ma sapeva che il suo popolo aveva bisogno di lei. «Resto» decise. Fu così che trascorse la maggior parte dei ventuno anni seguenti prigioniera nella sua stessa casa. Lì continuò a incontrare gente, a parlare delle sue convinzioni e a diffondere il suo messaggio di democrazia e cambiamento pacifico. Suu Kyi ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace e ha ispirato milioni di persone nel suo Paese e nel mondo, e tutto senza mai uscire dalla sua casa. Quando finalmente è tornata libera, è diventata una leader nel suo Paese.
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Balkissa Chaibou

ATTIVISTA

(1995, Niger)

C’era una volta una bambina che voleva diventare una dottoressa. Si chiamava Balkissa ed era molto brava a scuola. Un giorno scoprì che suo zio l'aveva promessa in sposa a uno dei suoi cugini. Balkissa inorridì e provò a protestare. «Non potete costringermi a sposarmi! lo voglio fare la dottoressa!» Purtroppo, viveva in un Paese che autorizza i genitori a combinare il matrimonio delle proprie figlie quando sono ancora bambine. «Lasciatemi andare a scuola per altri cinque anni» li supplicò lei. I suoi genitori accettarono di rimandare il matrimonio, ma dopo cinque anni, la passione di Balkissa per lo studio e il sapere era diventata ancora più grande. La sera prima del matrimonio, Balkissa scappò di casa e corse a chiedere aiuto alla polizia. Decise di sfidare suo zio in tribunale. Temeva che tutta la sua famiglia si rivoltasse contro di lei, ma sua madre la incoraggiò di nascosto a continuare a lottare. Il giudice diede ragione a Balkissa, e quando suo zio la minacciò fu costretto a lasciare il Paese. «Il giorno in cui ho vinto la causa e ho indossato di nuovo l'uniforme della scuola è stato come rinascere» racconta lei adesso. Oggi Balkissa studia medicina all'università, ma continua a battersi per la stessa causa: va nelle scuole, parla con i capitribù e incoraggia altre giovani come lei a seguire il suo esempio e a rifiutare i matrimoni forzati. «Studiate più che potete» dice. «Non è facile, ma è la vostra unica speranza.»
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Brenda Chapman

REGISTA

(1 novembre 1962, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza dai capelli ricci e rossi che amava molto disegnare. Si chiamava Brenda. A quindici anni, Brenda chiamò gli studi della Walt Disney. «Sono molto brava a disegnare» disse. «Potete darmi un lavoro?» Le risposero di riprovarci quando sarebbe stata più grande, e dopo la formazione giusta. Brenda fece proprio così. Studiò animazione all'università e qualche anno più tardi si ritrovò dove aveva sempre sognato: in uno studio di Los Angeles, a lavorare sui film di animazione della Disney. Scoprì molto presto di essere una delle pochissime donne ad avere quel ruolo nell'azienda. «Fu allora che compresi come mai le principesse della Disney erano così inermi: erano state tutte create dagli uomini» ricorda. Così giurò a se stessa che avrebbe creato un nuovo tipo di principessa: forte, indipendente e ribelle. «Ribelle?» pensò. «Non è un titolo magnifico per un film?» La principessa Merida del film Ribelle è tutto fuorché indifesa. È un'arciera eccezionale, corre al galoppo con il suo cavallo, lotta con gli orsi e vive avventure straordinarie. Per il suo personaggio, Brenda si ispirò a sua figlia Emma, una bambina forte e libera proprio come la sua mamma! «È lei la mia Merida» dice «... e io la adoro.» Con questo film, Brenda ha vinto un Oscar e un Golden Globe, ma ha lavorato anche a molti altri film premiati, come La Bella e la Bestia, La Sirenetta e II Re Leone. Con II Principe d'Egitto, inoltre, è stata la prima donna a dirigere un film d'animazione per una delle maggiori compagnie cinematografiche di Hollywood.
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Le sorelle Brontë

SCRITTRICI

(1816 circa - 1855 circa, Regno Unito)

Una volta, in una gelida e tetra casa nel Nord dell'Inghilterra, vivevano tre sorelle. Charlotte, Emily e Anne erano spesso sole e, per passare il tempo e divertirsi, scrivevano storie e poesie. Un giorno. Charlotte decise di mandare le sue poesie a un famoso poeta inglese per chiedergli che cosa ne pensasse. La sua risposta fu: «Le vostre poesie non mi piacciono affatto: la letteratura è cosa da uomini!». Charlotte continuò a scrivere. Una notte, trovò un taccuino aperto sulla scrivania di Emily. «Perché non ci hai mai mostrato le tue poesie?» chiese. «Sono bellissime.» Emily si arrabbiò molto con la sorella, che aveva letto i suoi scritti personali senza il suo permesso, ma quando si calmò Charlotte propose: «Perché non scriviamo un libro di poesie insieme?». Emily e Anne si dissero d'accordo. Quando alla fine lo pubblicarono, il libro vendette solo due copie. Ma le tre sorelle non si arresero e continuarono a lavorare in segreto, discutendo dei loro scritti a pranzo e a cena. Questa volta, ognuna si dedicò a un romanzo diverso. Quando i romanzi uscirono, furono un grande successo. La gente non credeva che fossero stati scritti da tre ragazze di campagna, così le sorelle dovettero affrontare un viaggio fino a Londra per dimostrare di esserne le autrici. I loro libri sono stati tradotti in molte lingue e ancora oggi - basti pensare a Jane Eyre e Cime tempestose - sono letti da milioni di persone in tutto il mondo.
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Caterina la Grande

IMPERATRICE

(2 maggio 1729 - 17 novembre 1796, Russia)

C’era una volta una regina che detestava suo marito. Si chiamava Caterina, e suo marito, Pietro, era l'imperatore di Russia. Anche il popolo russo lo trovava malvagio e arrogante. Caterina sapeva che sarebbe stata più brava di lui a governare il Paese. Non doveva fare altro che trovare un modo per rimpiazzarlo. Sei mesi dopo essere diventato imperatore, Pietro partì per una vacanza, lasciando Caterina a corte. Era la sua occasione. Caterina fece un discorso appassionato e convinse la guardia imperiale a schierarsi dalla sua parte, mentre un sacerdote la dichiarava la nuova sovrana di Russia. Poi fece realizzare una magnifica corona. Una volta imperatrice, ordinare l'arresto del marito fu quasi la prima cosa che fece. Pietro venne messo in prigione. Ci vollero due mesi per creare la magnifica corona di Caterina! Era d'oro e d'argento, con 4.936 diamanti incastonati, 75 perle e un enorme rubino in cima. Durante il suo regno, Caterina ampliò l'impero russo, vincendo molte guerre e sedando molte rivolte. Era una donna potente, e quando era in vita molti la invidiavano e parlavano male alle sue spalle. Quando morì, dissero perfino che doveva essere caduta dal gabinetto! In realtà era morta nel suo letto, e fu sepolta nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, in una sfarzosa tomba dorata.
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Cholita Climbers

ALPINISTE

(1968 circa, Bolivia)

Una volta, ai piedi di una bellissima montagna della Bolivia, viveva una donna di nome Lydia Huayllas. Da sempre, Lydia e le sue amiche cucinavano per gli alpinisti prima che lasciassero i campi base per scalare la montagna. Lydia li guardava indossare i caschi, caricare gli zaini, allacciare gli scarponi, riempire le borracce, e notava l'entusiasmo che avevano negli occhi. Al contrario dei loro mariti e dei loro figli, Lydia e le altre donne non conoscevano la cima della montagna. Gli uomini infatti lavoravano come guide e portatori, accompagnando gruppi di alpinisti sulle vette e riportandoli alla base, mentre le donne restavano al campo, nella valle. Un giorno, Lydia disse alle amiche: «Andiamo a vedere com'è». Quando le donne infilarono gli scarponi e i ramponi sotto le loro gonne colorate (le cholitas), gli uomini risero. «Non potete indossare le cholitas» dissero. «Serve un abbigliamento adatto per scalare le montagne.» «Sciocchezze» rispose Lydia, allacciandosi il casco. «Possiamo vestirci come ci pare. Siamo le alpiniste con le cholitas!» Sfidando i venti e le tempeste di neve, le donne conquistarono una vetta dopo l'altra. «Siamo forti. Vogliamo scalare otto montagne» dicevano. E mentre voi state leggendo queste pagine, loro probabilmente stanno avanzando nella neve, con le gonne colorate che roteano al vento, piene dell'entusiasmo che si prova nel guardare il mondo dalla vetta dell'ennesima montagna.
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Claudia Ruggerini

PARTIGIANA

(febbraio 1922 - 4 luglio 2016, Italia)

C’era una volta una ragazza che fu costretta a cambiare il proprio nome. «Ehi, Marisa!» la salutavano gli amici. Nessuno poteva sapere che il suo vero nome era Claudia: era troppo pericoloso. Claudia viveva in un tempo in cui l'Italia era governata da un tiranno chiamato Benito Mussolini. Durante la dittatura di Mussolini, non si potevano leggere certi libri, non si potevano guardare certi film, non si potevano esprimere le proprie opinioni e non si poteva votare. Claudia credeva nella libertà e decise di battersi contro di lui con tutte le sue forze. Per questo, si unì a un gruppo di partigiani che lottavano per far crollare la dittatura. Erano tutti giovani studenti universitari e si incontravano di nascosto dopo le lezioni per stampare un giornale clandestino. Ma come potevano diffondere il loro messaggio quando la polizia di Mussolini era dappertutto? Claudia fu incredibilmente coraggiosa. Per quasi due anni consegnò giornali e messaggi in bicicletta da un luogo segreto all'altro. Poi un giorno, finalmente, la dittatura cadde. La radio nazionale annunciò che l'Italia era libera dal fascismo e la gente si riversò nelle strade a festeggiare. Claudia-Marisa aveva un ultimo compito. Con un piccolo gruppo di partigiani, entrò negli uffici del Corriere della Sera, il quotidiano nazionale, e dopo vent'anni lo liberò ufficialmente dalla censura. Finalmente, erano liberi di stampare la verità - e gli amici di Claudia tornarono a chiamarla con il suo vero nome.
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Cleopatra

REGINA

(69 A.C. - 12 agosto 30 A.C., Egitto)

C’era una volta, nell'antico Egitto, un faraone che aveva due figli: un bambino di dieci anni di nome Tolomeo XIII e una ragazza di diciotto, chiamata Cleopatra. Quando il faraone morì, lasciò il suo regno nelle loro mani. Fratello e sorella avevano idee talmente diverse sul governo del regno che ben presto Cleopatra fu cacciata da palazzo e scoppiò una guerra civile. Giulio Cesare, l'imperatore di Roma, andò in Egitto per aiutare Cleopatra e Tolomeo a trovare un accordo. "Se solo riuscissi a incontrare Cesare prima di mio fratello" pensò Cleopatra "potrei convincerlo che sono io la sovrana migliore." Ma era stata bandita da palazzo, e le guardie l'avrebbero bloccata all'ingresso. Cleopatra allora ordinò ai suoi servitori di avvolgerla dentro un tappeto e di portarla così, di nascosto, nelle stanze di Cesare. Colpito dalla sua audacia, Cesare la rimise sul trono. I due divennero ben presto una coppia ed ebbero un figlio. Cleopatra si trasferì a Roma, ma quando Cesare fu assassinato tornò in Egitto. Il nuovo condottiero romano, Marco Antonio, aveva sentito molto parlare di questa regina egizia così forte e volle incontrarla. Questa volta, Cleopatra arrivò su una chiatta dorata, circondata di seta e gioielli preziosi. Fu amore a prima vista. Cleopatra e Marco Antonio furono inseparabili. Ebbero tre figli e si amarono fino alla fine dei loro giorni. Quando Cleopatra morì, l'impero finì con lei. Fu l'ultima regina dell'Antico Egitto.
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Сосо Chanel

STILISTA

(19 agosto 1883 - 10 gennaio 1971 , Francia)

C’era una volta, nella Francia centrale, una bambina che viveva in un convento, circondata da suore vestite di bianco e nero. Si chiamava Gabrielle Chanel. In convento le bambine imparavano a cucire, ma non avevano molti colori a disposizione. Usavano la stoffa degli abiti delle suore, perciò anche tutte le loro bambole erano vestite di bianco e nero! Una volta cresciuta, Gabrielle cominciò a lavorare come sarta di giorno e come cantante di notte. I soldati che assistevano ai suoi spettacoli la chiamavano Coco, e fu questo il nome che le rimase per il resto della sua vita. Coco sognava di avere un negozio tutto suo a Parigi. Un giorno, un amico ricco le prestò i soldi necessari per realizzare il suo sogno. I vestiti di Coco erano bellissimi, anche se la stoffa era semplice. «Dove l'hai comprato?» le chiedevano le parigine più eleganti e raffinate. «L'ho fatto io» rispondeva lei. «Venite nel mio negozio e ne farò uno anche per voi.» Gli affari crebbero in fretta e ben presto Coco poté restituire il prestito al suo amico. Il suo modello di maggiore successo era il classico tubino nero. Trasformò il colore che era sempre stato associato ai funerali in qualcosa di perfetto per uscire la sera. La forma degli abiti che oggi indossiamo è molto influenzata da Coco Chanel, la stilista che mosse i suoi primi passi vestendo le bambole con gli scampoli degli abiti delle suore.
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Cora Coralina

POETESSA E PASTICCIERA

(20 agosto 1889 - 10 aprile 1985, Brasile)

C’era una volta, in una casa costruita su un ponte, una bambina che sapeva di essere una poetessa. Si chiamava Cora. La sua famiglia però non la pensava come lei. Non voleva che leggesse e non volle mandarla alle scuole superiori. Pensava che il suo compito fosse di trovarsi un buon marito e mettere su famiglia. Quando la bambina crebbe, si innamorò di un uomo e lo sposò. Marito e moglie si trasferirono in una grande città ed ebbero quattro figli. Cora fece ogni genere di lavoro per riuscire a mandarli tutti a scuola. La sua era una vita molto piena, ma non dimenticò mai di essere una poetessa. Scrisse ogni singolo giorno. Quando compì sessant’anni, tornò a vivere nella sua casa sul ponte e decise che era giunto il momento di cominciare la sua carriera di poetessa. Cora aveva ancora bisogno di soldi, perciò si mise a sfornare dolci che vendeva davanti casa insieme alle sue poesie. Ben presto le sue opere cominciarono a essere apprezzate da altri poeti e scrittori. Cora vinse premi e medaglie, finché - a settantacinque anni - non pubblicò il suo primissimo libro. I giornalisti arrivavano da tutto il Paese per intervistarla mentre preparava i suoi dolci. Ma quando loro se ne andavano, Cora tornava alla sua scrivania e si rimetteva a scrivere, circondata da un profumo delizioso di torte, biscotti e crostate.
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Coy Mathis

ALUNNA DI SCUOLA ELEMENTARE

(2007, Stati Uniti)

Una volta nacque un bambino di nome Coy. A Coy piacevano molto le gonne, il colore rosa e le scarpe con i brillantini. Voleva che i suoi genitori si rivolgessero a lui come a una bambina e non gli piacevano i vestiti da maschio, e loro gli permisero di indossare quello che voleva. Una sera, Coy chiese alla sua mamma: «Quando andiamo dal dottore per farmi diventare una femmina-femmina?». Il dottore spiegò: «Di solito, i maschi si sentono bene a essere maschi, così come le femmine a essere femmine. Ma ci sono alcuni maschi che si sentono femmine e alcune femmine che si sentono maschi. Si chiamano transgender, e Coy è una bambina transgender. È nata nel corpo di un maschio ma, dentro di sé, si sente una femmina e deve poterlo essere». Da allora in poi, la mamma e il papà di Coy chiesero a tutti di trattare Coy come una bambina. Ma quando cominciò la scuola, ci fu un problema inaspettato. «Coy può usare solo il bagno dei maschi о il bagno per i bambini disabili» dissero gli insegnanti. «Ma io non sono un maschio!» protestò Coy. «E non sono nemmeno disabile! Sono una bambina.» I genitori di Coy si rivolsero a un giudice. Il giudice rifletté e prese una decisione: «Coy potrà usare il bagno che preferisce» stabilì. Per festeggiare la sentenza, Coy e i suoi genitori diedero una grande festa. Mangiarono una torta rosa, e Coy indossò uno scintillante vestito rosa con un bellissimo paio di scarpe dello stesso colore.
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Elisabetta I

REGINA

(7 settembre 1533 - 24 marzo 1603, Regno Unito)

C’era una volta un re che voleva lasciare il suo regno a un figlio maschio. Quando sua moglie diede alla luce una bambina, re Enrico Vili si arrabbiò così tanto che la lasciò, allontanò la piccola e sposò un'altra donna. Era convinto che soltanto un uomo fosse in grado di governare il Paese dopo la sua morte, e fu felicissimo quando la nuova moglie diede alla luce un maschio: Edoardo. Nel frattempo la figlia di Enrico, Elisabetta, crebbe e diventò una ragazza vivace e intelligente, con i capelli di un bel rosso vivo e un carattere impetuoso. Edoardo aveva solo nove anni quando divenne re, alla morte di suo padre. Pochi anni dopo, però, anche lui si ammalò e morì, e fu sua sorella Maria a salire al trono. Maria pensava che Elisabetta complottasse contro di lei, perciò la fece rinchiudere nella Torre di Londra. Un giorno, le guardie irruppero nella sua cella. «La regina è morta» annunciarono, e si inginocchiarono di fronte a Elisabetta. In pochi istanti, la prigioniera della Torre era diventata la nuova regina. La corte di Elisabetta ospitò musicisti, poeti, pittori e drammaturghi. Il più famoso di tutti fu William Shakespeare: la regina adorava le sue opere teatrali, a cui assisteva nei suoi abiti sontuosi ornati di perle e merletti. Non si sposò mai: teneva alla sua indipendenza quanto a quella del suo Paese. Fu molto amata dal suo popolo, e quando morì, i cittadini di Londra si riversarono in strada per piangere la regina più grande che avessero mai avuto.
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Eufrosina Cruz

ATTIVISTA E POLITICA

(1 gennaio 1979 , Messico)

C’era una volta una ragazza che si rifiutava di cucinare. Quando suo padre le disse che le donne erano capaci solo di fare tortillas e bambini, scoppiò in lacrime e giurò che gli avrebbe dimostrato che non era vero. «Vattene pure di casa, ma non aspettarti un solo centesimo da me» le rispose il padre. Eufrosina se ne andò, e per pagarsi gli studi si mise a vendere frutta e gomme da masticare per strada. Si diplomò in ragioneria, tornò a casa con un lavoro da insegnante e iniziò a dare lezioni alle ragazze indigene come lei, affinché anche loro trovassero la forza e le risorse necessarie per costruirsi una vita indipendente. Un giorno, decise di candidarsi a sindaca della sua città. Ottenne molti voti, ma nonostante questo gli uomini della città annullarono il risultato delle elezioni. «Una donna sindaco? Volete scherzare?» dissero. Furiosa, Eufrosina si impegnò ancora di più. Fondò un'organizzazione chiamata QUIEGO, per aiutare le donne indigene a combattere per i loro diritti. Il loro simbolo era un giglio bianco. «Ovunque vado» diceva «porto sempre questo fiore con me, per ricordare alla gente che le donne indigene sono proprio così: naturali, bellissime e resistenti.» Qualche anno più tardi, Eufrosina divenne la prima donna indigena a essere eletta presidente del Congresso di Stato. Quando la first lady del Messico venne in visita, Eufrosina camminò a braccetto con lei di fronte alla popolazione locale. Dimostrò a suo padre - e a tutto il mondo - che non c'è nulla che le forti indigene del Messico non possano fare.
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Evita Perón

POLITICA

(7 maggio 1919 - 26 luglio 1952, Argentina)

C’era una volta, in Sud America, una bellissima ragazza di nome Eva. Da bambina, Eva sognava di diventare una famosa stella del cinema. Fu così che, per inseguire il suo sogno, a soli quindici anni si trasferì nella grande città di Buenos Aires. Grazie al suo talento, alla sua bellezza e alla sua determinazione, Eva divenne ben presto una rinomata attrice, sul palcoscenico e alla radio. Ma Eva voleva di più: voleva aiutare le persone meno fortunate di lei. Una sera, a una festa, incontrò il colonnello Juan Perón, un potente politico. I due si innamorarono e si sposarono poco tempo dopo. Quando, un anno più tardi, Juan Perón fu eletto presidente dell'Argentina, Eva divenne ben presto nota con il suo vezzeggiativo: Evita. Il popolo amava la sua passione e il suo impegno per aiutare le persone bisognose. Si batté molto per i diritti delle donne e le aiutò a conquistare il diritto al voto. Divenne una figura talmente leggendaria che le fu chiesto di candidarsi come vicepresidente per governare il Paese al fianco del marito. Sebbene fosse amata dalla povera gente, molti potenti temevano il suo carisma e la sua influenza. «Non riescono a sopportare una donna giovane e di successo» commentava lei. Quando scoprì di avere una grave malattia, Evita decise di non candidarsi, anche se aiutò il marito a vincere il secondo mandato presidenziale. Quando morì, pochi mesi più tardi, la radio nazionale ne diede l'annuncio con queste parole: «Abbiamo perso la guida spirituale della nazione».
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Fadumo Dayib

POLITICA

(1973, Somalia)

C’era una volta una ragazza che aveva trascorso la sua infanzia a scappare dalla guerra. Fadumo e la sua famiglia dovevano sempre trovarsi un passo avanti ai combattimenti, per questo lei non poteva andare a scuola. Imparò a leggere e scrivere solo a quattordici anni. Un giorno sua madre le disse: «Devi lasciare il Paese. Prendi tuo fratello e tua sorella e vai!». Fadumo sapeva che sua madre aveva ragione: la Somalia devastata dalla guerra era uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i bambini. Quando i tre fratelli finalmente arrivarono in Finlandia, ebbero la possibilità di fare tutte le cose che i bambini possono fare quando vivono in un Paese pacifico e democratico: abitare in una casa, dormire in un letto, mangiare ogni giorno, giocare e andare a scuola. Non c'era nessuno che li picchiava, e se si ammalavano potevano andare dal dottore gratis. Ma Fadumo non dimenticò mai la Somalia. Volle studiare il più possibile, per essere in grado di tornare nel suo Paese e aiutare il suo popolo a riconquistare la libertà e la pace. Frequentò tre master universitari, poi lasciò la sua famiglia in Finlandia e iniziò a lavorare con le Nazioni Unite per allestire ospedali in tutta la Somalia. «È lì che devo stare» disse a suo marito. Oggi, Fadumo è la prima candidata donna alla presidenza della Somalia. Nessuna somala si era mai candidata prima di lei, perché è estremamente pericoloso. Ma Fadumo non ha dubbi: «Mia madre mi ha sempre detto: "Hai tutte le possibilità del mondo nel palmo della tua mano". Ed è vero».
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Florence Nightingale

INFERMIERA

(12 maggio 1820 - 13 agosto 1910, Regno Unito)

C’era una volta una coppia di inglesi che viaggiava per l'Italia. Quando giunsero a Firenze, ebbero una bambina, e decisero di chiamarla Florence, come quella bellissima città. Florence amava viaggiare, la matematica e le scienze, e le piaceva molto andare a caccia di informazioni. Ogni volta che visitava un posto nuovo, annotava quante persone ci abitavano, quanti ospedali c'erano e quanto grande fosse la città. Adorava i numeri. Florence studiò per diventare infermiera e diventò così brava che il governo decise di mandarla in Turchia a dirigere un ospedale per i soldati feriti. Appena arrivata, Florence iniziò a raccogliere ed esaminare tutti i dati che riusciva a trovare. Scoprì che la maggior parte dei soldati non moriva a causa delle ferite, ma per colpa di infezioni e malattie contratte in ospedale. «Il primo requisito di un ospedale è che non faccia del male ai suoi pazienti» disse. Così si assicurò che tutti coloro che ci lavoravano si lavassero spesso le mani e tenessero tutto pulito. Di notte, girava per le corsie con una lampada, per parlare con i pazienti e incoraggiarli. Per questo, tutti la chiamavano "la signora della lampada". Grazie a lei, molti più soldati riuscirono a tornare a casa sani e salvi.
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Frida Kahlo

PITTRICE

(6 luglio 1907 - 13 luglio 1954, Messico)

C’era una volta, in una bella casa azzurra vicino a Città del Messico, una bambina di nome Frida. Sarebbe diventata una delle pittrici più famose del Ventesimo secolo, eppure rischiò di non crescere mai. A sei anni, per poco non morì di poliomielite. La malattia la lasciò per sempre zoppa, ma questo non le impedì di giocare, nuotare e scatenarsi come tutti gli altri bambini. Poi, a diciotto anni, rimase coinvolta in un terribile incidente d'autobus. Rischiò di nuovo di morire, e di nuovo trascorse interi mesi a letto. Sua madre le fece costruire un cavalletto speciale per permetterle di dipingere sdraiata, perché non c'era niente che Frida amasse più della pittura. Non appena fu di nuovo in grado di camminare, andò a trovare l'artista più famoso del Messico, Diego Rivera. «Che ne pensa dei miei dipinti?» gli chiese. I suoi dipinti erano stupefacenti: audaci, geniali e bellissimi. Diego se ne innamorò, e si innamorò anche di Frida. Diego e Frida si sposarono. Lui era un uomo grande e grosso, con un gran cappello, e lei sembrava minuscola al suo fianco. La gente li chiamava "l'elefante e la colomba". Per tutta la vita, Frida dipinse centinaia di splendidi autoritratti, spesso raffigurandosi circondata dai suoi uccelli e dai suoi animali. Ancora oggi, la bella casa azzurra in cui viveva è come lei l'ha lasciata: piena di colore, di gioia e di fiori.
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Grace Hopper

INFORMATICA

(9 dicembre 1906 - 1 gennaio 1992, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina di nome Grace, che voleva tanto capire come funzionavano le sveglie. Così iniziò a smontare tutti gli orologi che riuscì a trovare. Prima uno, poi un altro, poi un altro ancora... Quando arrivò a sette, sua madre si rese conto che non c'erano più orologi in casa e le disse di smettere! Grace continuò ad armeggiare con qualunque cosa destasse la sua curiosità. Alla fine, diventò professoressa di matematica e fisica. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò in marina come suo nonno, che era un ammiraglio. Fu assegnata a un progetto speciale. «Vieni a conoscere Mark» le dissero. Grace entrò in una stanza, ma anziché incontrare una persona, fece la conoscenza del primo computer! Si chiamava "Mark I", occupava l'intera stanza e, siccome era il primo, nessuno sapeva bene come usarlo. Così Grace cominciò a studiarlo. Lavorò molto, ma grazie ai programmi che scrisse per Mark I e per i suoi successori, le forze armate degli Stati Uniti riuscirono a decifrare i messaggi segreti del nemico durante la guerra. Invecchiando, Grace cercò di andare in pensione più di una volta, ma fu sempre richiamata in servizio, in virtù della sua esperienza straordinaria. Alla fine, divenne un ammiraglio come suo nonno. Per tutta la vita, Grace andò a letto presto e si svegliò alle cinque del mattino per lavorare ai suoi programmi informatici. Il suo incredibile lavoro ha dimostrato al mondo quello che i computer sono in grado di fare. Grace non smise mai di essere curiosa.
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Grace O'Malley

PIRATESSA

(1530 - 1603 circa, Irlanda)

C’era una volta, in un'isola verde e selvaggia, una bambina dai lunghi capelli rossi. Si chiamava Grace. Quando il vento ululava e le onde si infrangevano con violenza sulla costa, Grace saliva in cima a una scogliera e sognava di navigare nel mare in tempesta. «Le ragazze non possono fare i marinai» le diceva il padre. «E poi, i tuoi capelli lunghi si impiglierebbero nel sartiame.» A Grace la cosa non piacque per niente. Così si tagliò i capelli e si vestì da maschio, per dimostrare alla sua famiglia che anche lei avrebbe potuto fare la vita del marinaio. Un giorno, finalmente, suo padre accettò di portarla con sé, a una condizione: «Se incontriamo una nave pirata, nasconditi sottocoperta» le disse. Ma quando i pirati attaccarono, Grace saltò giù dal sartiame e atterrò sulla schiena di uno dei pirati! Il suo attacco a sorpresa funzionò, e i pirati furono respinti. Grace era un'abile marinaia, e avrebbe tanto voluto dedicarsi a qualcosa di più emozionante della pesca. Quando gli inglesi attaccarono il suo castello, piuttosto che sottomettersi al loro governo scelse lei stessa la pirateria. Fu talmente brava che ben presto possedette una flotta personale, oltre a diverse isole e castelli lungo la costa occidentale dell'Irlanda. Quando gli inglesi catturarono i suoi figli, Grace salpò per l'Inghilterra e volle incontrare la regina Elisabetta I per cercare di salvarli. Con grande stupore di tutti, la regina e Grace diventarono amiche. Elisabetta le restituì i suoi figli e i suoi beni, e Grace la aiutò a combattere contro gli spagnoli, nemici dell'Inghilterra.
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Harriet Tubman

COMBATTENTE PER LA LIBERTÀ

(1822 circa - 10 marzo 1913, Stati Uniti)

Un giorno, mentre si trovava davanti alla porta di un negozio, una ragazza vide passare di corsa un uomo nero. L'uomo era inseguito da un bianco, che strillava: «Fermatelo! È il mio schiavo!». Lei non fece nulla per fermarlo. La ragazza si chiamava Harriet, aveva dodici anni, e anche lei era una schiava. Si augurò con tutto il cuore che quell'uomo riuscisse a fuggire. Avrebbe voluto aiutarlo. Proprio in quell'istante, l'inseguitore scagliò un pesante oggetto di metallo contro lo schiavo in fuga. Mancò il bersaglio, ma colpì la ragazza sulla testa. Harriet rimase gravemente ferita, ma i suoi folti capelli attutirono il colpo, salvandole la vita. «I miei capelli non erano mai stati pettinati» raccontava «e sembravano un grosso cesto.» Qualche anno più tardi, i suoi proprietari la misero in vendita, così Harriet decise di scappare. Viaggiò di notte, nascondendosi durante il giorno. Quando attraversò il confine e giunse in Pennsylvania, si rese conto che per la prima volta in vita sua era libera. «Mi guardai le mani per vedere se ero la stessa persona, ora che ero libera. C'era una tale gloria intorno a ogni cosa, mi sentivo in paradiso.» Poi ripensò allo schiavo fuggitivo e alla sua famiglia nel Maryland, che vivevano ancora come schiavi. Capì che doveva aiutarli. Nel corso degli undici anni successivi, tornò indietro diciannove volte e salvò centinaia di persone dalla schiavitù. Non fu mai catturata, e non perse mai nessuno lungo la strada.
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Hatshepsut

REGINA

(1508 circa - 1458 A.C., Egitto)

Molto tempo prima di Cleopatra, un’altra donna governò l’Egitto per venticinque anni. Si chiamava Hatshepsut e fu la prima donna faraone della storia. A quel tempo, l'idea che una donna potesse essere faraone era così strana che Hatshepsut dovette comportarsi come un uomo per convincere gli Egizi che era la loro legittima sovrana. Si dichiarò re e non regina e cancellò il suffisso femminile dal suo nome; indossava abiti da uomo e a volte perfino una barba finta! Hatshepsut regnò più a lungo e con migliori risultati di qualunque altro faraone della storia d'Egitto. Ma, a quanto pare, non fu sufficiente. Vent'anni dopo la sua morte, qualcuno cercò di cancellarla dalla storia. Le statue che la rappresentavano furono distrutte, e il suo nome fu rimosso da ogni scritto. Perché? Perché un faraone donna spaventava la gente. E se il suo successo avesse incoraggiato altre donne a cercare il potere? Alcune tracce della sua vita e del suo lavoro sono giunte in ogni caso fino a noi e hanno consentito agli archeologi moderni di ricostruire la sua storia. La mummia di Hatshepsut, avvolta in bende di lino e profumata di resine, era stata rimossa dalla tomba originale e nascosta, ma è stata ritrovata nella Valle dei Re qualche anno fa. Per fortuna, non è così facile cancellare la memoria di qualcuno immortalato nella pietra.
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Helen Keller

ATTIVISTA

(27 giugno 1880 - 1 giugno 1968, Stati Uniti)

Una volta, una bambina di nome Helen si ammalò di una brutta febbre, che la lasciò cieca e sorda. Frustrata e arrabbiata, Helen non faceva altro che starsene per terra a gridare e tirare calci. Un giorno, la mamma la portò in una scuola speciale per ciechi. Lì conobbero una giovane insegnante di talento di nome Anne Sullivan, che prese una decisione: avrebbe insegnato a Helen a parlare. Ma come puoi imparare la parola "bambola" se non riesci a vedere la bambola?, si chiedeva Anne. E come fai a dire "acqua" se non hai mai sentito parlare nessuno? Anne si rese conto che doveva sfruttare il senso del tatto della bambina. Tenne le dita di Helen sotto l'acqua corrente e sillabò la parola "acqua" nella sua mano. Poi sillabò la parola "bambola" mentre Helen cullava la sua bambola preferita fra le braccia. All’improvvisò, Helen capì che parole diverse rappresentavano cose diverse! Con le dita sulle labbra di Anne, Helen percepiva le vibrazioni quando le parole venivano pronunciate, e a poco a poco imparò a pronunciarle lei stessa. Ben presto, fu in grado di parlare per la prima volta ad alta voce. Imparò a leggere il Braille facendo scorrere le dita sui puntini in rilievo sulla pagina. Studiò anche diverse lingue: francese, tedesco, latino e perfino il greco! Helen tenne discorsi pubblici e divenne una paladina dei diritti delle persone con disabilità. Viaggiò in tutto il mondo insieme alla sua straordinaria insegnante e al suo amato cane. Con loro non aveva bisogno di parole per esprimere quello che sentiva: le bastava abbracciarli forte.
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Hillary Rodham Clinton

CANDIDATA PRESIDENZIALE

(26 ottobre 1947, Stati Uniti)

C’era un tempo in cui soltanto i bambini maschi potevano essere tutto ciò che volevano: giocatori di baseball, dottori, giudici, poliziotti, presidenti. In quel tempo, in uno stato chiamato Illinois, nacque una bambina di nome Hillary. Hillary era una ragazzina bionda e coraggiosa, con gli occhiali spessi e una grandissima curiosità. Voleva uscire a esplorare il mondo, ma aveva paura dei bulli del suo quartiere, che la prendevano in giro e ridevano di lei. Una volta, la mamma vide che si nascondeva in casa. «Hillary, esci subito fuori e affrontali. Altrimenti li lascerai vincere senza neanche lottare.» E Hillary uscì. Imparò a lottare contro i bulli e ben presto trovò anche altre persone impegnate in una lotta: le persone di colore che lottavano contro il razzismo, le mamme sole che lottavano per crescere bene i loro bambini. Hillary ascoltò le loro storie e si chiese come poteva aiutarle. Il modo migliore per lottare per la giustizia, decise, era entrare in politica. Molti americani non erano abituati a vedere una donna in politica, così la criticavano per motivi sciocchi: la pettinatura, la voce, i vestiti che indossava. Cercarono di farle abbandonare la politica con la prepotenza. Ma lei aveva imparato ad affrontare i bulli, e tenne loro testa. Hillary divenne la prima donna candidata da un grande partito alla presidenza degli Stati Uniti. C'era un tempo in cui le bambine non potevano essere tutto ciò che volevano, ma quel tempo è finito.
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Ipazia

MATEMATICA E FILOSOFA

(370 circa - 8 marzo 415, Grecia)

C’era una volta, nell'antica città di Alessandria d'Egitto, un'immensa biblioteca. Era la più grande del mondo, ma non c'erano né libri né carta. All'epoca infatti la gente scriveva sui papiri, grandi fogli che si ottenevano da una pianta e che venivano poi ripiegati in rotoli. Al posto dei libri che conosciamo oggi, quindi, l'antica biblioteca custodiva migliaia di rotoli di papiro, tutti vergati a mano dagli scribi e riposti con cura sugli scaffali. Nella biblioteca di Alessandria, seduti fianco a fianco, un padre e una figlia studiavano insieme i papiri. Filosofia, matematica e scienze erano le loro materie preferite. Si chiamavano Teone e Ipazia. Ipazia risolveva equazioni e formulava nuove teorie di geometria e aritmetica. Studiare le piaceva così tanto che ben presto cominciò a scrivere dei libri - cioè, dei papiri - tutti suoi. Costruì perfino uno strumento, chiamato astrolabio, per calcolare la posizione del Sole, della Luna e delle stelle in qualsiasi momento. Ipazia insegnava astronomia, e durante le sue lezioni, che erano molto popolari, si rifiutava di indossare l'abito femminile tradizionale e si vestiva da studiosa, come gli altri insegnanti. Purtroppo, tutte le sue opere andarono perdute quando la biblioteca fu distrutta da un incendio. Ma, per fortuna, i suoi studenti scrissero di lei e delle sue idee brillanti, e grazie a loro anche noi abbiamo avuto modo di conoscere questo genio.
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Irena Sendlerowa

EROINA DI GUERRA

(15 febbraio 1910 - 12 maggio 2008, Polonia)

C’era una volta, in Polonia, una bambina di nome Irena che voleva molto bene a suo padre. Un giorno nella loro città, che si chiamava Varsavia, esplose una terribile epidemia di tifo. Il padre di Irena era un medico coraggioso. Avrebbe potuto tenersi alla larga dai malati e non rischiare la vita, invece scelse di prendersi cura di loro e di stargli accanto, finché non si ammalò anche lui. Prima di morire, disse a sua figlia: «Irena, se vedi qualcuno che sta affogando, devi tuffarti per salvarlo». Irena serbò queste parole nel cuore, e quando i nazisti cominciarono a perseguitare gli ebrei aiutò le famiglie ebree a salvare i loro bambini. Dava loro dei nomi cristiani e poi li affidava a famiglie cristiane, che li tenevano al sicuro. Ogni volta annotava i loro veri nomi su delle striscioline di carta, che arrotolava e nascondeva in barattoli di marmellata. Poi seppelliva tutti i barattoli nel giardino di un amico, sotto un grande albero. A volte, i bambini più piccoli piangevano quando Irena li portava via. Per distrarre i soldati nazisti e coprire il pianto, Irena addestrò un cane ad abbaiare a comando. Nascose i bambini dappertutto: sacchi, valigie piene di vestiti, scatole, perfino bare! In tre mesi, salvò 2.500 bambini. Dopo la guerra tornò sotto l'albero, scavò e riportò alla luce i barattoli di marmellata. Grazie a lei, molti di quei bambini riuscirono a riunirsi alle loro famiglie.
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Isabel Allende

SCRITTRICE

(2 agosto 1942, Cile)

Non molto tempo fa, in Cile, viveva una ragazza di nome Isabel. Isabel protestava ogni volta che riceveva un trattamento diverso solo perché era femmina. Ogni volta che qualcuno le diceva che non poteva fare una cosa "perché era una ragazza" il suo cuore si infiammava di indignazione. Le piaceva molto scrivere ed era affascinata dalle persone e dalle loro storie di vita, così decise di diventare giornalista. Un giorno intervistò un famoso poeta cileno di nome Pablo Neruda. «Hai un'immaginazione così fervida» le disse il poeta. «Dovresti scrivere romanzi, non articoli di giornale.» Qualche anno dopo, Isabel ricevette una brutta notizia: suo nonno stava morendo. Era in Venezuela, lontana da casa, e non poteva tornare a trovarlo in Cile, così cominciò a scrivergli una lettera. Ma una volta iniziato a scrivere, scoprì di non riuscire più a fermarsi. Scrisse della sua famiglia, delle persone che erano vive e di quelle che erano morte. Scrisse di un crudele dittatore, di storie d'amore appassionate, di un terribile terremoto, di poteri soprannaturali e di fantasmi. La lettera divenne così lunga che si trasformò in un romanzo: La casa degli spiriti. Fu un grandissimo successo. Isabel ha continuato a scrivere, pubblicando molti altri libri e vincendo più di cinquanta premi letterari. Oggi è tra gli scrittori più famosi del nostro tempo.
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Jacquotte Delahaye

PIRATESSA

(1640 circa - 1660 circa, Haiti)

C’era una volta, ad Haiti, una ragazza con i capelli rossi come il fuoco. Si chiamava Jacquotte. La madre di Jacquotte morì dando alla luce il suo fratellino. Non molto tempo dopo, anche suo padre morì, e Jacquotte dovette trovare un modo per provvedere a se stessa e a suo fratello. Così decise di darsi alla pirateria. Ben presto si ritrovò a capo di una banda di centinaia di pirati. Insieme solcavano i mari, mangiavano carne affumicata, giocavano a carte, caricavano i cannoni e saccheggiavano le navi spagnole. Jacquotte aveva perfino un'isola segreta per sé e i suoi pirati! Però aveva anche molti nemici: sia il governo sia i bucanieri suoi rivali le davano la caccia. Per sfuggirgli, Jacquotte decise di inscenare la propria morte e darsi alla macchia. Cambiò nome e si vestì da uomo, ma il suo inganno non durò a lungo. I suoi capelli rossi erano inconfondibili! Ritornò alla pirateria e tutti cominciarono a chiamarla "la Rossa tornata dal regno dei morti". Jacquotte aveva un'amica, e anche lei era una piratessa! Si chiamava Anne Dieu-le-Veut, era sposata e aveva due bambini. Quando suo marito morì in uno scontro, prese il comando della loro nave e unì le sue forze a quelle di Jacquotte. Furono due fra i pirati più temuti dei Caraibi. Le loro storie divennero leggende che tutti i pirati, maschi e femmine, si tramandavano sotto le stelle, cullati nelle loro amache dal dondolio delle onde, mentre sognavano le avventure alle quali sarebbero andati incontro all'alba.
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Jane Austen

SCRITTRICE

(16 dicembre 1775 - 18 luglio 1817, Regno Unito)

C’era una volta, nella campagna inglese, una bambina che amava i libri sopra ogni cosa. Si chiamava Jane, e non c'era nulla che le piacesse di più che starsene accoccolata sul divano della biblioteca di suo padre, con il naso immerso in un libro. Si lasciava assorbire così tanto dalle storie che a volte discuteva perfino con i personaggi, come se potessero risponderle. Per divertirsi, Jane e i suoi sette fratelli allestivano commedie e sciarade che recitavano di fronte ai genitori. Quando era ancora molto piccola, Jane cominciò a scrivere le sue storie e a leggerle ad alta voce alla sorella Cassandra, per farla ridere. La sua scrittura era come lei: brillante, creativa, arguta e sottile. Per Jane, ogni dettaglio contava: i battibecchi di una coppia, il modo in cui un uomo camminava, i commenti delle cameriere: erano tutti indizi che rivelavano il carattere delle persone. Jane prendeva nota di tutto nei suoi quaderni: era materiale pronto per i suoi romanzi. A quel tempo, tutti pensavano che le ragazze dovessero sposarsi. Ma Jane non voleva sposarsi, perciò non lo fece mai. «Oh, Lizzy! Fa' qualsiasi cosa ma non sposarti senza amore» scrisse in uno dei suoi romanzi. Con Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento ed Emma, solo per citare alcune delle sue opere più note, Jane Austen è entrata nella storia della letteratura inglese. È ancora possibile visitare la sua casa, un bellissimo cottage di campagna. Era lì che Jane scriveva, seduta a una piccola scrivania, guardando dalla finestra i fiori del suo giardino.
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Jane Goodall

PRIMATOLOGA

(3 aprile 1934, Regno Unito)

C’era una volta, in Inghilterra, una bambina che amava leggere e arrampicarsi sugli alberi. Si chiamava Jane, e sognava di andare in Africa e vivere con gli animali selvatici. Quando diventò grande, realizzò il suo sogno: andò in Tanzania, prese taccuino e binocolo e si dedicò a studiare gli scimpanzé nel loro habitat naturale. All'inizio fu difficile. Gli scimpanzé scappavano non appena lei era nei paraggi. Ma Jane continuò ad andare nello stesso posto ogni giorno alla stessa ora. Alla fine, gli scimpanzé le permisero di avvicinarsi. Ma per Jane non era abbastanza: lei voleva fare amicizia. Così si inventò il "club delle banane". Ogni volta che andava a trovarli, portava un casco di banane e lo mangiava insieme a loro. A quel tempo, si sapeva poco degli scimpanzé. Alcuni scienziati avevano provato a studiarli da lontano, usando dei binocoli. Altri li studiavano nelle gabbie. Jane, invece, passava ore in loro compagnia. Cercò di parlare con loro con grida e grugniti. Si arrampicò sugli alberi e mangiò lo stesso cibo che mangiavano loro. Scoprì che gli scimpanzé hanno dei rituali, che usano attrezzi e che il loro linguaggio comprende almeno venti suoni diversi. Scoprì perfino che non sono vegetariani. Una volta, Jane trovò uno scimpanzé ferito e se ne prese cura finché non guarì. Quando lo lasciò libero, prima di tornare nella foresta, lo scimpanzé si voltò e le diede un lungo e tenero abbraccio, quasi come per dire: "Addio e grazie".
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Jessica Watson

VELISTA

(18 maggio 1993, Australia)

C’era una volta una bambina di nome Jessica che aveva paura dell'acqua. Una mattina d'estate, stava giocando in piscina con sua sorella e i suoi cugini. A un certo punto, gli altri bambini si allinearono sul bordo e si prepararono a saltare in acqua tenendosi per mano. La mamma li osservava dalla finestra, per accertarsi che Jessica stesse bene. Si aspettava di vederla allontanarsi dal bordo, ma rimase molto stupita: Jessica avanzò insieme agli altri. Uno... due... tre... splash! Tutti i bambini si tuffarono in acqua, gridando e ridendo. Da quel giorno in poi, Jessica iniziò ad amare l'acqua. Si iscrisse a un club di vela e prese una decisione: avrebbe fatto il giro del mondo in barca a vela, in solitaria e senza fermarsi. Dipinse la sua barca di un bel rosa acceso e la battezzò "Ella's Pink Lady". Stipò la barca di provviste: bistecche e pasticci di carne, patate e barattoli di fagioli, centocinquanta bottiglie di latte e moltissima acqua. Poi salpò dal porto di Sydney. Aveva solo sedici anni. Tutta sola, Jessica navigò senza fermarsi. Affrontò onde alte come grattacieli, si svegliò alla luce di albe meravigliose, incontrò balenottere azzurre e contemplò le stelle cadenti sopra la sua barca. Sette mesi dopo, attraccò di nuovo nel porto di Sydney. Migliaia di persone corsero ad accoglierla, srotolando davanti a lei un tappeto molto speciale: non rosso, ma rosa come la sua barca!
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Jill Tarter

ASTRONOMA

(16 gennaio 1944, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che voleva fare amicizia con le stelle. Si chiamava Jill. "Come possiamo essere soli nell'universo, quando il cielo è così grande?" si chiedeva. Non riusciva a smettere di pensarci, così quando diventò adulta decise di studiare i cieli alla ricerca di forme di vita extraterrestre. Divenne astronoma e direttrice del SETI, il più importante centro di ricerca sulla possibilità di vita nello spazio. Per anni, Jill e la sua squadra di ricercatori studiarono centinaia di sistemi stellari, usando radiotelescopi sparsi in tutto il mondo. Ogni notte, Jill cercava segni di civiltà su qualche pianeta lontano. Nessuno sapeva che tipo di sistemi di comunicazione potevano utilizzare gli alieni, e ancora oggi nessuno lo sa. L'unica cosa che sappiamo è che l'universo è troppo grande per pensare di esserne gli unici abitanti. Jill amava in particolare le passeggiate solitarie sotto il cielo stellato. «Il mio turno in sala controllo cominciava a mezzanotte. Quando andavo al lavoro, Orione era proprio sopra la mia testa, come un vecchio amico» ricorda. Nessuna delle ricerche compiute finora ha saputo produrre una prova scientifica della vita extraterrestre, ma Jill non ha perso la speranza: «Nessuno ha mai detto che non ci sono pesci nel mare solo perché non ce ne sono in un bicchiere d'acqua».
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Jingū

IMPERATRICE

(169-269 circa, Giappone)

C’era una volta, in Giappone, un'imperatrice che aspettava un bambino. Un giorno, l'imperatore suo marito dichiarò guerra a un gruppo di ribelli. Jingū era contraria, e gli raccontò una visione che aveva avuto in sogno: dovevano usare il loro esercito per invadere la Corea, "un Paese pieno di cose meravigliose che incantano lo sguardo". Il marito di Jingū non ascoltò il suo consiglio: perse la battaglia contro i ribelli e morì. Ancora incinta, Jingū tenne segreta la morte del marito, indossò i suoi vestiti e sconfisse i ribelli. Poi guidò l'esercito oltre il Mar del Giappone e conquistò la Corea, come il suo sogno aveva predetto. Oltre a fare sogni che la aiutavano a vincere le battaglie, si pensava che Jingū avesse molti altri poteri magici. La gente diceva che controllava le maree, usando due gioielli speciali che custodiva nel suo portagioie. Altri dicevano che suo figlio, Ojin, fosse rimasto nel suo grembo per tre anni interi, concedendo alla madre il tempo di invadere la Corea e tornare a casa prima di darlo alla luce. Probabilmente, Jingū era solo una donna dalla forza e dal talento eccezionali. Fu una guerriera eroica e non ebbe mai il timore di assumersi la responsabilità delle proprie azioni: «Se questa spedizione avrà successo, sarà grazie a voi, miei ministri; se fallirà, la colpa sarà soltanto mia» disse. La spedizione fu un successo e Jingū regnò per oltre settant'anni.
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Joan Jett

ROCKSTAR

(22 settembre 1958, Stati Uniti)

Joan amava il rock'n'roll e, quando aveva tredici anni, per Natale ricevette un dono: la sua prima chitarra. Era felicissima, ma mancava ancora qualcosa. "Non è male suonare da sola" pensava, "ma se voglio davvero essere una rockstar, ho bisogno di una band." Un anno dopo, aveva messo insieme il suo gruppo: Sandy alla batteria, Cherie alla voce, Jackie al basso e Lita alla chitarra solista. Joan suonava la chitarra ritmica e cantava. Insieme, erano le Runaways. Avevano quindici anni, e non avevano paura di niente. Sul palco, Joan indossava sempre una tuta di pelle rossa, mentre Cherie si presentava spesso solo con la lingerie indosso. «Siete troppo giovani» diceva la gente. «E allora?» rispondevano loro. «Fate troppo chiasso» si lamentavano altri. E loro suonavano ancora più forte. «Le ragazze non possono suonare il punk rock.» «Ah sì? Guardate qua!» Una delle loro prime canzoni, Cherry Bomb, riscosse un grande successo. Il loro secondo album, Queens of Noise, fu un vero fenomeno in Giappone. Ma non era sempre una passeggiata. Negli Stati Uniti, le Runaways si spostavano in tour su un vecchio furgone scassato, viaggiando di notte da una città all'altra. A volte il pubblico le fischiava о lanciava oggetti sul palco, ma a loro non importava. Vivevano per la musica, ed erano spiriti liberi e selvaggi.
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Julia Child

CHEF

(18 agosto 1912 - 13 agosto 2004, Stati Uniti)

Alta un metro e ottantotto, Julia Child era una ragazza di statura non comune. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, decise di arruolarsi. Ma l'esercito la rifiutò perché era troppo alta, e anche in marina non la vollero per lo stesso motivo. Così diventò una spia. Una delle sue prime missioni fu la risoluzione di un problema altamente esplosivo. Nell'oceano erano state sparse delle bombe destinate ai sottomarini tedeschi. Solo che continuavano a esplodere nel momento sbagliato, per colpa degli squali che vi si avvicinavano troppo. Tutti gli altri agenti non sapevano cosa fare, ma Julia ebbe un'idea. Cominciò a cucinare. Mescolando ingredienti disgustosi di tutti i tipi, preparò delle torte che puzzavano di squalo morto, una volta in acqua. Gli squali non osarono più avvicinarsi. Un po' come quando ci spruzziamo sulle braccia uno spray per difenderci dalle zanzare. Julia fece la stessa cosa, ma con le bombe e gli squali. Alla fine della guerra, Julia andò in Francia con suo marito, che doveva trasferirsi lì per lavoro. Quando assaggiò per la prima volta il cibo francese, ne fu estasiata: non riusciva a credere che esistesse qualcosa di così buono! Altro che torte anti-squalo! Decise di iscriversi alla scuola di cucina più prestigiosa del mondo, Le Cordon Bleu, e imparò tutto ciò che gli chef avevano da insegnarle. Julia diventò un'esperta mondiale di cucina francese, e il suo libro di ricette fu un enorme successo. Condusse anche dei programmi televisivi, e concludeva sempre augurando a tutti "Bon appétit!" - tranne che agli squali, naturalmente.
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Kate Sheppard

SUFFRAGETTA

(10 marzo 1847 - 13 luglio 1934, Nuova Zelanda)

C’era un tempo in cui gli uomini credevano che le donne fossero al mondo solo per servirli. Pensavano che le donne dovessero cucinare e pulire, badare ai bambini e non preoccuparsi di altro. Le donne dovevano indossare "vestiti femminili", ovvero abiti lunghi con corsetti stretti. Il fatto che, così vestite, facessero fatica a muoversi e a respirare non aveva importanza; contava solo che fossero carine. Erano molte le cose che le donne non potevano fare. Avere un lavoro? Impossibile. Fare sport? Impossibile. Governare il Paese? Ancora più impossibile. Le donne non potevano nemmeno votare! Ma Kate pensava che le donne dovessero avere la stessa libertà degli uomini: la libertà di dire quello che pensavano, di votare per chi volevano e di indossare vestiti comodi. Un giorno, decise di reagire e dichiarò chiaro e tondo: «Le donne devono avere diritto al voto. E devono smettere di indossare il corsetto». La gente la prese in molti modi: alcuni rimasero scioccati, altri indignati, altri ancora furono ispirati dalle sue idee nuove e radicali. Kate e le sue amiche fecero una petizione e raccolsero così tante firme che dovettero incollare molti fogli per formare un lungo rotolo. Poi lo portarono in parlamento e lo srotolarono a terra, come un lunghissimo tappeto. Immaginate settantaquattro furgoncini del gelato parcheggiati in fila: era perfino più lungo di così! Era la petizione più lunga che fosse mai stata presentata. I legislatori rimasero senza parole. Grazie a Kate, la Nuova Zelanda divenne il primo Paese al mondo in cui le donne conquistarono il diritto al voto.
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Lakshmi Bai

REGINA E GUERRIERA

(19 novembre 1828 - 18 giugno 1858, India)

C’era una volta, nello stato di Jhansi, in India, una ragazza che amava combattere. Si chiamava Lakshmi Bai. Studiava autodifesa, tiro con l'arco e scherma. Si allenava molto nel sollevamento pesi e nella lotta libera, ed era anche un'ottima cavallerizza. Formò un suo esercito personale insieme ad altre ragazze che come lei erano esperte nelle tecniche di combattimento. Lakshmi Bai sposò Gangadhar Rao, il maharaja di Jahnsi, e divenne regina, che in sanscrito si dice "Rani". Lakshmi e Gangadhar ebbero un figlio, ma il bambino morì tragicamente molto presto. Il maharaja non si riebbe mai dal dolore della sua perdita, e morì poco dopo. All'epoca l'India era sotto il dominio degli inglesi, che volevano impadronirsi anche dello Jhansi. Usarono la morte del figlio e del marito di Lakshmi come scusa, e le ordinarono di lasciare il palazzo. All'inizio, Rani Lakshmi Bai cercò di opporsi agli inglesi legalmente, ma loro si rifiutarono di ascoltarla. Così radunò un esercito di ventimila ribelli, uomini e donne. Dopo una feroce battaglia, il suo esercito fu sconfitto, ma Rani Lakshmi Bai non si arrese nemmeno allora. Montò a cavallo, saltò giù dalle mura e si diresse a oriente, dove fu raggiunta da altri ribelli, molti dei quali donne come lei. Rani Lakshmi Bai condusse di nuovo le sue truppe in battaglia, a cavallo e vestita come un uomo. Uno dei generali inglesi la ricordò come "il capo dei ribelli più pericoloso di sempre."
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Leila Lombardi

PILOTA DI FORMULA UNO

(26 marzo 1941 - 3 marzo 1992, Italia)

Una ragazza aiutava sempre suo padre a consegnare la carne col furgone. Ogni volta che c'era una consegna da fare, lei saltava alla guida e suo padre teneva il tempo. Si chiamava Maria Grazia, ma tutti la chiamavano Leila. Leila era così brava a guidare che stabiliva un nuovo record a ogni consegna. Tutti in città erano abituati a vedere il furgone dei Lombardi che sfrecciava a tutta birra per le colline, con i salami appesi che dondolavano sul retro. Quando compì diciotto anni, Leila spese tutti i suoi risparmi per comprare una macchina da corsa usata e cominciò a gareggiare da professionista. Quando lessero sui giornali che aveva vinto il campionato di Formula 850, i suoi genitori non rimasero molto stupiti. A Leila non importava di essere l'unica donna in gara. Guidava solo più forte che poteva per diventare una pilota di Formula Uno. Il suo primo tentativo fu un fiasco: non si qualificò nemmeno. Ma l'anno successivo si procurò un bravo manager, uno sponsor e un'auto fantastica: bianca, con la bandiera italiana sul muso. Durante il Gran Premio di Spagna, Leila arrivò sesta, diventando la prima donna del mondo a classificarsi in una gara di Formula Uno. Malgrado il suo successo, la sua squadra decise di assumere un nuovo pilota - un uomo - e Leila si rese conto che la Formula Uno non era ancora pronta ad accettare le donne al volante. Ciononostante, continuò a correre tutta la vita. Nessun'altra donna ha ancora battuto il suo record.
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Lozen

GUERRIERA

(1840 circa - 1886, Stati Uniti)

С’era una volta una ragazza che voleva essere una guerriera. Si chiamava Lozen e apparteneva a una tribù Apache, un popolo nomade di nativi americani che viveva dove oggi sorgono l'Arizona, il Nuovo Messico e il Texas. Quando Lozen era ancora una bambina, l'esercito degli Stati Uniti attaccò gli Apache per impadronirsi della loro terra. Lozen vide molti amici e parenti morire in battaglia, e da quel giorno in poi giurò a se stessa che avrebbe dedicato la vita a difendere la sua tribù e la sua gente. «Non voglio imparare i lavori delle donne e non voglio sposarmi» disse a suo fratello Victorio. «Voglio diventare una guerriera.» Victorio era il capo della loro tribù e le insegnò a combattere e a cacciare. La voleva sempre al suo fianco in battaglia. «Lozen è il mio braccio destro» diceva. «Forte come un uomo, più coraggiosa della maggior parte dei guerrieri e abile stratega, è uno scudo per il suo popolo.» Il suo coraggio e la sua forza erano leggendari. La gente credeva che avesse poteri sovrannaturali che le permettevano di anticipare le mosse del nemico. Divenne la sciamana della tribù, ovvero il capo spirituale e la guaritrice della sua gente. Dopo la morte del fratello, Lozen unì le forze con un altro famoso capo Apache, Geronimo. Alla fine fu catturata insieme a quest'ultimo gruppo di Apache liberi, ma il suo ricordo è rimasto indelebile nel cuore di tutti coloro che combattono per la libertà.
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Мае С. Jemison

ASTRONAUTA E DOTTORESSA

(17 ottobre 1956, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina curiosa che non riusciva a decidere che cosa voleva fare da grande. Si chiamava Mae. Quando cuciva i vestiti per la sua Barbie, voleva fare la stilista; se leggeva un libro sui viaggi spaziali, voleva diventare astronauta; quando aggiustava un giocattolo, pensava che forse l'ingegneria era la sua strada; se andava a teatro, esclamava: «Forse diventerò una ballerina». Il mondo era il suo laboratorio ed erano moltissimi gli esperimenti che voleva tentare. Studiò ingegneria chimica, cultura afroamericana e medicina. Imparò a parlare il russo, lo swahili e il giapponese. Quando diventò dottoressa, andò volontaria in Cambogia e Sierra Leone. Poi fece domanda alla NASA per diventare astronauta. Mae passò la selezione e dopo un anno di addestramento fu mandata nello spazio a bordo di uno shuttle. Si occupava di fare i test sugli altri membri dell'equipaggio. Poiché non era solo astronauta ma anche dottoressa, la sua missione era condurre esperimenti su fenomeni come l'assenza di gravità e il malessere da movimento, che possono essere un bel problema quando si fluttua a testa in giù nello spazio. Quando tornò sulla Terra, anche se lo spazio le era piaciuto moltissimo, capì che la sua vera passione era migliorare la situazione sanitaria in Africa. Così si licenziò dalla NASA e fondò un'azienda che usa i satelliti proprio a questo scopo. Mae Jemison è stata la prima donna afroamericana ad andare nello spazio.
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Malala Yousafzal

ATTIVISTA

(12 luglio 1997, Pakistan)

C’era una volta una bambina a cui piaceva molto andare a scuola. Si chiamava Malala. Malala abitava in un tranquillo villaggio del Pakistan. Un giorno, un gruppo di uomini armati chiamati talebani prese il controllo della valle, terrorizzando la gente con i suoi fucili. I talebani proibirono alle bambine e alle ragazze di andare a scuola. Molte persone non erano d'accordo, ma per sicurezza preferirono tenere le loro figlie a casa. Malala pensava che fosse ingiusto, e lo scrisse nel suo blog. Amava molto la scuola, perciò un giorno disse in TV: «L'istruzione è potere per le donne. I talebani stanno chiudendo le scuole femminili perché non vogliono che le donne abbiano potere». Qualche giorno dopo, Malala prese il suo scuolabus come al solito. A un tratto, però, due talebani fermarono l'autobus e gridarono: «Chi di voi è Malala?». Quando le sue amiche la guardarono, gli uomini spararono e la colpirono alla testa. Malala fu subito portata in ospedale e non mori. Migliaia di bambini e bambine le scrissero di guarire presto, e lei si riprese più in fretta di quanto si potesse immaginare. «Pensavano di farci tacere con i proiettili, ma non ci sono riusciti» ha detto. Anzi, nel 2014 Malala è stata la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace. «Prendiamo i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.»
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Manal Al-Sharif

ATTIVISTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

(25 aprile 1979, Arabia Saudita)

C’era una ragazza che voleva guidare la macchina, ma viveva in Arabia Saudita, un Paese in cui le regole religiose proibiscono alle donne di guidare. Si chiamava Manal, e un giorno decise di infrangere quelle regole. Prese in prestito l'auto di suo fratello e guidò per le strade della sua città. Poi postò un video su YouTube che la mostrava al volante: voleva che la maggiore quantità possibile di donne vedesse quello che stava facendo e trovasse il coraggio di imitarla. «Se gli uomini possono guidare, perché non possono farlo le donne?» diceva in quel video. Dopotutto, era una domanda semplice. Ma alle autorità religiose non piacque per niente. «E se altre donne cominciassero a guidare?» gridarono. «Andrebbero fuori controllo.» Qualche giorno dopo, Manal fu arrestata e dovette promettere di non guidare più. Nel frattempo, però, il suo video era stato guardato da migliaia di persone e, qualche settimana dopo, centinaia di coraggiose donne saudite si misero in strada con le loro auto, sfidando le autorità religiose. Manal fu di nuovo rinchiusa in prigione, ma continuò a protestare e a incoraggiare le donne a guidare e a battersi per i loro diritti. «Non chiedete quando sarà abolito questo divieto. Uscite e guidate.»
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Margaret Hamilton

INFORMATICA

(17 agosto 1936, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che portò l'uomo sulla Luna. Si chiamava Margaret e ci sapeva davvero fare con i computer. A soli ventiquattro anni fu assunta dalla NASA, l'agenzia che negli Stati Uniti si occupa dell'esplorazione dello spazio. Aveva accettato il lavoro per provvedere al marito e alla figlia, e non aveva la minima idea che di lì a poco si sarebbe ritrovata a capo di una rivoluzione scientifica che avrebbe cambiato il mondo. Margaret era ingegnere e guidò la squadra di programmatori del codice che permise alla navicella spaziale Apollo 11 di atterrare sana e salva sulla superficie della Luna. Lavorava moltissimo, e la sera e nei weekend portava con sé la figlia Lauren, di quattro anni. Mentre la bambina dormiva, lei continuava a programmare, creando le sequenze del codice da aggiungere al computer del modulo di comando dell'Apollo. Il 20 luglio 1969, pochi minuti prima che la navicella si posasse sulla superficie lunare, il computer cominciò a mandare segnali di errore. L'intera missione era in pericolo. Per fortuna, Margaret aveva impostato il computer in modo che si concentrasse sul compito principale e ignorasse tutto il resto. Così, invece di abolire la missione, l'Apollo 11 atterrò sulla Luna. L'atterraggio fu salutato dal mondo come "un piccolo passo per l'uomo, ma un grande passo per l'umanità". Ma non sarebbe mai successo senza le straordinarie doti di programmazione e il sangue freddo di una donna: l'ingegnere della NASA Margaret Hamilton.
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Margaret Thatcher

PRIMA MINISTRA

(13 ottobre 1925 - 8 aprile 2013, Regno Unito)

C’era una volta, in Gran Bretagna, una ragazza a cui non importava quello che gli altri pensavano di lei. Era convinta di dover fare quello che riteneva giusto. Ad alcuni piaceva per la sua franchezza, altri pensavano che fosse maleducata. Margaret alzava le spalle e andava per la sua strada. Studiò chimica e diventò una scienziata, ma la sua vera passione era la politica, così cercò di farsi eleggere nel parlamento britannico. La prima volta non ce la fece, e nemmeno la seconda, ma Margaret non era tipo da arrendersi. Decise di tornare all'università e studiare legge. Nel frattempo, si sposò ed ebbe due bambini. Quando giunsero di nuovo le elezioni, non venne neppure presa in considerazione, perché gli uomini del suo partito pensavano che una giovane madre non fosse adatta alla vita in parlamento. Finalmente, qualche anno più tardi, il suo sogno divenne realtà, e Margaret fu eletta in parlamento. Ebbe un tale successo che diventò leader del partito conservatore e poi Prima Ministra, la prima donna della storia del Regno Unito a ricoprire questo ruolo. Quando tolse il latte gratuito agli alunni della scuola primaria, fu detestata. Quando vinse la guerra delle isole Falkland contro l'Argentina, fu ammirata per la sua forza e determinazione. Margaret lavorava molto ed era una donna estremamente concreta. A volte, alcuni provavano a farle pressioni per convincerla a prendere decisioni che non condivideva, ma lei non cedeva mai. Ecco perché divenne famosa come la "Lady di ferro".
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Margherita Hack

ASTROFISICA

(12 giugno 1922 - 29 giugno 2013, Italia)

Una volta, in una via di Firenze chiamata Via delle Cento Stelle, nacque una bambina. Si chiamava Margherita e da grande sarebbe diventata una straordinaria astrofisica, una scienziata che studia le proprietà delle stelle e dei pianeti. Mentre studiava fisica, Margherita si interessò sempre di più alle stelle. «Siamo parte dell'evoluzione dell'universo» diceva. «Dal calcio delle nostre ossa fino al ferro del nostro sangue, siamo fatti interamente di elementi creati nel cuore delle stelle. Siamo davvero "figli delle stelle".» Il posto preferito di Margherita era l'Osservatorio di Arcetri. Su una collina di Firenze, scrutava i cieli attraverso un enorme telescopio, con la testa piena di domande: come si evolvono le galassie? Quanto distano le stelle l'una dall'altra? Cosa possiamo imparare dalla loro luce? Margherita viaggiò in tutto il mondo, tenendo conferenze e ispirando altri a studiare le stelle. Tornata a Firenze, divenne la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico. Diceva che alcune delle sue migliori amiche erano stelle. Si chiamavano Età Boo, Zeta Her, Omega Tau e 55 Cygni. C'è perfino un asteroide che porta il suo nome! Per Margherita, essere una scienziata significava basare la propria conoscenza del mondo naturale sui fatti, sulle osservazioni e sugli esperimenti, e avere un'instancabile curiosità per il mistero della vita.
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Maria Callas

CANTANTE LIRICA

(2 dicembre 1923 - 16 settembre 1977, Grecia)

Maria era una bambina goffa e per niente popolare. Era certa che sua madre volesse più bene a sua sorella perché era più magra, più carina e più popolare di lei. Un giorno, la madre di Maria scoprì che la bambina aveva una voce straordinaria, così la incoraggiò a cantare: avrebbe guadagnato dei soldi per tutta la famiglia. Provò anche a iscriverla al Conservatorio Nazionale di Atene, ma Maria fu respinta perché non aveva mai studiato canto in modo formale. Così sua madre la mandò da un'insegnante privata. Quando la donna la sentì cantare per la prima volta, rimase senza parole. Era la voce più straordinaria che avesse mai udito. Nel giro di pochi mesi, Maria fu in grado di eseguire tutte le arie più difficili, e non solo: il suo modo di cantare andava dritto al cuore. Maria fece di nuovo domanda d'ammissione al Conservatorio Nazionale e questa volta fu ammessa. Una sera, debuttò sul palcoscenico del teatro dell'opera più prestigioso al mondo: la Scala di Milano. Quando cominciò a cantare, il pubblico si ritrovò a pendere da ogni singola nota e da ogni singola parola che usciva dalle sue labbra. La voce di Maria li trasportava in un luogo pieno di passione, rabbia, gioia e amore. Alla fine, scrosciarono gli applausi. Tutti si alzarono in piedi e lanciarono rose sul palcoscenico. Maria diventò la soprano più famosa di tutti i tempi, tanto da meritarsi un appellativo unico: la Divina.
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Maria Montessori

DOTTORESSA ED EDUCATRICE

(31 agosto 1870 - 6 maggio 1952, Italia)

C’era una volta un'insegnante che lavorava con i bambini disabili. Si chiamava Maria ed era anche una dottoressa. Invece di applicare i vecchi metodi di insegnamento, Maria osservava i bambini per capire come imparavano. Nella sua scuola, i bambini non erano costretti a fare quello che gli diceva l'insegnante. Potevano muoversi liberamente e scegliere l'attività che preferivano. Le sue tecniche innovative si dimostrarono molto efficaci con i bambini disabili, così Maria decise di aprire una scuola per tutti i bambini dove avrebbe applicato gli stessi metodi. La chiamò "La Casa dei Bambini". Per la sua nuova scuola, Maria inventò dei mobili a misura di bambino: sedie piccole e leggere che i bambini potevano spostare facilmente, e scaffali bassi, per consentire loro di raggiungere le cose senza doverle chiedere a un adulto. Maria inventò anche dei giocattoli che incoraggiavano i bambini a scoprire il mondo in modo molto pratico e indipendente. Durante le sue lezioni, imparavano ad allacciarsi e slacciarsi i bottoni della camicia, a trasportare un bicchiere d'acqua senza rovesciarlo, ad apparecchiare la tavola da soli. «Ai bambini dobbiamo insegnare a essere autosufficienti» diceva. «Se sanno allacciarsi le scarpe e vestirsi da soli, proveranno quella felicità che è data dall'indipendenza.» Il metodo di Maria Montessori è applicato ancora oggi in migliaia di scuole e aiuta i bambini di tutto il mondo a crescere forti e liberi.
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Maria Reiche

ARCHEOLOGA

(15 maggio 1903 - 8 giugno 1998, Germania)

C’era una volta, in una piccola casa nel deserto peruviano, un'avventurosa matematica tedesca di nome Maria Reiche. Sulle rocce del deserto erano scolpite centinaia di linee. Nessuno sapeva a cosa servissero, о perché si trovassero lì, e nemmeno da quanto tempo ci fossero. Queste linee misteriose, chiamate "le linee di Nazca", divennero la passione di Maria. Sorvolava il deserto in aereo о in elicottero per poterle riprodurre su una mappa e, quando non c'erano mezzi a disposizione, si arrampicava sulla scala più alta che riusciva a trovare e osservava le linee da lassù. Alcune erano coperte dalla polvere del deserto, perciò dovette ripulirle con la scopa. Usò talmente tante scope che alcuni pensarono che fosse una strega! Studiando le linee, fece una scoperta incredibile: non erano scarabocchi casuali, ma enormi disegni! Ed erano stati tracciati dai popoli che vivevano in quella terra migliaia di anni fa. Che disegni erano? C'era un colibrì, per esempio! E delle mani intrecciate! Dei fiori! Un ragno gigante! E forme geometriche di tutti i tipi! Perché quei popoli antichi avevano creato dei disegni che si potevano vedere solo dal cielo? Che cos'erano? Era un mistero che Maria voleva risolvere a tutti i costi. Scoprì che le linee corrispondevano alle costellazioni del cielo notturno. «È come una gigantesca mappa del cielo» concluse. Quando Maria si era trasferita dalla Germania in Perù, non stava cercando dei misteriosi disegni giganti. Ma quando li trovò, capì che avrebbe dedicato il resto della sua vita a tentare di comprenderli. Alla fine, divenne famosa come "la Signora delle Linee".
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Maria Sibylla Merian

NATURALISTA

(2 aprile 1647 - 13 gennaio 1717, Germania)

Maria era una bambina che amava l'arte. Ogni giorno, raccoglieva i fiori per dipingerli. A volte, trovava dei bruchi sui fiori, così dipingeva anche loro e il modo in cui cambiavano, di giorno in giorno, fino a trasformarsi in bellissime farfalle. Nell'epoca in cui viveva Maria, la gente credeva che le farfalle spuntassero dal fango come per magia. Maria sapeva che non era così, ma nessuno le credeva. Passarono gli anni, e Maria divenne un'ottima acquarellista. Mise per iscritto le sue scoperte, ma a quel tempo gli scienziati prendevano sul serio solo i libri scritti in latino, e quello di Maria era in tedesco. Un giorno, Maria e sua figlia decisero di trasferirsi in una nuova città: Amsterdam. Qui, Maria vide intere collezioni di insetti esotici provenienti dal Sud America. "Se potessi studiare questi insetti nel loro habitat naturale, scriverei un libro che la gente prenderebbe in considerazione" si disse. Così vendette i suoi dipinti e salpò per il Sud America. Nelle foreste pluviali del Suriname, Maria e sua figlia si arrampicarono sugli alberi più alti per studiare gli insetti. Maria scrisse il suo nuovo libro in latino e questa volta fu un grandissimo successo. Tutti impararono che le farfalle vengono dai bruchi e non dal fango! È un processo chiamato "metamorfosi" (da una parola latina che significa "cambiare forma"). Oggi, sappiamo che sono molti gli animali che subiscono la metamorfosi: le rane, le falene, gli scarafaggi, i granchi... e tutto grazie all'opera di Maria Sibylla Merian!
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Marie Curie

SCIENZIATA

(7 novembre 1867 - 4 luglio 1934, Polonia)

C’era una volta, in Polonia, una scuola segreta. La gente la chiamava "l'Accademia Fluttuante". Il governo dell'epoca stabiliva con molta severità chi poteva studiare e chi no, e le ragazze non potevano frequentare l'università. Marie e sua sorella, dunque, studiavano nella scuola segreta, ma erano stanche di nascondersi. Un giorno seppero che a Parigi c'era la Sorbona, un'università che accettava le ragazze, così decisero di trasferirsi in Francia. Marie era affascinata dai metalli e dai magneti. Scoprì che alcuni minerali erano radioattivi: emanavano potenti raggi e brillavano al buio. Per analizzare le proprietà di questi minerali, Marie li bruciava, li fondeva e li filtrava, per poi restare alzata tutta la notte a guardarli brillare. Le radiazioni sono usate per curare molte malattie, ma sono anche molto pericolose. Pensate che, dopo tutti questi anni, i quaderni e gli strumenti di Marie sono ancora radioattivi e, se volete osservarli da vicino, dovete indossare dei vestiti e dei guanti protettivi. Il marito di Marie, Pierre, trovò la sua ricerca così interessante che decise di abbandonare il suo lavoro sui cristalli per unirsi a lei. Insieme, scoprirono due nuovi elementi radioattivi: il polonio e il radio. Marie Curie vinse due premi Nobel per il suo lavoro e avrebbe potuto diventare molto ricca con le sue scoperte. Invece, scelse di rendere disponibili i frutti della sua ricerca a tutti, gratuitamente.
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Mary Anning

PALEONTOLOGA

(21 maggio 1799 - 9 marzo 1847, Regno Unito)

In una minuscola casetta sulla costa meridionale dell'Inghilterra viveva una bambina di nome Mary. La casa era così vicina al mare che a volte veniva allagata dalle tempeste. I venti e le burrasche spazzavano spesso le scogliere e rivelavano la presenza di fossili, ovvero dei resti di piante e animali preistorici morti moltissimo tempo fa. Mary non poteva andare a scuola perché la sua famiglia era troppo povera, ma imparò da sola a leggere e scrivere. Studiò la geologia per conoscere meglio le rocce, e l'anatomia per capire meglio gli scheletri degli animali preistorici che trovava lungo la costa. Un giorno, vide spuntare una strana forma da uno scoglio. Mary prese il suo martellino speciale e con molta attenzione cominciò a battere sulla roccia. Così, un pezzettino alla volta, riportò alla luce uno scheletro lungo nove metri. Aveva un lungo becco, ma non era un uccello. Aveva file di denti affilati, ma non era uno squalo. Aveva le pinne, ma non era un pesce. E aveva anche una lunga coda sottile! Era la prima volta che veniva scoperto quel genere di fossile di dinosauro, e Mary lo chiamò "ittiosauro", che significa "pesce-lucertola". A quel tempo, la gente credeva che la Terra avesse solo poche migliaia di anni. I fossili di Mary contribuirono a dimostrare la presenza di vita sul nostro pianeta da centinaia di milioni di anni. Scienziati di tutto il mondo andarono a trovare Mary, la scienziata autodidatta che amava passeggiare lungo la costa.
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Mary Edwards Walker

CHIRURGA

(26 novembre 1832 - 21 febbraio 1919, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza di nome Mary che si vestiva come le pareva. Indossava stivali, pantaloni, camicie, cravatte. A quel tempo, le ragazze dovevano indossare corsetti molto stretti e strati di sottovesti sotto le gonne. Conciate in quel modo, era difficile muoversi e a volte perfino respirare. Ma a differenza dei genitori di tutte le sue amiche, la mamma e il papà di Mary pensavano che tutti, bambine e ragazze incluse, dovessero vestirsi come volevano. Suo padre, un medico di campagna autodidatta, pensava che tutti i suoi bambini sarebbero stati più felici e più sani indossando pantaloni e camicie comodi, soprattutto con il caldo e l'umidità dell'estate. Mary era felice, perché preferiva di gran lunga i vestiti da maschio. Il padre incoraggiò Mary, suo fratello e le sue sorelle a studiare. Mary voleva fare la dottoressa, così frequentò la scuola di medicina e si laureò, diventando una delle prime donne degli Stati Uniti a ottenere questo risultato. Mary sposò un suo collega medico, e il giorno delle nozze indossò giacca e pantaloni, perché le piacevano di più dell'abito da sposa tradizionale. Proprio perché si vestiva da uomo, qualche volta Mary fu perfino arrestata. Ma per lei erano soltanto vestiti, si sentiva libera di indossare quello che voleva. Quando scoppiò la guerra civile, servì come volontaria nell'esercito dei nordisti. Salvò molte vite, e alla fine del conflitto ricevette la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti: la Medaglia d'Onore del Congresso. Mary la indossò per tutta la vita. La appuntava sul bavero della giacca, vicino alla cravatta.
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Mary Kom

PUGILE

(1 marzo 1983, India)

C’era una volta, in India, una bambina di nome Mary. La sua famiglia era molto povera e faticava a procurarsi da mangiare. Mary voleva aiutarla ad avere una vita migliore, così decise di diventare pugile. Un giorno, andò in palestra e si avvicinò decisa all'allenatore. «Mi allenerai?» chiese. «Sei troppo mingherlina» rispose lui. «Vattene.» Ma alla fine della giornata, l'uomo scoprì che la ragazzina lo stava aspettando all'uscita. «Voglio fare il pugile. Mettimi sul ring» insisté Mary. L'uomo si decise ad accettarla, anche se con riluttanza, e Mary cominciò ad allenarsi con molto impegno. Quando iniziò a combattere sul ring, vinse molti incontri. Ma non aveva detto nulla ai suoi genitori, perché non voleva che si preoccupassero. Un giorno, suo padre aprì il giornale e trovò una notizia che parlava di lei. «Ma sei tu?» le chiese. «Sì» rispose orgogliosa Mary. «Che succederà se ti farai del male?» chiese la madre. «Non abbiamo i soldi per il dottore!» «Lavorerò sodo e risparmierò il più possibile. Non ti preoccupare» replicò lei. Mary dormì in ostelli, mangiò riso e verdure perché non poteva permettersi la carne, saltò la colazione perché aveva i soldi solo per il pranzo e per la cena. E divenne una campionessa. I suoi genitori guardavano i suoi incontri in TV. Mary vinceva una medaglia dopò l'altra, e ne vinse una anche alle Olimpiadi! Divenne l'orgoglio del suo villaggio e finalmente riuscì a provvedere alla sua famiglia, proprio come sognava da bambina.
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Matilde Montoya

DOTTORESSA

(14 marzo 1859 - 26 gennaio 1939, Messico)

C’era una volta, in Messico, una donna di nome Soledad che aveva una bambina chiamata Matilde. Soledad si accorse presto che sua figlia aveva un'intelligenza fuori dal comune. A quattro anni sapeva leggere e scrivere, e a undici era già pronta per le scuole superiori. Quando compì sedici anni, Matilde cominciò a fare pratica per diventare levatrice. Ma aveva sogni più grandi: voleva essere una dottoressa. Quando si iscrisse alla scuola nazionale di medicina, era l'unica studentessa, e furono in molti a dirle che una donna non avrebbe mai potuto fare il dottore. Ma Matilde aveva sua madre e molti amici dalla sua parte. Alla fine del primo anno, l'università cercò di mandarla via. Matilde scrisse una lettera al presidente del Messico e chiese il suo intervento. Il presidente la aiutò: scrisse all'università e ordinò loro di smettere di essere così ingiusti con lei. Matilde finì il suo corso, ma a questo punto l'università le impedì di accedere all'esame finale. Matilde scrisse di nuovo al presidente, e di nuovo il presidente intervenne. Questa volta, varò una legge per consentire alle donne di studiare medicina e diventare dottoresse. Il presidente in persona andò ad assistere al suo esame finale. Fu un momento storico. Il giorno dopo, i giornali di tutto il Paese celebrarono la storia della "Señorita Matilde Montoya", la prima donna del Messico a diventare dottoressa.
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Maud Stevens Wagner

TATUATRICE

(febbraio 1877 - 30 gennaio 1961, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che amava molto i tatuaggi. Si chiamava Maud ed era un'artista del circo. Maud era un'ottima trapezista e contorsionista, e il pubblico andava tutte le sere ad ammirare le sue evoluzioni nell'aria. Un giorno, incontrò un uomo di nome Gus Wagner che aveva il corpo completamente ricoperto di tatuaggi: scimmie, farfalle, leoni, cavalli, serpenti, alberi, donne, e chi più ne ha più ne metta! «Sono un'opera d'arte ambulante!» diceva sempre. A Maud piacquero così tanto i suoi tatuaggi che accettò di uscire con lui, a patto che ne facesse uno anche a lei. Cominciarono con un tatuaggio, poi Gus gliene fece un altro, e poi un altro, e un altro ancora... finché anche il corpo di Maud non fu totalmente ricoperto di tatuaggi. Maud imparava in fretta, e ben presto cominciò a lavorare come tatuatrice per gli altri artisti del circo e per il pubblico, senza mai smettere di esibirsi come acrobata nel circo e negli spettacoli dei luna park. All'epoca, i tatuaggi erano insoliti e la gente affollava il circo per guardare a bocca aperta le donne dai vestiti succinti, con la pelle nuda ricoperta di inchiostro. Maud e Gus lavoravano così bene insieme che divennero inseparabili. Alla fine si sposarono e diffusero l'arte del tatuaggio fuori dai tendoni del circo e in tutto il Paese. Maud è la prima tatuatrice nota degli Stati Uniti.
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Maya Angelou

SCRITTRICE

(4 aprile 1928 - 28 maggio 2014, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che smise di parlare per cinque anni. Pensava che le sue parole potessero ferire le persone e aveva giurato a se stessa di non emettere più un suono. Si chiamava Maya. La gente pensava che Maya fosse matta, ma in realtà era soltanto spaventata. «So che un giorno ricomincerai a parlare» le ripeteva sua nonna. «Troverai la tua voce» le diceva il suo amato fratello. Maya li ascoltava parlare e cominciò a memorizzare tutto quello che sentiva о leggeva: poesie, canzoni, racconti, conversazioni. «Era come mettere un CD. Se volevo, potevo scorrere nella mia memoria e pensare: ecco che cosa voglio ascoltare» ricorderà in seguito. Divenne così brava a memorizzare le parole, che quando cominciò a scrivere fu come una musica che fluiva dalla sua penna. Scrisse della sua infanzia, di cosa voleva dire crescere in una città in cui gli afroamericani erano trattati male per il colore della loro pelle. La sua scrittura divenne la voce del Movimento per i Diritti Civili e di tutti coloro che si battevano per i diritti degli afroamericani. Non si stancava mai di ricordarci che tutti noi, bianchi о neri, maschi о femmine, abbiamo uguali diritti. Oltre ai suoi molti libri, Maya aveva un talento così grande che scrisse anche canzoni, opere teatrali e film, e recitò sul palcoscenico e sullo schermo. «Guardatemi ora: sono nera, sono una donna, sono americana, sono del Sud» disse una volta a un gruppo di studenti neri. «Guardate me e guardate voi stessi. C'è qualcosa che non potete fare?»
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Maya Gabeira

SURFISTA

(10 aprile 1987, Brasile)

C’era una volta una bambina che amava le onde. Ma non le onde piccole in cui ci si diverte a sguazzare al mare. E nemmeno quelle che si vedono dal molo. A lei piacevano le onde super mega giganti e voleva diventare una supereroina del surf. «Ancora, Maya?» si lamentava la mamma quando la vedeva correre per l'ennesima volta verso la spiaggia. «Sei sempre bagnata e infreddolita, e tutti gli altri surfisti sono maschi!» Ma a Maya non importava: il surf era la sua passione. «I maschi? Si abitueranno a me!» rispondeva. Cominciò a viaggiare per il mondo alla ricerca delle onde più grandi. Andò in Australia, alle Hawaii, in Portogallo, in Brasile. Saltava su un aereo e arrivava ovunque sperasse di trovare una nuova grande onda. Una volta, in Sudafrica, ne cavalcò una alta quattordici metri, la più alta in assoluto per il surf femminile. Maya vinse ogni gara importante e divenne la surfista più pagata del mondo. Ma un giorno, in Portogallo, un'onda la colse di sorpresa. Il muro d'acqua le crollò addosso, trascinandola sotto. Maya si ruppe diverse ossa e rischiò di affogare prima che il suo compagno la salvasse e la rianimasse. Dopo un incidente così spaventoso, la maggior parte della gente avrebbe avuto paura di tornare in acqua e forse avrebbe pensato di dedicarsi ad altro nella vita. Ma non Maya. Non appena guarì, tornò subito sulla stessa spiaggia in Portogallo. «La adoro» disse. «Il surf da queste parti è mitico!»
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Melba Liston

TROMBONISTA

(13 gennaio 1926 - 23 aprile 1999, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina minuta che voleva suonare il trombone. Si chiamava Melba. Quando aveva sette anni, arrivò in città un venditore di strumenti musicali. Melba vide uno strumento d'ottone scintillante, e capì subito che doveva averne uno a tutti i costi. «Quello?» esclamò sua madre. «Per una bambina così piccola? Santo cielo, è alto quasi quanto te!» Ma lei non si diede per vinta. «È la cosa più bella che abbia mai visto» insisté. Fu così che Melba cominciò a suonare il trombone tutti i giorni. Provò a prendere lezioni di musica, ma non andava d'accordo con l'insegnante. «Imparerò da sola. Suonerò a orecchio» decise. Era difficile, ma Melba amava il suono deciso e penetrante che faceva lo strumento. Nel giro di un anno, divenne così brava da suonare il trombone solista alla radio locale. Quando era ancora un'adolescente, Melba girò gli Stati Uniti con una band guidata dal trombettista Gerald Wilson. Qualche anno più tardi, fu scelta per accompagnare Billy Holiday, una delle più grandi cantanti jazz di tutti i tempi, in un tour nel Sud degli Stati Uniti. Purtroppo, il tour non ottenne il successo sperato, così quando Melba tornò a casa decise di smettere di suonare. Ma la sua passione era troppo forte, e riprese presto a scrivere musica e a suonare. Pubblicò anche un album solista, intitolato Melba Liston and her 'Bones, "Melba Liston e i suoi tromboni", e si occupò di arrangiamenti per altri musicisti, intrecciando ritmi, armonie e melodie in meravigliose canzoni destinate a tutti i grandi jazzisti del Novecento.
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Michaela DePrince

BALLERINA

(6 gennaio 1995, Sierra Leone)

Una volta, una bambina di nome Michaela perse i suoi genitori durante una terribile guerra. Michaela aveva la vitiligine, una malattia della pelle che le causava delle macchie bianche sul collo e sul petto, e per via del suo aspetto, all'orfanotrofio la chiamavano "la figlia del diavolo". La piccola Michaela era sola e spaventata, e così era anche un'altra bambina di nome Mia. Quando Michaela aveva paura, Mia le cantava una canzone. Quando Mia non riusciva a dormire, Michaela le raccontava una storia della buonanotte. Divennero migliori amiche. Un giorno, il vento trascinò una rivista davanti al cancello dell'orfanotrofio. Sulla copertina c'era una bellissima signora con un abito scintillante e le scarpette a punta. «È una ballerina» spiegò la maestra. "Sembra così felice" pensò Michaela, che allora aveva quattro anni. "Voglio essere come lei." Poco tempo dopo, fu portata via per un lungo viaggio. Michaela e Mia furono separate. Per smettere di avere paura, Michaela cominciò a sognare. Sognava che lei e Mia avevano una mamma e che lei era una ballerina. Alla fine del viaggio, una signora andò da Michaela e le disse che voleva adottare non solo lei, ma anche Mia! Tutti i suoi sogni si stavano avverando. Perciò... dov'era il suo tutù? Cominciò a guardarsi intorno. «Che cosa stai cercando?» chiese la sua nuova mamma. Michaela le mostrò la sua rivista. «Anche tu puoi essere una ballerina» disse allora la mamma con un sorriso. Oggi Michaela è una ballerina del Balletto Nazionale Olandese e continua a dedicarsi alla danza con tutta se stessa.
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Michelle Obama

AVVOCATA E FIRST LADY

(17 gennaio 1964, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che aveva sempre paura. Si chiamava Michelle Robinson e abitava a Chicago con la sua famiglia, in un appartamento che aveva una sola camera. «Forse non sono abbastanza intelligente. Forse non sono abbastanza brava» si preoccupava Michelle. E sua madre diceva: «Se si può fare, puoi farcela». «Tutto è possibile» diceva suo padre. Michelle si impegnava molto. A volte, gli insegnanti le dicevano che non doveva puntare troppo in alto, perché i suoi voti non erano abbastanza buoni. Altri dicevano che non avrebbe mai ottenuto grandi risultati, perché "era solo una ragazzina nera del South Side di Chicago". Ma Michelle scelse di ascoltare i suoi genitori. "Tutto è possibile" pensava. Così si laureò a Harvard e divenne un'avvocata in un grande studio. Un giorno, il suo capo le chiese di fare da tutor a un giovane avvocato. Il suo nome era Barack Hussein Obama. I due giovani si innamorarono e si sposarono pochi anni dopo. Un giorno, Barack le disse che voleva diventare Presidente degli Stati Uniti. All'inizio, Michelle pensò che fosse pazzo, ma poi ricordò le parole di sua madre: "Se si può fare, puoi farcela". Così si licenziò e lo aiutò nella campagna elettorale. Barack vinse le elezioni (due volte!) e Michelle divenne la prima first lady afroamericana degli Stati Uniti. Il suo motto è: "Nessuno nasce intelligente. Si diventa intelligenti attraverso il proprio impegno".
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Millo Castro Zaldarriaga

PERCUSSIONISTA

(1922 circa, Cuba)

С’era una volta una bambina che sognava di suonare i tamburi. Viveva in un'isola piena di musica, di colori e di papaye deliziose. Si chiamava Millo. Tutti sull'isola sapevano che soltanto i maschi potevano suonare i tamburi. «Vattene» le gridavano quando si avvicinava. «Non è una cosa da femmine.» Non sapevano che la passione di Millo per i tamburi era più forte di un granchio del cocco. Durante il giorno, ascoltava tutti i suoni che la circondavano: le palme che danzavano al vento; il frullio delle ali dei colibrì; gli schizzi d'acqua e fango quando saltava a piedi uniti in una pozzanghera - SPLASH! Di notte, si sedeva sulla spiaggia e ascoltava il rumore del mare. «Perché non posso suonare i tamburi anch'io?» chiedeva alle onde. Un giorno, Millo convinse suo padre a portarla a lezione di musica. Timpani, conga, bonghi... Sapeva suonare tutto! L'insegnante ne fu così colpito che cominciò a darle lezioni tutti i giorni. «Suonerò in una vera orchestra!» continuava a dire Millo. Quando sua sorella Cuchito formò le Anacaona, la prima orchestra da ballo di Cuba composta solo da donne, Millo si unì a loro come percussionista. Ben presto, tutti ballavano al ritmo della loro musica. Millo divenne una musicista famosa in tutto il mondo. A soli quindici anni, suonò perfino alla festa di compleanno di un presidente americano!
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Le sorelle Mirabal

ATTIVISTE

(Patria, 27 febbraio 1924 - 25 novembre 1960; Minerva, 12 marzo 1926 - 25 novembre 1960; Maria Teresa, 15 ottobre 1935 - 25 novembre 1960; Dedé, 1 marzo 1925 - 1 febbraio 2014; Repubblica Dominicana)

Quando un crudele dittatore di nome Raphael Trujillo prese il potere nella Repubblica Dominicana, quattro sorelle cominciarono a battersi per la libertà. Erano le sorelle Mirabal: Minerva, Patria, Maria Teresa e Dedé. La gente le chiamava "Las Mariposas", "Le Farfalle". Distribuirono degli scritti di protesta e organizzarono un movimento per contestare il dittatore e riportare la democrazia nel loro Paese. A Trujillo la cosa non piacque per niente. Per come la vedeva lui, le ragazze come le sorelle Mirabal erano solo una buona compagnia per andare alle feste. Dovevano riempirlo di complimenti, ricevere fiori e regali, sorridere e dire grazie. Di certo non avevano alcun diritto di far sentire la propria voce e mostrarsi in disaccordo. Figuriamoci se potevano cercare di rovesciare la sua dittatura! La strenua indipendenza delle Farfalle lo spaventava, così tentò diverse strategie per metterle a tacere. Le rinchiuse in prigione, proibì loro di esercitare l'avvocatura, fece recludere Minerva e sua madre in una stanza d'albergo... cercò perfino di sedurre Minerva! Ma Minerva disse no. Lei non era in vendita. Non ci teneva a diventare l'amante di un potente tiranno. Una cosa sola le importava: la libertà del suo Paese. Il coraggio delle sorelle Mirabal fu di grande ispirazione per i dominicani e diede loro la forza di opporsi alla dittatura. Alla fine, Trujillo fu abbattuto. Sull'obelisco alto più di quaranta metri che Trujillo aveva fatto erigere per celebrare il suo potere, oggi c'è un murale che celebra le sorelle Mirabal, le quattro farfalle che sfidarono un tiranno.
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Miriam Makeba

ATTIVISTA E CANTANTE

(4 marzo 1932 - 9 novembre 2008, Sudafrica)

Un tempo gli abitanti del Sudafrica venivano trattati in modi molto diversi a seconda del colore della pelle. I bianchi e i neri non potevano trascorrere del tempo insieme e non potevano nemmeno innamorarsi e avere figli tra loro: era illegale. Questo sistema crudele si chiamava "apartheid". Fu in questo mondo che nacque Miriam, una bambina che amava cantare. Ogni domenica, Miriam andava in chiesa con sua madre. Desiderava così ardentemente cantare nel coro che si intrufolava nel retro della chiesa ogni volta che c'erano le prove. Quando Miriam crebbe, registrò più di cento canzoni con il suo gruppo femminile, le Skylarks. Cantava della vita in Sudafrica: cosa le dava gioia, cosa la rendeva triste, cosa la faceva arrabbiare. Cantava della gioia di ballare e cantava dell'apartheid. La gente amava le sue canzoni, soprattutto una, intitolata Pata Pata, che era il suo più grande successo. Ma al governo non piaceva il messaggio anti-apartheid della musica di Miriam. Voleva mettere a tacere la sua voce di protesta. E quando Miriam lasciò il Paese per andare in tour, le tolsero il passaporto e non le permisero di tornare. Miriam cantò in tutto il mondo e divenne un simbolo della fiera battaglia africana per la libertà e la giustizia. La gente cominciò a chiamarla "Mama Africa". Passarono trentun anni e alla fine le permisero di tornare a casa. Poco tempo dopo, l'apartheid fu finalmente sconfitto.
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Misty Copeland

BALLERINA

(10 settembre 1982, Stati Uniti)

Era una magnifica sera quando Misty salì sul palcoscenico di fronte a un pubblico ammutolito per danzare da protagonista in un balletto intitolato L'uccello di fuoco. Misty era l'unica afroamericana in una delle compagnie di ballo più famose del mondo, ed era il suo esordio come prima ballerina. Si alzò il sipario, e le sue braccia si mossero aggraziate come le ali di un uccello. Misty piroettò e volteggiò per tutto il palcoscenico in lunghi, splendidi salti. Il pubblico era incantato. Quando alla fine calò il sipario, tuttavia, rivelò un segreto che nessuno avrebbe potuto immaginare. Si era fatta male a una gamba, e aveva sofferto molto durante tutto lo spettacolo. Aveva sei fratture alla tibia sinistra e doveva essere operata. Sembrava uno scherzo crudele: la sera stessa in cui il suo sogno si realizzava, le veniva detto che forse non avrebbe mai più potuto danzare. Per Misty era inaccettabile. Amava troppo la danza. Era stata la danza a trovare Misty quando aveva tredici anni e viveva in un motel con sua madre e i suoi cinque fratelli. Era stata la danza a trovarla quando non avrebbe mai pensato di potersi guadagnare da vivere con qualcosa che la appassionava tanto. Così si sottopose all'operazione e alle successive terapie, e lei si impegnò con tutte le sue forze per tornare in forma e danzare di nuovo con l'American Ballet Theatre. Alla fine ce l'ha fatta. E ora può dire di aver danzato anche nel Lago dei cigni: un vero cigno nero, più forte ed elegante che mai.
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Nancy Wake

SPIA

(30 agosto 1912 - 7 agosto 2011, Nuova Zelanda)

C’era una volta una ragazza che diventò un agente segreto. Quando aveva solo sedici anni, viaggiò da sola dall'Australia all'Inghilterra e si fece assumere da un giornale. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, si unì alla resistenza francese (la Maquis) per combattere contro i nazisti. Dopo una fuga in Inghilterra, Nancy si fece paracadutare di nuovo in Francia per continuare a dare il suo contributo: addestrare e organizzare i combattenti della resistenza e salvare i piloti inglesi che erano stati abbattuti sorvolando la Francia. Nancy procurava loro dei documenti d'identità falsi e poi li trasferiva in Spagna attraverso le montagne, in modo che potessero tornare in Gran Bretagna sani e salvi. Ogni volta, riusciva a spuntarla sulla polizia segreta tedesca (la Gestapo), e ben presto si trovò in cima alla loro lista dei ricercati. Le diedero anche un soprannome: "il topo bianco", perché era imprendibile! Nancy era anche una grande soldata. Era un'ottima tiratrice e non perdeva mai il sangue freddo. Quando la sua unità subì un attacco a sorpresa da parte dei tedeschi, prese il comando di una sezione il cui capo era stato ucciso, e con una freddezza eccezionale organizzò una ritirata senza ulteriori perdite. Alla fine della guerra, quando la Francia fu liberata, Nancy ricevette molte onorificenze: la George Medal dagli inglesi, la Medaglia della Libertà dagli americani, tre Croci di Guerra e la Medaglia della Resistenza dai francesi. In seguito, ricevette anche la più alta onorificenza francese, diventando Cavaliere della Legion d'onore.
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Nanny dei Maroons

REGINA

(1686 - 1733 circa, Giamaica)

C’era una volta, in Giamaica, una schiava che aveva antenati africani di sangue reale. Si chiamava Regina Nanny, ed era a capo di un gruppo di schiavi fuggitivi chiamati Maroons. A quel tempo, la Giamaica era occupata dagli inglesi, che riducevano gli africani in schiavitù e li deportavano in Giamaica per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Ma Regina Nanny voleva la libertà per sé e per la sua gente e riuscì a fuggire, liberando molti altri schiavi e portandoli sulle montagne, dove costruirono un villaggio chiamato Nanny Town. L'unica strada per arrivare a Nanny Town era uno stretto sentiero nella giungla. Regina Nanny insegnò ai Maroons a ricoprirsi di foglie e rami per mimetizzarsi nella giungla. Quando i soldati inglesi attraversavano la foresta in fila indiana, non avevano idea di essere circondati. Ma al suono di un segnale improvviso, gli "alberi" intorno a loro si animavano e li attaccavano. Nanny Town però aveva un problema. I suoi abitanti avevano fame. Una notte, indebolita dagli stenti e preoccupata per la sua gente, Regina Nanny si addormentò e fece un sogno. Uno dei suoi antenati le diceva: «Non ti arrendere. Il cibo è a portata di mano». Quando si svegliò, si ritrovò dei semi di zucca nelle tasche. Li piantò sulla collina e presto la sua tribù ebbe cibo in abbondanza. Da allora in poi, la collina di Nanny Town fu chiamata Pumpkin Hill, la "collina della zucca".
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Nellie Bly

REPORTER

(5 maggio 1864 - 27 gennaio 1922, Stati Uniti)

In un villaggio della Pennsylvania c'era una bambina che si vestiva sempre di rosa. Si chiamava Nellie. Quando suo padre morì, la famiglia dovette affrontare molte difficoltà. Cosi Nellie, ormai grande, andò a cercare lavoro per aiutare sua madre a sbarcare il lunario. Un giorno, Nellie lesse un articolo su un giornale locale. Si intitolava così: "Cosa è bene che facciano le ragazze". Nell'articolo, le ragazze che lavoravano erano descritte come "mostri", perché l'autore credeva che il posto delle donne fosse uno solo: la casa. Nellie si infuriò e scrisse un'appassionata lettera di protesta al direttore del giornale. Colpito dallo stile della sua scrittura, il direttore le offrì un posto come reporter. Nellie si dimostrò presto un'ottima giornalista investigativa. Si trasferì a New York e iniziò a lavorare per il New York World, un quotidiano diretto dal famoso Joseph Pulitzer. Una volta, finse di essere malata di mente e si fece internare in un manicomio per testimoniare il pessimo trattamento che subivano le pazienti. Nellie era temeraria, intelligente e compassionevole. Il giornale le propose una sfida. Jules Verne aveva scritto un romanzo di successo intitolato II giro del mondo in ottanta giorni: Nellie avrebbe potuto farcela in meno tempo? Qualche ora dopo, Nellie aveva già preparato i bagagli ed era salpata dal porto di New York a bordo di un piroscafo. Viaggiando via nave, via treno e anche a dorso di mulo, si impose un ritmo faticosissimo, mentre la gente scommetteva sul risultato della sua impresa. Alla fine, 72 giorni, 6 ore e 11 minuti dopo, Nellie tornò a New York: ce l'aveva fatta!
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Nettie Stevens

GENETISTA

(7 luglio 1861 - 4 maggio 1912, Stati Uniti)

C’era una volta un'insegnante di nome Nettie Stevens, che decise di diventare scienziata. Risparmiò il più possibile e, a trenta- cinque anni, si trasferì in California per frequentare l'università di Stanford. Mentre era all'università, le sue ricerche si concentrarono sempre di più su un obiettivo: scoprire perché i maschi diventano maschi e le femmine diventano femmine. La risposta, ne era certa, era nello studio delle cellule. L'umanità si interrogava sulla questione da quasi duemila anni. Scienziati e filosofi avevano inventato teorie di ogni tipo per dare una spiegazione: alcuni dicevano che dipendeva dalla temperatura del corpo del padre, altri che dipendeva dall'alimentazione... in pratica, nessuno ne aveva la minima idea. Per risolvere questo mistero una volta per tutte, Nettie si mise a studiare i vermi della farina. Analizzando per ore le loro cellule al microscopio, fece un'importante scoperta: le larve femmina avevano venti cromosomi grandi, mentre le larve maschio avevano solo diciannove cromosomi grandi e uno piccolo. «Bingo!» gridò Nettie, con gli occhi ancora incollati al microscopio. Uno scienziato di nome Edmund Wilson fece una scoperta simile più о meno nello stesso periodo, ma non comprese quanto fosse importante. Wilson pensava che il genere fosse condizionato anche dall'ambiente, ma Nettie disse: «Eh, no. È tutto dovuto ai cromosomi». E aveva ragione.
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Nina Simone

CANTANTE

(21 febbraio 1933 - 21 aprile 2003, Stati Uniti)

Nina era una bambina orgogliosa e molto dotata. Atre anni, mentre era in chiesa con la mamma, si arrampicò senza farsi notare sulla panca dell'organo e imparò a suonare un inno. Quando aveva cinque anni, il datore di lavoro della madre si offrì di pagarle delle lezioni di piano e Nina iniziò a studiare da pianista classica. Si impegnava molto, lavorava sodo e aveva un talento straordinario. A dodici anni, diede il suo primo concerto. I suoi genitori erano seduti in prima fila, ma furono costretti a cedere il posto a degli spettatori bianchi. Nina si rifiutò di iniziare a suonare finché i suoi genitori non furono di nuovo in prima fila. Nina riversava la sua passione nella musica e non sopportava il razzismo. Voleva che tutti i neri fossero fieri e liberi, che abbracciassero i loro talenti, che pensassero liberamente. Ecco perché scrisse canzoni come Brown Baby о Young, Gifted and Black. Nina Simone sapeva quanto il razzismo facesse soffrire i neri, e voleva che trovassero forza con le sue canzoni. «La cosa peggiore di questo tipo di pregiudizio» diceva «è che per quanto ti senti ferita e arrabbiata, il pregiudizio alimenta le tue insicurezze, i tuoi dubbi. Cominci a pensare: "Forse non sono abbastanza brava".» Nina decise di coltivare il suo talento, anziché la sua paura, e divenne una delle cantanti jazz più famose del mondo.
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Policarpa Salavarrieta

SPIA

(26 gennaio 1795 - 14 novembre 1817, Colombia)

C’era una volta a Bogotá, una città della Colombia, una giovane sarta che era anche una spia. Il suo vero nome era segreto, ma la maggior parte della gente la conosceva come Policarpa Salavarrieta. Quando era bambina, la sua madrina le insegnò a cucire. Non avrebbe mai immaginato che un giorno quel mestiere avrebbe contribuito a provocare una rivoluzione nel suo Paese. All'epoca, la Colombia era governata dalla Spagna. Molte persone, chiamate "realisti", erano orgogliose di avere un re spagnolo. Altre invece erano rivoluzionare come Policarpa, e volevano che la Colombia fosse libera. I realisti erano sempre alla ricerca dei rivoluzionari per arrestarli, e Policarpa dovette cambiare nome per non farsi catturare. Policarpa lavorava come sarta nelle case dei realisti, e mentre aggiustava gli abiti delle signore, raccoglieva informazioni sui loro piani, per poi passarle ai suoi amici rivoluzionari. Un giorno, i realisti arrestarono un messaggero che aveva con sé dei segreti che lei aveva procurato loro, e Policarpa fu arrestata. Le dissero che le avrebbero risparmiato la vita, ma solo a una condizione: doveva rivelare i nomi dei suoi amici. Lei li guardò dritto negli occhi e rispose: «Sono una giovane donna, non mi fate paura». Ancora oggi, Policarpa ispira gli uomini e le donne della Colombia e di tutto il mondo a combattere per la libertà e la giustizia, senza paura.
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Rita Levi Montalcini

SCIENZIATA

(22 aprile 1909 - 30 dicembre 2012, Italia)

Quando la sua tata morì di cancro, Rita decise di diventare una dottoressa. Era particolarmente affascinata dai neuroni (ciò di cui è fatto il nostro cervello), così, dopo la laurea, cominciò le sue ricerche in questo campo insieme a uno straordinario professore di nome Giuseppe Levi e a un gruppo eccezionale di scienziati. Erano nel bel mezzo di un'importante ricerca quando un crudele dittatore promulgò una legge: gli ebrei non potevano lavorare all'università. Rita fuggì in Belgio insieme al professore, che era ebreo come lei. Ma quando i nazisti invasero il Belgio, dovette fuggire di nuovo e tornò in Italia. È difficile lavorare come scienziata quando devi nasconderti in continuazione e non hai accesso a un laboratorio, ma Rita non si arrese. Trasformò la sua camera in un piccolo laboratorio di ricerca. Affilò gli aghi da cucito per creare strumenti chirurgici e sistemò un piccolo tavolo operatorio di fronte al letto, che usava per dissezionare i polli e studiare le cellule al microscopio. Quando la sua città fu bombardata, Rita fuggì un'altra volta, e poi un'altra volta ancora. Di nascondiglio in nascondiglio, tuttavia, qualunque fossero le difficoltà e ovunque si trovasse, continuava a lavorare. Per la sua opera nel campo della neurobiologia, Rita ricevette il Nobel per la medicina: la terza persona della sua classe di medicina a ottenere questo risultato!
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Rosa Parks

ATTIVISTA

(4 febbraio 1913 - 24 ottobre 2005, Stati Uniti)

Una volta la città di Montgomery, in Alabama, era una città segregata. Le persone nere e le persone bianche frequentavano scuole diverse, pregavano in chiese diverse, facevano la spesa in negozi diversi, usavano ascensori diversi e bevevano perfino da fontanelle pubbliche diverse. Tutti viaggiavano negli stessi autobus, però dovevano sedersi in settori diversi: i bianchi davanti, i neri dietro. Rosa Parks era cresciuta in questo mondo in bianco e nero. Per i neri era difficile, e molti erano tristi e arrabbiati a causa della segregazione, ma se protestavano venivano messi in prigione. Un giorno Rosa, che allora aveva quarantadue anni, prese l'autobus per tornare a casa dopo il lavoro e si sedette dietro. L'autobus era molto pieno e non c'erano abbastanza posti davanti (nel settore riservato ai bianchi), così l'autista disse a Rosa di alzarsi e cedere il posto a un bianco. Rosa disse no. Passò la notte in prigione, ma questo atto di coraggio dimostrò alla gente che era possibile dire no all'ingiustizia. Gli amici di Rosa organizzarono un boicottaggio. Chiesero a ogni persona nera della città di non prendere gli autobus di Montgomery finché le cose non fossero cambiate. Il passaparola fu rapido ed efficace. Il boicottaggio durò 381 giorni. Finì quando la segregazione negli autobus fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Ci vollero dieci anni perché la segregazione fosse bandita in tutti gli altri stati, ma alla fine accadde, grazie al primo, coraggioso "No" di Rosa.
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Ruth Bader Ginsburg

GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA

(15 marzo 1933, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che sognava di diventare una grande avvocata. «Un avvocato donna?» la derideva la gente. «Non essere ridicola! Avvocati e giudici sono sempre uomini.» Ruth si guardò intorno, e vide che in effetti era vero. "Ma non c'è motivo per cui le cose non debbano cambiare" pensò. Fece domanda di ammissione alla facoltà di legge di Harvard e si distinse come uno degli studenti più brillanti. Anche suo marito Marty studiava a Harvard. «Tua moglie dovrebbe stare a casa a sfornare biscotti e badare alla bambina» diceva la gente. Ma Marty non li ascoltava. Ruth era una cuoca terribile! E poi lui adorava occuparsi della loro bambina ed era orgoglioso del successo della moglie. Ruth difendeva strenuamente i diritti delle donne e disputò sei casi fondamentali sulla parità di genere di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Poi divenne la seconda donna nominata giudice della Corte Suprema nella storia del Paese. La Corte Suprema è composta da nove giudici. «Se mi chiedono quando ci saranno abbastanza donne nella Corte Suprema, rispondo: "Quando ce ne saranno nove". La gente rimane scioccata, ma ci sono stati nove uomini per un'eternità e nessuno ha mai alzato un sopracciglio.» Arrivata agli ottant'anni, Ruth fa ancora venti flessioni al giorno ed è diventata un'icona di stile, grazie ai colletti stravaganti che indossa in tribunale sopra la toga da giudice.
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Ruth Harkness

ESPLORATRICE

(21 settembre 1900 - 20 luglio 1947, Stati Uniti)

Molto tempo fa, gli zoo non sapevano granché su come prendersi cura degli animali. Era raro che gli animali esotici sopravvivessero al viaggio per arrivare in America. I visitatori erano abituati a vedere quegli stessi animali imbalsamati, ed era difficile provare compassione per un animale imbalsamato. Così, quando il marito di Ruth decise di andare in Cina per catturare un panda vivo e portarlo nel suo Paese, fece molto scalpore. Purtroppo però, pochi mesi dopo il suo arrivo, l'uomo morì. Ruth era una stilista di New York e conosceva pochissimo la Cina. Ma le mancava suo marito e amava l'avventura. Così si disse: "Finirò quello che Bill ha iniziato. Andrò in Cina e tornerò con un panda". Una volta arrivata, Ruth esplorò le foreste più fitte, si inerpicò fino ad antichi monasteri, seguì il corso dei fiumi di giorno e accese fuochi la notte. Una notte, udì un rumore. Ruth lo seguì fin dentro la foresta e trovò un cucciolo di panda nella cavità di un tronco. Lo prese in braccio, ma non sapeva cosa fare. Gli diede del latte. Quando tornò in città, si comprò una pelliccia, in modo che il cucciolo si sentisse più a suo agio quando era fra le sue braccia. Chiamò il panda Su Lin e lo portò con sé negli Stati Uniti, per lasciarlo allo zoo di Chicago. Decine di migliaia di persone videro quanto era carino Su Lin e compresero che tutti gli animali selvatici meritano rispetto e amore.
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Seondeok di Silla

REGINA

(606 circa - 17 febbraio 647, Corea)

C’era una volta, a Siila, uno dei tre regni della Corea, una quattordicenne molto intelligente che diventò regina. Si chiamava Seondeok. Un politico di nome Bidam non fu affatto contento della sua incoronazione, e guidò una rivolta contro di lei con uno slogan molto chiaro: "Le donne non possono governare!". Quando vide una stella cadente, disse che era un segno: il regno di Seondeok sarebbe caduto presto. Ma Seondeok fece volare un aquilone in fiamme e disse alla gente che la sua stella era tornata nel cielo. Non era la prima volta che Seondeok stupiva tutti con una trovata geniale. Quando era bambina, il re suo padre aveva ricevuto un sacchetto di semi di papavero dall'imperatore della Cina. Il sacchetto era decorato con un'immagine di quei fiori. «Saranno dei fiori magnifici» disse Seondeok, guardando l'illustrazione. «Peccato che non avranno un buon profumo.» «Come lo sai?» chiese il padre. «Se fossero profumati, ci sarebbero anche api e farfalle nell'immagine.» Quando i papaveri fiorirono, si vide che Seondeok aveva ragione: i fiori non avevano odore. La giovane regina mandò studiosi e allievi in Cina a imparare le lingue e i costumi cinesi, forgiando così forti legami di amicizia fra i due Paesi. Seondeok fu la prima regina di Siila, dopo ventisei re.
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Serena e Venus Williams

TENNISTE

(Serena, 26 settembre 1981; Venus, 17 giugno 1980; Stati Uniti)

C’era una volta un uomo di nome Raul, che vendeva tacos all'angolo di una strada della città di Compton, in California. Ogni giorno, Raul vedeva un uomo e le sue due figlie passare davanti al suo baracchino, diretti a un campo da tennis nelle vicinanze. L'uomo si chiamava Richard Williams e le figlie erano Serena e Venus. Ogni giorno, Richard portava una cesta di palle da tennis al campo e insegnava alle figlie a giocare. Serena aveva solo quattro anni all'epoca, ed era così piccola che quando sedeva in panchina i suoi piedi non toccavano terra. Era spesso la giocatrice più giovane nei tornei a cui la iscriveva il padre, ma questo non le impediva di vincere. A Compton c'erano delle bande di ragazzi che a volte causavano guai, ma quando vedevano giocare Venus e Serena, erano rapiti dalla passione e dalla determinazione delle due sorelle. Restavano a guardarle sbigottiti, e si assicuravano che nessuno le disturbasse. Venus e Serena si allenarono molto, mettendo tutte se stesse nel tennis. Arrivate all'adolescenza, erano così forti che il padre dichiarò che erano sulla via giusta per diventare le migliori tenniste del mondo. Ed è andata proprio così! Entrambe le sorelle sono state al primo posto nella classifica mondiale, e ancora oggi sono l'orgoglio di Raul, del padre e dell'intera città di Compton.
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Simone Biles

GINNASTA

(14 marzo 1997, Stati Uniti)

C’era una ragazza che sapeva volare. Si chiamava Simone Biles. Simone era una ginnasta, la più grande ginnasta della storia degli Stati Uniti. Quando Simone faceva il suo ingresso sul tappeto, il pubblico non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Era così veloce, forte, flessibile, agile! Sapeva volare nell'aria con una grazia e una velocità stupefacenti, volteggiava, roteava e atterrava ogni volta in modo impeccabile. Simone iniziò a fare ginnastica quando aveva solo sei anni. Arrivata ai diciotto, aveva già vinto così tante medaglie che quando partì per le Olimpiadi di Rio tutti si aspettavano che non ne vincesse una, ma cinque. Un giorno, un giornalista le chiese: «Come fai ad affrontare tutta questa pressione?». «Cerco di non pensarci. Al momento, il mio obiettivo è essere più costante alle parallele asimmetriche.» «E l'obiettivo di vincere una medaglia d'oro?» «Una medaglia non può essere un obiettivo» replicò Simone con un sorriso. «Come dice sempre mia mamma: "Se fare del tuo meglio significa arrivare prima, fantastico. Se significa arrivare quarta, è fantastico lo stesso".» Simone fu adottata dalla sua mamma quando aveva tre anni. È stata lei a insegnarle che restare umili e fare del proprio meglio è l'unico modo per vivere una vita piena ed essere d'ispirazione per tutti coloro che ti circondano. Alle Olimpiadi di Rio, Simone vinse cinque medaglie, quattro delle quali d'oro!
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Sonita Alizadeh

RAPPER

(1996, Afghanistan)

Sonita aveva dieci anni quando i suoi genitori le dissero: «Dobbiamo venderti in sposa». Cominciarono a comprarle dei bei vestiti e a prendersi cura di lei più di quanto avessero mai fatto. Sonita non sapeva di preciso cosa significasse, ma di una cosa era certa: non voleva sposarsi. Voleva studiare, scrivere e cantare canzoni. Quando lo disse a sua madre, lei le rispose: «Ci servono i soldi per comprare una sposa per tuo fratello maggiore. Non abbiamo scelta. Dobbiamo vendere te». All'ultimo momento, tuttavia, il matrimonio combinato sfumò. In Afghanistan, il Paese in cui la famiglia viveva, era scoppiata la guerra, e Sonita e suo fratello furono mandati a vivere in un campo per rifugiati in Iran. Sonita andò a scuola da quelle parti e iniziò a scrivere le sue canzoni. Quando compì sedici anni, sua madre andò a trovarla, e le disse che doveva tornare in Afghanistan, perché avevano trovato un altro marito disposto a comprarla. Di nuovo, Sonita rispose di no. Voleva bene a sua madre, ma non voleva sposarsi. Voleva fare la rapper. Scrisse una canzone molto dura intitolata Brides for Sale, "Spose in vendita", e la caricò su YouTube. Il video divenne virale, Sonita conquistò la fama e vinse una borsa di studio per studiare musica negli Stati Uniti. «Nel mio Paese, le brave ragazze stanno zitte» racconta adesso. «Ma io voglio condividere le parole che ho dentro.»
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Sylvia Earle

BIOLOGA MARINA

(30 agosto 1935, Stati Uniti)

C’era una volta una giovane scienziata che amava fare immersioni di notte, quando l'oceano è buio e non si capisce se i pesci dormono о sono svegli. «Di notte» diceva «si vedono moltissimi pesci che non si vedono di giorno.» Si chiamava Sylvia. Sylvia era a capo di una squadra di acquanaute: insieme alle sue compagne, viveva sott'acqua per settimane, si immergeva con ogni genere di veicolo sottomarino e studiava la vita dell'oceano come mai nessuno prima di lei. Una notte, Sylvia indossò una muta speciale: bianca e grigia, grande come una tuta spaziale, con un enorme casco a cupola dotato di quattro finestre rotonde per guardare fuori. A sei miglia dalla costa, si tuffò a una profondità mai raggiunta prima da nessuno senza l'ausilio di un sommergibile. Laggiù, dove il buio è più nero di una notte senza stelle, alla flebile luce di una lampada subacquea, mise piede sul fondo dell'oceano, proprio come il primo uomo, con una tuta simile alla sua, ma miglia e miglia sopra la sua testa, aveva messo piede sulla superficie della luna. «Senza l'oceano» ci spiega ancora oggi, «non ci sarebbe vita sulla Terra. Non ci sarebbero esseri umani, animali, ossigeno, piante. Se non conosciamo l'oceano, non possiamo amarlo.» Sylvia ha studiato le correnti nascoste, ha scoperto piante sottomarine e incontrato i pesci degli abissi. «Dobbiamo prenderci cura degli oceani» dice. «Volete unirvi a me in una missione per proteggere il cuore azzurro della Terra?»
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Tamara De Lempicka

PITTRICE

(16 marzo 1898 - 18 marzo 1980, Polonia)

Un giorno, in un'elegante dimora di San Pietroburgo, in Russia, arrivò un pittore. Doveva realizzare il ritratto di una dodicenne di nome Tamara. A Tamara però non piacque il suo lavoro. Pensava che lei avrebbe potuto fare molto meglio. Qualche anno più tardi, mentre era al Teatro dell'Opera con la zia, Tamara vide un uomo nella folla. Capì subito che era l'uomo che avrebbe sposato, e così fu. Si chiamava Tadeusz. Quando in Russia scoppiò la rivoluzione, Tadeusz fu rinchiuso in prigione. Tamara riuscì a farlo liberare e organizzò la loro fuga a Parigi. All'epoca, Parigi era il centro mondiale dell'arte, e fu lì che Tamara realizzò il suo sogno di bambina di diventare un'artista. Raggiunse la fama, e le celebrità di allora facevano la fila per farsi ritrarre da lei. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, Tamara si trasferì negli Stati Uniti. A poco a poco, il suo stile audace e singolare passò di moda. Quando una sua mostra ottenne pessime recensioni, Tamara perse la pazienza e giurò di non esporre più i suoi quadri. Si trasferì in Messico, in una bellissima casa, e lì visse per il resto dei suoi giorni, fino a ottantadue anni, con la figlia Kizette al fianco. Chiese che le sue ceneri fossero sparse sul vulcano di Popocatépetl: una degna fine per un genio artistico dalla personalità esplosiva. Oggi, i suoi dipinti valgono milioni di dollari. Tamara sarebbe orgogliosa di sapere che la cantante Madonna è una delle sue più grandi fan.
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Virginia Woolf

SCRITTRICE

(25 gennaio 1882 - 28 marzo 1941, Regno Unito)

Una volta una bambina che viveva a Londra creò un giornale sulla sua famiglia. Si chiamava Virginia. Virginia era arguta, colta e molto sensibile. Ogni volta che succedeva qualcosa di brutto, si sentiva triste per settimane. Quando era felice, era la bambina più felice della Terra. «Vivo nell'intensità» scrisse nel suo diario. Virginia soffriva di una malattia chiamata depressione. Questi cambiamenti d'umore così estremi la accompagnarono per tutta la vita. Ma qualunque fosse il suo umore, Virginia scriveva sempre. Teneva un diario, scriveva poesie, romanzi, recensioni. Scrivere era il suo modo di capire con più chiarezza i suoi sentimenti e, così facendo, di gettare luce nei sentimenti di ognuno. C'era una persona che Virginia amava quanto la scrittura: suo marito Leonard. Virginia e Leonard erano incredibilmente felici insieme e si amavano molto, ma a volte la depressione di Virginia le rendeva difficile provare gioia. All'epoca, non c'era una cura efficace per questa malattia, e molti credevano perfino che non fosse reale. Oggi, la depressione si può curare. Ma che tu sia felice о triste о qualunque altra cosa, è sempre un'ottima idea annotare come ti senti in un diario. Forse diventerai un genio della scrittura come Virginia, e aiuterai altre persone a comprendere i propri sentimenti e a vivere una vita piena di sogni.
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Wang Zhenyi

ASTRONOMA

(1768 - 1797, Cina)

C’era una volta, in Cina, una ragazza che amava studiare di tutto: la matematica, le scienze, la geografia, la medicina. Scriveva poesie, ma era anche un'ottima cavallerizza, sapeva tirare con l'arco ed era brava nelle arti marziali. Si chiamava Wang. Wang viaggiava molto ed era curiosa di tutto, ma più di ogni altra cosa amava l'astronomia. Trascorreva ore a studiare i pianeti, il Sole, le stelle e la Luna. All'epoca, la gente pensava che l'eclissi lunare fosse un segno dell'ira degli dei. Wang sapeva che non poteva essere vero, così decise di dimostrarlo con un esperimento. Mise un tavolo rotondo - la Terra - in un padiglione del giardino, e al soffitto appese una lampada - il Sole. Di lato, mise un grande specchio rotondo - la Luna. Poi cominciò a spostare questi oggetti esattamente come si spostano nel cielo, fino a che il Sole, la Terra e la Luna non furono allineati, con la Terra nel mezzo. «Ecco qua! Un'eclissi lunare si verifica ogni volta che la Luna transita completamente attraverso l'ombra della Terra.» Wang comprendeva anche l'importanza di rendere la matematica e le scienze accessibili alla gente comune, così si sbarazzò del gergo aristocratico e scrisse un saggio che spiegava la forza di gravità. La sua fama si diffuse ovunque, Nelle sue poesie, scriveva spesso dell'importanza della parità fra uomini e donne.
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Wangari Maathai

ATTIVISTA

(1 aprile 1940 - 25 settembre 2011, Kenya)

C’era una volta, in Kenya, una donna di nome Wangari. Quando i laghi vicini al suo villaggio cominciarono a prosciugarsi e i ruscelli a scomparire, Wangari capì che doveva fare qualcosa. Così chiamò a raccolta alcune delle altre donne. «Il governo abbatte gli alberi per fare spazio alle fattorie, ma ora dobbiamo camminare chilometri per raccogliere legna da ardere» disse una di loro. «Ripiantiamo gli alberi, allora» esclamò Wangari. «Quanti?» chiesero le altre. «Qualche milione dovrebbe bastare» rispose lei. «Qualche milione? Sei matta? Non esistono serre abbastanza grandi per coltivarne così tanti!» «Non li compreremo in una serra. Li coltiveremo noi, a casa.» Fu così che Wangari e le sue amiche raccolsero i semi nella foresta e li piantarono in dei barattoli. Li annaffiarono e li accudirono finché le piante nate da quei semi non furono alte una trentina di centimetri. Poi, piantarono gli arboscelli in cortile. Tutto cominciò con un piccolo gruppetto di donne. Ma poi, proprio come un albero che spunta da un minuscolo seme, l'idea crebbe e diede vita a un grande movimento. L'organizzazione Green Belt Movement, fondata da Wangari, ha superato i confini del Kenya. Sono stati piantati quaranta milioni di alberi, e Wangari Maathai ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro. Ha festeggiato piantando un albero.
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Wilma Rudolph

ATLETA

(23 giugno 1940 - 12 novembre 1994, Stati Uniti)

Molto tempo fa, prima che fosse scoperto il vaccino per la poliomielite, i bambini non erano protetti contro questa terribile malattia. Wilma era piccola quando si ammalò e rimase con una gamba paralizzata. «Non so se tornerà a camminare» disse il medico. «Camminerai di nuovo, tesoro. Te lo prometto» sussurrò la mamma di Wilma. Ogni settimana, la mamma la portava in città per le cure. Ogni giorno, i suoi ventuno fratelli e sorelle le massaggiavano la gamba a turno. Wilma doveva usare un apparecchio per camminare, e i bulletti del quartiere la prendevano in giro. A volte, quando i genitori non erano a casa, provava a camminare senza. Fu difficile, ma a poco a poco divenne più forte. Quando ebbe nove anni, la promessa della mamma divenne realtà: Wilma tornò a camminare da sola! Cominciò perfino a giocare a pallacanestro. Le piaceva molto correre e saltare, così, quando l'allenatore le chiese se voleva far parte della squadra di corsa, accettò senza pensarci su due volte. Wilma partecipò a venti gare, e vinse sempre. «Non so perché corro così veloce» diceva, «lo corro e basta.» Wilma divenne la donna più veloce del mondo, regalando molta gioia alla sua famiglia e al suo Paese. Batté tre record del mondo alle Olimpiadi del 1960. Diceva sempre che la chiave per la vittoria era saper perdere: «Nessuno vince in continuazione. Se riesci a ripartire dopo una cocente sconfitta, per poi vincere di nuovo, un giorno sarai un grande campione».
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Xian Zhang

DIRETTRICE D'ORCHESTRA

(1973, Cina)

C’era una volta un Paese in cui il pianoforte era proibito. Non si vendevano pianoforti nei negozi e non si suonavano ai concerti. Semplicemente, non si trovavano da nessuna parte. Un giorno, un uomo ebbe un'idea geniale: comprò tutti i pezzi necessari e se ne costruì uno da solo. Non per se stesso, ma perché lo suonasse sua figlia Zhang, che allora aveva quattro anni. Zhang amava così tanto suonare che divenne una maestra di pianoforte e insegnò ai cantanti del Teatro dell'Opera di Pechino. Era felice e pensava che sarebbe rimasta un'insegnante di piano e una pianista per tutta la vita. Una sera, però, dopo le prove generali delle Nozze di Figaro (una bellissima opera), il direttore d'orchestra la chiamò e senza darle ulteriori spiegazioni le disse: «Domani dirigerai tu l'orchestra». «Grazie» rispose Zhang con un filo di voce. Era terrorizzata! Il giorno dopo, convocò l'orchestra per un'ulteriore prova. Zhang era minuta e aveva solo vent'anni. Quando salì sul podio, alcuni musicisti risero di lei. Ma lei non si scompose. Non sorrise nemmeno. Sollevò la bacchetta e attese. Dopo dieci minuti, l'intera orchestra la seguiva con rispetto. «La mia vita è cambiata nel giro di un giorno» racconta. Oggi, Zhang è tra i direttori d'orchestra più importanti del mondo.
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Yaa Asantewaa

REGINA GUERRIERA

(1840 circa - 17 ottobre 1921, Ghana)

C’era una volta, in una terra ricca d'oro, una regina forte che governava sul regno di Asante. Si chiamava Yaa. Il suo popolo credeva nei poteri magici di uno sgabello d'oro che nemmeno il re e la regina avevano il permesso di toccare. Si diceva che il cuore e l'anima del popolo di Asante - passato, presente e futuro - fossero contenuti in quel trono d'oro. Un giorno, un governatore generale nominato dagli inglesi annunciò che l'impero britannico avrebbe conquistato le terre di Asante. «Consegnateci anche il vostro Sgabello d'Oro. Immediatamente.» I capi di Asante si sentirono oltraggiati: ma il nemico era molto potente, e uno dopo l'altro si arresero. Ma non Yaa Asantewaa. Lei oppose resistenza. «Se voi, uomini di Asante, non vi farete avanti, allora lo faremo noi donne. Noi combatteremo i bianchi.» Yaa guidò un esercito di cinquemila unità contro i ben equipaggiati soldati inglesi. Dopo una feroce battaglia, però, il suo esercito fu sconfitto, e lei fu catturata e deportata sulle isole Seychelles. Yaa non vide più la sua amata terra, ma il suo Paese continuò a trarre ispirazione dal suo coraggio. Pochi anni dopo la sua morte, l'impero Asante riconquistò l'indipendenza. Ancora oggi, il popolo di Yaa Asantewaa canta canzoni sulla sua grande regina e il suo spirito fiero e combattivo.
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Yoko Ono

ARTISTA

(18 febbraio 1933, Giappone)

C’era una volta una bambina di nome Yoko che abitava in una bellissima casa a Tokyo. Quando scoppiò la guerra, la sua casa fu bombardata e lei dovette fuggire insieme alla sua famiglia. All'improvviso, Yoko e suo fratello non avevano più un letto in cui dormire, né giocattoli, merende о vestiti. Dovevano chiedere l'elemosina per mangiare. Gli altri bambini li prendevano in giro, perché un tempo erano stati ricchi e ora invece erano i più poveri fra i poveri. Da grande, Yoko divenne un'artista performativa: la sua arte, cioè, non era soltanto da guardare, ma il pubblico ne faceva parte. Per esempio, chiedeva alla gente di tagliarle i vestiti mentre li aveva indosso. Un giorno, un musicista di nome John Lennon andò a una delle sue esposizioni. La sua arte gli piacque moltissimo e divenne un suo fan. John e Yoko cominciarono a scriversi delle lettere e alla fine si innamorarono. Registrarono delle canzoni insieme, idearono dei progetti fotografici e anche dei film. All'epoca, gli Stati Uniti erano in guerra con il Vietnam. Yoko sapeva quanto fosse brutta la guerra e voleva dare il suo contributo al movimento per la pace. Molti contestatori protestavano in modo pacifico con dei "sit-in": si sedevano a terra in un luogo pubblico, bloccando il traffico e le normali attività quotidiane. Yoko però voleva fare qualcosa di diverso. Così, invece di un sit-in, John e Yoko fecero un "bed-in", restando a letto per una settimana, circondati da telecamere e giornalisti. Registrarono anche una canzone che riassumeva il loro messaggio forte e semplice: Give Peace a Chance, "Date una possibilità alla pace".
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Yusra Mardini

NUOTATRICE

(5 marzo 1998, Siria)

C’era una volta a Damasco, in Siria, una nuotatrice di nome Yusra. Ogni giorno, lei e sua sorella si allenavano con il padre nella piscina locale. La Siria però era in guerra, e un giorno una bomba cadde nella piscina. Per fortuna, Yusra e sua sorella si trovavano altrove. morte per un pelo. All'improvviso, Yusra e la sua famiglia non avevano più nulla e non sapevano dove vivere, così decisero di lasciare il Paese. Yusra aveva sentito dire che la Germania era un bel posto per i nuotatori. Il viaggio era lungo e non sarebbe stato facile, ma lei non si scoraggiò. Insieme alla sorella, si unì a un gruppo di rifugiati e partì per un mese di viaggio attraverso diversi Paesi e poi a bordo di un gommone diretto all'isola di Lesbo. Il gommone era adatto a ospitare solo sei о sette persone, ma salirono in venti. All'improvviso, il motore si fermò. "Non possiamo morire in mare" pensò Yusra, "siamo nuotatrici!" Così saltò in acqua con sua sorella e un altro ragazzo. Scalciarono e nuotarono e tirarono e spinsero quel gommone per più di tre ore, fino a che finalmente raggiunsero la costa. Quando arrivarono in Germania, la prima cosa che Yusra chiese fu: «Dove posso trovare una società di nuoto?». Non solo ne trovò una, ma nel 2016 fece parte della prima squadra di rifugiati della Storia a gareggiare alle Olimpiadi.
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Zana Hadid

ARCHITETTA

(31 ottobre 1950 - 31 marzo 2016, Iraq)

Quando Zaha compì dieci anni, decise che voleva diventare un'architetta. Era una bambina molto determinata, e crescendo divenne uno dei più grandi architetti del nostro tempo. Si guadagnò anche un soprannome: la "regina della curva", perché gli edifici che progettava erano strutture molto audaci e sinuose. Un giorno, salì a bordo di un aereo. Il pilota annunciò che ci sarebbe stato un breve ritardo nel decollo. Zaha non volle saperne e pretese che la facessero salire subito su un altro volo. «Impossibile» protestò l'equipaggio, «il bagaglio è già stato imbarcato.» Ma Zaha tanto disse e tanto fece, che l'ebbe vinta lei. Come al solito. Zaha era fatta così. Le piaceva superare i limiti, fare le cose che tutti gli altri consideravano impossibili. Era così che aveva creato un genere di edifici che nessun altro avrebbe mai potuto immaginare. Progettò stazioni dei vigili del fuoco, musei, ville, centri culturali, un centro di sport acquatici e molto altro ancora. Zaha si forgiò da sola un percorso molto personale. Non aveva mai paura di essere diversa. Uno dei suoi mentori disse che era come "un pianeta sulla propria, inimitabile orbita". Sapeva sempre cosa voleva e non si dava pace finché non lo otteneva. In effetti dicono che sia questo il segreto per ottenere grandi risultati nella vita. Zaha fu la prima donna a ricevere la Medaglia d'Oro del Royal Institute of British Architects, uno dei maggiori riconoscimenti al mondo nell'ambito dell'architettura.
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Ada Lovelace​

MATEMATICA

(10 dicembre 1815 - 27 novembre 1852, Regno Unito)

C’era una volta una bambina di nome Ada a cui piacevano molto le macchine.

Le piaceva molto anche l'idea di volare.

Perciò si mise all'opera: studiò gli uccelli per calcolare l'equilibrio perfetto tra la dimensione delle ali e il peso corporeo. Testò materiali e provò diversi modelli. Non riuscì mai ad alzarsi in volo, ma creò un bellissimo libro pieno di disegni chiamato Volologia, dove annotò tutte le sue scoperte.

Diventata grande, una sera Ada andò a un ballo e conobbe un vecchio e burbero matematico di nome Charles Babbage. Anche Ada era una brillante matematica e i due divennero ben presto amici. Charles invitò Ada a vedere la sua invenzione: la "macchina differenziale", una macchina in grado di sommare e sottrarre numeri automaticamente. Nessuno aveva mai fatto nulla del genere prima di allora, e Ada ne rimase incantata.

«E se costruissimo una macchina in grado di fare calcoli più complicati?» propose. Ada e Charles si misero al lavoro con entusiasmo. La macchina era enorme e aveva bisogno di un gigantesco motore a vapore.

Ma Ada non era ancora soddisfatta. «E se la macchina potesse suonare la musica e mostrare le lettere oltre che i numeri?»

Stava descrivendo un computer, molto tempo prima che i computer moderni fossero inventati!

E infatti fu proprio Ada a scrivere il primo programma per computer della storia.


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Alek Wek​

MODELLA

(16 aprile 1977, Sudan)

C’era una volta una bambina di nome Alek. Quando tornava da scuola, si fermava sempre a cogliere un mango da un albero lungo la strada. Nel suo villaggio non c'erano l'acqua corrente e l'elettricità, e per bere bisognava raggiungere un pozzo a piedi, ma Alek e la sua famiglia vivevano una vita semplice e felice.

Poi, però, scoppiò una terribile guerra, e la vita di Alek cambiò per sempre. Mentre le sirene d'allarme risuonavano per tutto il villaggio, Alek e la sua famiglia dovettero fuggire dai combattimenti.

Era la stagione delle piogge. Il fiume era straripato, i ponti erano sommersi dall'acqua e Alek non sapeva nuotare. Era terrorizzata, temeva di affogare, ma la mamma la aiutò ad arrivare sana e salva sull'altra sponda. Lungo il viaggio verso un luogo più sicuro, dovettero barattare pacchi di sale in cambio di cibo e passaporti, perché non avevano denaro. Alla fine, però, riuscirono a scappare dalla guerra e giunsero a Londra.

Un giorno, in un parco, un talent scout si avvicinò ad Alek e le propose di diventare una modella. La mamma di Alek non voleva saperne, ma l'uomo non si scoraggiò, e tanto disse e tanto fece, che alla fine la donna si convinse e diede il suo permesso.

Alek era così diversa da qualunque altra modella, che ebbe subito un successo strepitoso.

Oggi, questo è il suo messaggio per tutte le ragazze del mondo: «Siete bellissime. Va bene essere strane, va bene essere timide. Non dovete seguire la corrente».


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Alfonsina Strada

CICLISTA

(16 marzo 1891 - 13 settembre 1959, Italia)

C’era una volta una bambina che era velocissima sulla sua bicicletta. Quando passava lei, era come veder passare un lampo. «Non andare così forte, Alfonsina!» le gridavano i suoi genitori. Troppo tardi: era già sparita.

Quando la bambina diventò grande e si sposò, i suoi sperarono che finalmente avrebbe abbandonato l'idea folle di diventare una ciclista. Invece, il giorno delle nozze, suo marito le fece un dono: una bici da corsa nuova di zecca. I due si trasferirono a Milano, e Alfonsina cominciò ad allenarsi come una professionista.

Era così veloce e così forte, che alcuni anni dopo si iscrisse al Giro d'Italia, una delle corse più dure del mondo. Nessun'altra donna ci aveva mai provato. «Non ce la farà mai» diceva la gente. Ma nessuno poteva fermare Alfonsina.

La corsa era lunga e molto faticosa, con dodici tappe di un giorno ciascuna, e si inerpicava per alcune delle strade di montagna più ripide d'Europa. Dei novanta ciclisti alla partenza, solo trenta tagliarono il traguardo: Alfonsina era una di loro. Fu accolta come un'eroina.

L'anno seguente, tuttavia, le fu proibito di partecipare. «Il Giro d'Italia è una corsa per soli uomini» dichiararono gli organizzatori. Ma neanche questo la fermò.

Continuò a correre e stabilì un record di velocità che rimase insuperato per ventisei anni, nonostante la sua bicicletta pesasse venti chili e avesse un'unica marcia!

Oggi il ciclismo femminile è uno sport molto popolare ed è perfino diventato disciplina olimpica. Alfonsina sarebbe felice di sapere che le cose sono cambiate molto da quando era bambina.


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Alicia Alonso

BALLERINA

(21 dicembre 1921, Cuba)

C’era una volta una bambina cieca che diventò una grande ballerina.

Si chiamava Alicia.

Alicia non era sempre stata cieca. Era già una magnifica ballerina con una promettente carriera davanti quando si ammalò. La sua vista peggiorò sempre di più, e lei fu costretta a restare a letto per mesi. Ma Alicia doveva ballare, perciò lo fece nell'unico modo che le era concesso: «Ballai nella mia mente. Accecata, immobile, distesa nel letto, mi esercitai a ballare Giselle».

Un giorno, la prima ballerina del New York City Ballet ebbe un infortunio, e Alicia fu chiamata al suo posto. Era già parzialmente cieca, ma come avrebbe potuto rifiutare? Il balletto era proprio Giselle!

Non appena cominciò a danzare, il pubblico ne fu conquistato.

Alicia ballava con sicurezza e grazia, nonostante ci vedesse a malapena. Insegnò ai suoi ballerini a danzare con lei, stabilendo con esattezza dove e quando aveva bisogno di loro sul palcoscenico.

Il suo stile era così unico, che tutto il mondo volle vederla ballare insieme alla sua compagnia. Il suo sogno, però, era di portare la danza classica a Cuba, il suo Paese.

Così, tornata dai suoi viaggi, fondò la Compagnia di Danza Alicia Alonso e iniziò a insegnare ai ballerini e alle ballerine cubane. Qualche anno più tardi, la sua compagnia assunse il nome che porta ancora oggi: il Balletto Nazionale di Cuba.


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Ameenah Gurib-Fakim

PRESIDENTESSA E SCIENZIATA

(17 ottobre 1959, Mauritius)

In un'isola dell'Oceano Indiano chiamata Mauritius, c'era una ragazza che voleva sapere tutto sulle piante. Si chiamava Ameenah.

Ameenah studiava la biodiversità.

Analizzò centinaia di fiori e piante aromatiche e medicinali, studiò le loro proprietà e andò nei villaggi di campagna per farsi insegnare dai guaritori tradizionali a usare le piante come facevano loro nei rituali.

Per Ameenah, le piante erano come delle amiche.

Il suo albero preferito era il baobab, perché è molto utile: il tronco è in grado di immagazzinare acqua, le foglie possono curare le infezioni, e il frutto (chiamato anche "mela della scimmia") contiene più proteine del latte umano.

Ameenah era convinta che ci fosse molto da imparare dalle piante. Dal benzoino, per esempio: «Le foglie del benzoino sono di forme e dimensioni diverse. Gli animali non mangiano le piante che non riconoscono, perciò tendono a lasciare in pace questa pianta. Geniale, non credete?».

Ameenah considerava le piante come laboratori biologici viventi, pieni di informazioni fondamentali per gli esseri umani e per tutte le altre specie. «Ogni volta che abbattiamo una foresta» diceva «perdiamo un intero laboratorio. Un laboratorio che non recupereremo più.»

Ameenah Gurib è stata eletta presidente di Mauritius e si batte ogni giorno con impegno per tutti gli abitanti del suo Paese: persone, animali e, naturalmente, piante.


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Amelia Earhart

AVIATRICE

(24 luglio 1897 - luglio 1937, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza di nome Amelia, che mise da parte abbastanza soldi per comprarsi un aeroplano giallo.

Lo chiamò "il Canarino".

Qualche anno dopo, Amelia divenne la prima donna a sorvolare l'Oceano Atlantico in solitaria. Era un volo pericoloso. Il suo minuscolo aereo era sballottato da forti venti e gelide tempeste. Amelia si teneva in forze con una lattina di succo di pomodoro, dalla quale beveva con una cannuccia. Dopo quasi quindici ore atterrò in un campo nell'lrlanda del Nord, sorprendendo le mucche al pascolo. «Vieni da lontano?» le chiese il contadino. Amelia rise. «Sì... dall'America!» rispose.

Amelia amava volare e amava compiere imprese che nessun altro aveva mai compiuto prima.

Ma la sfida che più di tutte desiderava vincere era questa: essere la prima donna a fare il giro del mondo in aeroplano.

Quando partì, poté portare con sé solo una piccola sacca da viaggio, perché tutto lo spazio a disposizione sull'aereo doveva essere usato per il carburante. Il lungo volo stava andando bene. L'atterraggio era previsto sulla piccola isola di Howland, ma Amelia non vi arrivò mai. Nella sua ultima trasmissione, disse che stava attraversando delle nuvole e che stava esaurendo il carburante. Il suo aeroplano scomparve da qualche parte sopra l'Oceano Pacifico e non fu mai più ritrovato.

Prima di partire aveva scritto: "Sono molto consapevole dei rischi. Voglio farlo perché voglio farlo. Le donne devono tentare di compiere le stesse imprese che hanno tentato gli uomini. Se falliscono, il loro fallimento dovrà essere una sfida per altre donne".


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Amna Al Haddad

SOLLEVATRICE DI PESI

(21 ottobre 1989, Emirati Arabi Uniti)

C’era una volta una giornalista di nome Amna. Amna non era felice. Era fuori forma, in sovrappeso. Un giorno si disse: "Puoi fare molto più di questo. Fa' qualcosa. Vai a camminare".

E così fece.

Camminare le piacque così tanto che volle fare di più. Così si dedicò alla corsa di fondo, poi alla corsa veloce. Cominciò ad allenarsi in palestra. Quando scoprì il sollevamento pesi, capì che quello era lo sport per lei.

La vita di Amna cambiò quando la Federazione Internazionale del Sol- levamento Pesi permise alle donne musulmane di gareggiare indossando una tuta coprente. Amna iniziò così a partecipare a competizioni in giro per l'Europa e gli Stati Uniti, diventando un'icona per le ragazze musulmane di tutto il mondo.

Il sollevamento pesi le piaceva così tanto che cominciò ad allenarsi anche per le Olimpiadi di Rio.

«Mi piace essere forte» dice Amna. «Essere una donna non significa che non puoi essere forte come о più di un uomo!»

Amna pensa che tutti debbano dedicarsi a uno sport che amano. «Qualunque sia l'età, la religione о l'etnia, lo sport fa bene a tutti» dice. «Crea pace e unisce le nazioni.»

E aggiunge: «Anche di fronte alle più grandi sfide, non abbandonare mai i tuoi sogni. Più insisterai, più ti avvicinerai a ottenere quello che desideri. Quando le cose diventano difficili, tu diventa ancora più forte».


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Ann Makosinski

INVENTRICE

(3 ottobre 1997, Canada)

C’era una volta una ragazza che non poteva studiare quando faceva buio perché non aveva l'elettricità a casa. Un giorno ne parlò con la sua amica Ann, che era andata a trovarla.

Ann era bravissima a costruire le cose e aveva una vera passione per i transistor, i congegni che regolano il flusso della corrente elettrica.

«E se inventassi una torcia che si alimenta con il corpo?» propose Ann alla sua amica. «Dopotutto, i nostri corpi irradiano un sacco di energia sotto forma di calore.»

Le ragazze erano entusiaste dell'idea. "Pensa a quante persone potrebbero avere l'elettricità se funzionasse!" si dissero.

Ann aveva solo quindici anni, ma aveva già molta esperienza nello smontare e rimontare le cose. Così cominciò a lavorare alla sua misteriosa nuova torcia, che chiamò Hollow, cioè torcia "cava", perché l'aveva costruita usando un tubo cavo di alluminio.

Quando presentò il suo progetto alla Fiera della Scienza di Google, vinse il primo premio! La sua invenzione è la prima torcia al mondo che non ha bisogno di batterie, e neppure del sole о del vento, perché è alimentata solo dal calore umano.

Oggi, Ann figura tra gli inventori più promettenti della nostra epoca.

Il suo sogno è rendere disponibile la sua torcia gratuitamente a tutti coloro che non possono permettersi l'elettricità, ovunque siano.

«Mi piace l'idea di usare la tecnologia per rendere il mondo un posto migliore e mantenere pulito l'ambiente» dice sempre.


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Anna Politkovskaja

GIORNALISTA

(30 agosto 1958 - 7 ottobre 2006, Russia)

Una volta, in Russia, molti libri erano proibiti. Alcuni di questi libri erano stati scritti da autori che una bambina di nome Anna amava. I genitori di Anna si procuravano i suoi libri preferiti di nascosto, in modo che lei potesse leggerli a volontà.

La bambina crebbe e divenne una giornalista.

Quando una parte della Russia chiamata Cecenia volle separarsi dal resto del Paese per diventare una nazione indipendente, il governo russo mandò l'esercito per impedirlo. Scoppiò una terribile guerra. Anna decise che doveva scrivere. Voleva raccontare al resto del mondo quello che stava realmente accadendo in Cecenia. Ma al governo russo la cosa non piacque per niente.

«Perché vuoi rischiare la vita?» le chiese una volta suo marito.

«Il rischio fa parte della mia professione» rispose lei. «So che potrebbe succedermi qualcosa. Ma io voglio soltanto che i miei articoli rendano il mondo migliore.»

Accaddero molte cose brutte, ma Anna era coraggiosa.

Una volta, dovette correre tutta la notte sulle colline cecene per sfuggire ai servizi segreti russi. Diverse persone, da entrambe le parti, volevano impedirle di raccontare la verità: qualcuno le mise perfino del veleno nel tè, per provare a sbarazzarsi di lei. Ma nonostante questi pericoli, lei non smise mai di raccontare la verità su tutto ciò che vedeva.

Anna continuò a rischiare la vita fino al giorno della sua morte, scrivendo la verità per rendere il mondo un posto migliore.


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Artemisia Gentileschi

PITTRICE

(8 luglio 1593 - 14 giugno 1653, Italia)

C’era una volta una ragazza che era una pittrice straordinaria. Si chiamava Artemisia, ed era bella e forte.

Anche suo padre Orazio era un pittore, e fu lui a insegnarle il mestiere nella sua bottega fin da quando era piccola.

A diciassette anni, Artemisia aveva già dipinto diversi capolavori. Eppure, la gente era scettica. «Come fa a dipingere in questo modo?» mormorava.

All'epoca, la maggior parte delle donne non poteva nemmeno avvicinarsi alle botteghe degli artisti.

Un giorno suo padre chiese a un amico, il famoso pittore Agostino Tassi, di insegnare ad Artemisia la prospettiva, cioè il modo in cui gli artisti riescono a creare uno spazio tridimensionale su una superficie piatta.

Artemisia divenne la sua allieva più brava, ma Agostino voleva che fosse anche la sua amante. «Prometto che ti sposerò» le diceva. Ma Artemisia continuava a rifiutare.

Le cose peggiorarono al punto che Artemisia alla fine riferì tutto al padre. Orazio le credette, e anche se Agostino era un uomo potente e un nemico pericoloso, lo denunciò alla giustizia.

Durante il processo, Agostino negò di averle fatto del male. Artemisia subì delle pressioni terribili, ma rimase fedele alla verità e non si arrese. Alla fine, Agostino fu riconosciuto colpevole. Oggi, Artemisia è annoverata tra i più grandi pittori di tutti i tempi.


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Ashley Fiolek

MOTOCROSSISTA

(22 ottobre 1990, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina di nome Ashley. Un giorno, quando era piccola, mentre giocava in cucina, all’improvviso ci fu un gran fracasso, perché alcune pentole erano cadute dal tavolo. Ashley non si voltò nemmeno. I suoi genitori decisero di farle controllare l'udito, e quando ebbero i risultati scoprirono che la loro bambina era sorda.

Così impararono la lingua dei segni e mandarono Ashley in campeggio con altri bambini sordi, perché imparasse da loro e crescesse sicura di sé.

Il papà e il nonno di Ashley amavano le motociclette, perciò le regalarono una minimoto quando aveva solo tre anni e presero a portarla insieme a loro nel bosco, ognuno sulla sua motocicletta. Ashley adorava queste escursioni sulle ruote e iniziò a sognare di diventare una motocrossista.

La maggior parte della gente le diceva che era impossibile. «L'udito è molto importante nel motocross» ripetevano. «Il rumore del motore ti dice quando devi cambiare marcia. E devi essere in grado di sentire dove sono gli altri motociclisti.»

Ma Ashley capiva quando cambiare marcia dalle vibrazioni del motore. Controllava le ombre con la coda dell'occhio e si accorgeva così dell'arrivo di un avversario.

Nel giro di cinque anni, vinse quattro titoli nazionali. E cadde moltissime volte!

Ashley si è rotta il braccio sinistro, il polso destro, la caviglia destra, la clavicola (tre volte) e i due denti davanti, ma si è sempre ripresa ed è tornata in sella alla sua moto.

Adesso ha un camioncino parcheggiato nel vialetto. Sul retro, c'è un adesivo che dice: "Suonate quanto vi pare, tanto sono sorda!".


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Astrid Lindgren

SCRITTRICE

(14 novembre 1907 - 28 gennaio 2002, Svezia)

C’era una volta una bambina che viveva in una fattoria insieme alla sua grande famiglia. Passava intere giornate a vagabondare libera nei campi con i suoi fratelli e le sue sorelle, ma dava anche una mano ad accudire gli animali. E non solo i più piccoli, come le galline e le oche, ma anche i più grandi, come le mucche e i cavalli!

Si chiamava Astrid ed era un vero spirito ribelle.

Era forte, coraggiosa, non aveva mai paura di stare sola ed era capace di fare di tutto: pulire, cucinare, aggiustare una bicicletta, camminare sui tetti, difendersi dai bulli, inventare storie fantastiche... Vi sembra familiare? Be', se avete mai letto la storia di un'altra bambina che era forte, coraggiosa e impavida di nome Pippi Calzelunghe, non vi sorprenderà sapere che fu proprio Astrid a scrivere quel libro geniale.

Quando Pippi Calzelunghe fu pubblicato, molti adulti lo accolsero con disapprovazione. «Pippi è troppo ribelle» dicevano. «I nostri figli penseranno che la disobbedienza è un bene.» I bambini, invece, se ne innamorarono. Pippi non disobbediva senza una ragione: dimostrava ai suoi giovani lettori, maschi e femmine, l'importanza di essere indipendenti, prendendosi allo stesso tempo sempre cura degli altri.

Oggi Pippi Calzelunghe è uno dei libri per bambini più amati di tutti i tempi. Astrid continuò a scrivere e pubblicare molti altri libri, ritraendo sempre bambini e bambine forti, padroni delle proprie avventure.

Perciò, ogni volta che siete nei guai per qualcosa che avete fatto, prendete una copia di Pippi Calzelunghe. Lei vi sarà sempre d'aiuto!


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Aung San Suu Kyi

POLITICA

(19 giugno 1945, Birmania)

C’era una volta una giovane donna di nome Suu Kyi. Veniva da una ricca famiglia birmana che viaggiava per il mondo.

Suu Kyi, suo marito e i loro due figli vivevano in Inghilterra quando arrivò una telefonata.

«Mia madre è ammalata» disse Suu Kyi ai suoi bambini. «Devo tornare a casa per prendermi cura di lei.»

Pensava di restare solo poche settimane, ma un dittatore militare si era impadronito del Paese e mandava in prigione chiunque tentasse di opporsi. Fin dal suo arrivo, Suu Kyi si ritrovò coinvolta nelle proteste. Parlò in modo chiaro e netto contro il dittatore e nel giro di poco tempo conquistò molti sostenitori. L'uomo si rese conto che quella giovane donna era una potente minaccia, e la mise di fronte a una scelta difficile: «Sei libera di lasciare il Paese e non tornare più. Oppure puoi restare, ma agli arresti domiciliari, prigioniera nella tua casa».

Suu Kyi rifletté. Avrebbe tanto voluto ricongiungersi con il marito e i figli in Inghilterra, ma sapeva che il suo popolo aveva bisogno di lei. «Resto» decise.

Fu così che trascorse la maggior parte dei ventuno anni seguenti prigioniera nella sua stessa casa. Lì continuò a incontrare gente, a parlare delle sue convinzioni e a diffondere il suo messaggio di democrazia e cambiamento pacifico.

Suu Kyi ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace e ha ispirato milioni di persone nel suo Paese e nel mondo, e tutto senza mai uscire dalla sua casa. Quando finalmente è tornata libera, è diventata una leader nel suo Paese.


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Balkissa Chaibou

ATTIVISTA

(1995, Niger)

C’era una volta una bambina che voleva diventare una dottoressa. Si chiamava Balkissa ed era molto brava a scuola. Un giorno scoprì che suo zio l'aveva promessa in sposa a uno dei suoi cugini.

Balkissa inorridì e provò a protestare. «Non potete costringermi a sposarmi! lo voglio fare la dottoressa!»

Purtroppo, viveva in un Paese che autorizza i genitori a combinare il matrimonio delle proprie figlie quando sono ancora bambine.

«Lasciatemi andare a scuola per altri cinque anni» li supplicò lei.

I suoi genitori accettarono di rimandare il matrimonio, ma dopo cinque anni, la passione di Balkissa per lo studio e il sapere era diventata ancora più grande. La sera prima del matrimonio, Balkissa scappò di casa e corse a chiedere aiuto alla polizia. Decise di sfidare suo zio in tribunale.

Temeva che tutta la sua famiglia si rivoltasse contro di lei, ma sua madre la incoraggiò di nascosto a continuare a lottare. Il giudice diede ragione a Balkissa, e quando suo zio la minacciò fu costretto a lasciare il Paese. «Il giorno in cui ho vinto la causa e ho indossato di nuovo l'uniforme della scuola è stato come rinascere» racconta lei adesso.

Oggi Balkissa studia medicina all'università, ma continua a battersi per la stessa causa: va nelle scuole, parla con i capitribù e incoraggia altre giovani come lei a seguire il suo esempio e a rifiutare i matrimoni forzati. «Studiate più che potete» dice. «Non è facile, ma è la vostra unica speranza.»


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Brenda Chapman

REGISTA

(1 novembre 1962, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza dai capelli ricci e rossi che amava molto disegnare. Si chiamava Brenda.

A quindici anni, Brenda chiamò gli studi della Walt Disney. «Sono molto brava a disegnare» disse. «Potete darmi un lavoro?» Le risposero di riprovarci quando sarebbe stata più grande, e dopo la formazione giusta.

Brenda fece proprio così. Studiò animazione all'università e qualche anno più tardi si ritrovò dove aveva sempre sognato: in uno studio di Los Angeles, a lavorare sui film di animazione della Disney. Scoprì molto presto di essere una delle pochissime donne ad avere quel ruolo nell'azienda.

«Fu allora che compresi come mai le principesse della Disney erano così inermi: erano state tutte create dagli uomini» ricorda. Così giurò a se stessa che avrebbe creato un nuovo tipo di principessa: forte, indipendente e ribelle.

«Ribelle?» pensò. «Non è un titolo magnifico per un film?»

La principessa Merida del film Ribelle è tutto fuorché indifesa. È un'arciera eccezionale, corre al galoppo con il suo cavallo, lotta con gli orsi e vive avventure straordinarie. Per il suo personaggio, Brenda si ispirò a sua figlia Emma, una bambina forte e libera proprio come la sua mamma! «È lei la mia Merida» dice «... e io la adoro.»

Con questo film, Brenda ha vinto un Oscar e un Golden Globe, ma ha lavorato anche a molti altri film premiati, come La Bella e la Bestia, La Sirenetta e II Re Leone. Con II Principe d'Egitto, inoltre, è stata la prima donna a dirigere un film d'animazione per una delle maggiori compagnie cinematografiche di Hollywood.


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Le sorelle Brontë

SCRITTRICI

(1816 circa - 1855 circa, Regno Unito)

Una volta, in una gelida e tetra casa nel Nord dell'Inghilterra, vivevano tre sorelle. Charlotte, Emily e Anne erano spesso sole e, per passare il tempo e divertirsi, scrivevano storie e poesie. Un giorno. Charlotte decise di mandare le sue poesie a un famoso poeta inglese per chiedergli che cosa ne pensasse. La sua risposta fu: «Le vostre poesie non mi piacciono affatto: la letteratura è cosa da uomini!». Charlotte continuò a scrivere. Una notte, trovò un taccuino aperto sulla scrivania di Emily. «Perché non ci hai mai mostrato le tue poesie?» chiese. «Sono bellissime.» Emily si arrabbiò molto con la sorella, che aveva letto i suoi scritti personali senza il suo permesso, ma quando si calmò Charlotte propose: «Perché non scriviamo un libro di poesie insieme?». Emily e Anne si dissero d'accordo. Quando alla fine lo pubblicarono, il libro vendette solo due copie. Ma le tre sorelle non si arresero e continuarono a lavorare in segreto, discutendo dei loro scritti a pranzo e a cena. Questa volta, ognuna si dedicò a un romanzo diverso. Quando i romanzi uscirono, furono un grande successo. La gente non credeva che fossero stati scritti da tre ragazze di campagna, così le sorelle dovettero affrontare un viaggio fino a Londra per dimostrare di esserne le autrici. I loro libri sono stati tradotti in molte lingue e ancora oggi - basti pensare a Jane Eyre e Cime tempestose - sono letti da milioni di persone in tutto il mondo.
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Caterina la Grande

IMPERATRICE

(2 maggio 1729 - 17 novembre 1796, Russia)

C’era una volta una regina che detestava suo marito. Si chiamava Caterina, e suo marito, Pietro, era l'imperatore di Russia. Anche il popolo russo lo trovava malvagio e arrogante. Caterina sapeva che sarebbe stata più brava di lui a governare il Paese. Non doveva fare altro che trovare un modo per rimpiazzarlo. Sei mesi dopo essere diventato imperatore, Pietro partì per una vacanza, lasciando Caterina a corte. Era la sua occasione. Caterina fece un discorso appassionato e convinse la guardia imperiale a schierarsi dalla sua parte, mentre un sacerdote la dichiarava la nuova sovrana di Russia. Poi fece realizzare una magnifica corona. Una volta imperatrice, ordinare l'arresto del marito fu quasi la prima cosa che fece. Pietro venne messo in prigione. Ci vollero due mesi per creare la magnifica corona di Caterina! Era d'oro e d'argento, con 4.936 diamanti incastonati, 75 perle e un enorme rubino in cima. Durante il suo regno, Caterina ampliò l'impero russo, vincendo molte guerre e sedando molte rivolte. Era una donna potente, e quando era in vita molti la invidiavano e parlavano male alle sue spalle. Quando morì, dissero perfino che doveva essere caduta dal gabinetto! In realtà era morta nel suo letto, e fu sepolta nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, in una sfarzosa tomba dorata.
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Cholita Climbers

ALPINISTE

(1968 circa, Bolivia)

Una volta, ai piedi di una bellissima montagna della Bolivia, viveva una donna di nome Lydia Huayllas. Da sempre, Lydia e le sue amiche cucinavano per gli alpinisti prima che lasciassero i campi base per scalare la montagna. Lydia li guardava indossare i caschi, caricare gli zaini, allacciare gli scarponi, riempire le borracce, e notava l'entusiasmo che avevano negli occhi. Al contrario dei loro mariti e dei loro figli, Lydia e le altre donne non conoscevano la cima della montagna. Gli uomini infatti lavoravano come guide e portatori, accompagnando gruppi di alpinisti sulle vette e riportandoli alla base, mentre le donne restavano al campo, nella valle. Un giorno, Lydia disse alle amiche: «Andiamo a vedere com'è». Quando le donne infilarono gli scarponi e i ramponi sotto le loro gonne colorate (le cholitas), gli uomini risero. «Non potete indossare le cholitas» dissero. «Serve un abbigliamento adatto per scalare le montagne.» «Sciocchezze» rispose Lydia, allacciandosi il casco. «Possiamo vestirci come ci pare. Siamo le alpiniste con le cholitas!» Sfidando i venti e le tempeste di neve, le donne conquistarono una vetta dopo l'altra. «Siamo forti. Vogliamo scalare otto montagne» dicevano. E mentre voi state leggendo queste pagine, loro probabilmente stanno avanzando nella neve, con le gonne colorate che roteano al vento, piene dell'entusiasmo che si prova nel guardare il mondo dalla vetta dell'ennesima montagna.
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Claudia Ruggerini

PARTIGIANA

(febbraio 1922 - 4 luglio 2016, Italia)

C’era una volta una ragazza che fu costretta a cambiare il proprio nome. «Ehi, Marisa!» la salutavano gli amici. Nessuno poteva sapere che il suo vero nome era Claudia: era troppo pericoloso. Claudia viveva in un tempo in cui l'Italia era governata da un tiranno chiamato Benito Mussolini. Durante la dittatura di Mussolini, non si potevano leggere certi libri, non si potevano guardare certi film, non si potevano esprimere le proprie opinioni e non si poteva votare. Claudia credeva nella libertà e decise di battersi contro di lui con tutte le sue forze. Per questo, si unì a un gruppo di partigiani che lottavano per far crollare la dittatura. Erano tutti giovani studenti universitari e si incontravano di nascosto dopo le lezioni per stampare un giornale clandestino. Ma come potevano diffondere il loro messaggio quando la polizia di Mussolini era dappertutto? Claudia fu incredibilmente coraggiosa. Per quasi due anni consegnò giornali e messaggi in bicicletta da un luogo segreto all'altro. Poi un giorno, finalmente, la dittatura cadde. La radio nazionale annunciò che l'Italia era libera dal fascismo e la gente si riversò nelle strade a festeggiare. Claudia-Marisa aveva un ultimo compito. Con un piccolo gruppo di partigiani, entrò negli uffici del Corriere della Sera, il quotidiano nazionale, e dopo vent'anni lo liberò ufficialmente dalla censura. Finalmente, erano liberi di stampare la verità - e gli amici di Claudia tornarono a chiamarla con il suo vero nome.
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Cleopatra

REGINA

(69 A.C. - 12 agosto 30 A.C., Egitto)

C’era una volta, nell'antico Egitto, un faraone che aveva due figli: un bambino di dieci anni di nome Tolomeo XIII e una ragazza di diciotto, chiamata Cleopatra. Quando il faraone morì, lasciò il suo regno nelle loro mani. Fratello e sorella avevano idee talmente diverse sul governo del regno che ben presto Cleopatra fu cacciata da palazzo e scoppiò una guerra civile. Giulio Cesare, l'imperatore di Roma, andò in Egitto per aiutare Cleopatra e Tolomeo a trovare un accordo. "Se solo riuscissi a incontrare Cesare prima di mio fratello" pensò Cleopatra "potrei convincerlo che sono io la sovrana migliore." Ma era stata bandita da palazzo, e le guardie l'avrebbero bloccata all'ingresso. Cleopatra allora ordinò ai suoi servitori di avvolgerla dentro un tappeto e di portarla così, di nascosto, nelle stanze di Cesare. Colpito dalla sua audacia, Cesare la rimise sul trono. I due divennero ben presto una coppia ed ebbero un figlio. Cleopatra si trasferì a Roma, ma quando Cesare fu assassinato tornò in Egitto. Il nuovo condottiero romano, Marco Antonio, aveva sentito molto parlare di questa regina egizia così forte e volle incontrarla. Questa volta, Cleopatra arrivò su una chiatta dorata, circondata di seta e gioielli preziosi. Fu amore a prima vista. Cleopatra e Marco Antonio furono inseparabili. Ebbero tre figli e si amarono fino alla fine dei loro giorni. Quando Cleopatra morì, l'impero finì con lei. Fu l'ultima regina dell'Antico Egitto.
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Сосо Chanel

STILISTA

(19 agosto 1883 - 10 gennaio 1971 , Francia)

C’era una volta, nella Francia centrale, una bambina che viveva in un convento, circondata da suore vestite di bianco e nero. Si chiamava Gabrielle Chanel. In convento le bambine imparavano a cucire, ma non avevano molti colori a disposizione. Usavano la stoffa degli abiti delle suore, perciò anche tutte le loro bambole erano vestite di bianco e nero! Una volta cresciuta, Gabrielle cominciò a lavorare come sarta di giorno e come cantante di notte. I soldati che assistevano ai suoi spettacoli la chiamavano Coco, e fu questo il nome che le rimase per il resto della sua vita. Coco sognava di avere un negozio tutto suo a Parigi. Un giorno, un amico ricco le prestò i soldi necessari per realizzare il suo sogno. I vestiti di Coco erano bellissimi, anche se la stoffa era semplice. «Dove l'hai comprato?» le chiedevano le parigine più eleganti e raffinate. «L'ho fatto io» rispondeva lei. «Venite nel mio negozio e ne farò uno anche per voi.» Gli affari crebbero in fretta e ben presto Coco poté restituire il prestito al suo amico. Il suo modello di maggiore successo era il classico tubino nero. Trasformò il colore che era sempre stato associato ai funerali in qualcosa di perfetto per uscire la sera. La forma degli abiti che oggi indossiamo è molto influenzata da Coco Chanel, la stilista che mosse i suoi primi passi vestendo le bambole con gli scampoli degli abiti delle suore.
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Cora Coralina

POETESSA E PASTICCIERA

(20 agosto 1889 - 10 aprile 1985, Brasile)

C’era una volta, in una casa costruita su un ponte, una bambina che sapeva di essere una poetessa. Si chiamava Cora. La sua famiglia però non la pensava come lei. Non voleva che leggesse e non volle mandarla alle scuole superiori. Pensava che il suo compito fosse di trovarsi un buon marito e mettere su famiglia. Quando la bambina crebbe, si innamorò di un uomo e lo sposò. Marito e moglie si trasferirono in una grande città ed ebbero quattro figli. Cora fece ogni genere di lavoro per riuscire a mandarli tutti a scuola. La sua era una vita molto piena, ma non dimenticò mai di essere una poetessa. Scrisse ogni singolo giorno. Quando compì sessant’anni, tornò a vivere nella sua casa sul ponte e decise che era giunto il momento di cominciare la sua carriera di poetessa. Cora aveva ancora bisogno di soldi, perciò si mise a sfornare dolci che vendeva davanti casa insieme alle sue poesie. Ben presto le sue opere cominciarono a essere apprezzate da altri poeti e scrittori. Cora vinse premi e medaglie, finché - a settantacinque anni - non pubblicò il suo primissimo libro. I giornalisti arrivavano da tutto il Paese per intervistarla mentre preparava i suoi dolci. Ma quando loro se ne andavano, Cora tornava alla sua scrivania e si rimetteva a scrivere, circondata da un profumo delizioso di torte, biscotti e crostate.
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Coy Mathis

ALUNNA DI SCUOLA ELEMENTARE

(2007, Stati Uniti)

Una volta nacque un bambino di nome Coy. A Coy piacevano molto le gonne, il colore rosa e le scarpe con i brillantini. Voleva che i suoi genitori si rivolgessero a lui come a una bambina e non gli piacevano i vestiti da maschio, e loro gli permisero di indossare quello che voleva. Una sera, Coy chiese alla sua mamma: «Quando andiamo dal dottore per farmi diventare una femmina-femmina?». Il dottore spiegò: «Di solito, i maschi si sentono bene a essere maschi, così come le femmine a essere femmine. Ma ci sono alcuni maschi che si sentono femmine e alcune femmine che si sentono maschi. Si chiamano transgender, e Coy è una bambina transgender. È nata nel corpo di un maschio ma, dentro di sé, si sente una femmina e deve poterlo essere». Da allora in poi, la mamma e il papà di Coy chiesero a tutti di trattare Coy come una bambina. Ma quando cominciò la scuola, ci fu un problema inaspettato. «Coy può usare solo il bagno dei maschi о il bagno per i bambini disabili» dissero gli insegnanti. «Ma io non sono un maschio!» protestò Coy. «E non sono nemmeno disabile! Sono una bambina.» I genitori di Coy si rivolsero a un giudice. Il giudice rifletté e prese una decisione: «Coy potrà usare il bagno che preferisce» stabilì. Per festeggiare la sentenza, Coy e i suoi genitori diedero una grande festa. Mangiarono una torta rosa, e Coy indossò uno scintillante vestito rosa con un bellissimo paio di scarpe dello stesso colore.
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Elisabetta I

REGINA

(7 settembre 1533 - 24 marzo 1603, Regno Unito)

C’era una volta un re che voleva lasciare il suo regno a un figlio maschio. Quando sua moglie diede alla luce una bambina, re Enrico Vili si arrabbiò così tanto che la lasciò, allontanò la piccola e sposò un'altra donna. Era convinto che soltanto un uomo fosse in grado di governare il Paese dopo la sua morte, e fu felicissimo quando la nuova moglie diede alla luce un maschio: Edoardo. Nel frattempo la figlia di Enrico, Elisabetta, crebbe e diventò una ragazza vivace e intelligente, con i capelli di un bel rosso vivo e un carattere impetuoso. Edoardo aveva solo nove anni quando divenne re, alla morte di suo padre. Pochi anni dopo, però, anche lui si ammalò e morì, e fu sua sorella Maria a salire al trono. Maria pensava che Elisabetta complottasse contro di lei, perciò la fece rinchiudere nella Torre di Londra. Un giorno, le guardie irruppero nella sua cella. «La regina è morta» annunciarono, e si inginocchiarono di fronte a Elisabetta. In pochi istanti, la prigioniera della Torre era diventata la nuova regina. La corte di Elisabetta ospitò musicisti, poeti, pittori e drammaturghi. Il più famoso di tutti fu William Shakespeare: la regina adorava le sue opere teatrali, a cui assisteva nei suoi abiti sontuosi ornati di perle e merletti. Non si sposò mai: teneva alla sua indipendenza quanto a quella del suo Paese. Fu molto amata dal suo popolo, e quando morì, i cittadini di Londra si riversarono in strada per piangere la regina più grande che avessero mai avuto.
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Eufrosina Cruz

ATTIVISTA E POLITICA

(1 gennaio 1979 , Messico)

C’era una volta una ragazza che si rifiutava di cucinare. Quando suo padre le disse che le donne erano capaci solo di fare tortillas e bambini, scoppiò in lacrime e giurò che gli avrebbe dimostrato che non era vero. «Vattene pure di casa, ma non aspettarti un solo centesimo da me» le rispose il padre. Eufrosina se ne andò, e per pagarsi gli studi si mise a vendere frutta e gomme da masticare per strada. Si diplomò in ragioneria, tornò a casa con un lavoro da insegnante e iniziò a dare lezioni alle ragazze indigene come lei, affinché anche loro trovassero la forza e le risorse necessarie per costruirsi una vita indipendente. Un giorno, decise di candidarsi a sindaca della sua città. Ottenne molti voti, ma nonostante questo gli uomini della città annullarono il risultato delle elezioni. «Una donna sindaco? Volete scherzare?» dissero. Furiosa, Eufrosina si impegnò ancora di più. Fondò un'organizzazione chiamata QUIEGO, per aiutare le donne indigene a combattere per i loro diritti. Il loro simbolo era un giglio bianco. «Ovunque vado» diceva «porto sempre questo fiore con me, per ricordare alla gente che le donne indigene sono proprio così: naturali, bellissime e resistenti.» Qualche anno più tardi, Eufrosina divenne la prima donna indigena a essere eletta presidente del Congresso di Stato. Quando la first lady del Messico venne in visita, Eufrosina camminò a braccetto con lei di fronte alla popolazione locale. Dimostrò a suo padre - e a tutto il mondo - che non c'è nulla che le forti indigene del Messico non possano fare.
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Evita Perón

POLITICA

(7 maggio 1919 - 26 luglio 1952, Argentina)

C’era una volta, in Sud America, una bellissima ragazza di nome Eva. Da bambina, Eva sognava di diventare una famosa stella del cinema. Fu così che, per inseguire il suo sogno, a soli quindici anni si trasferì nella grande città di Buenos Aires. Grazie al suo talento, alla sua bellezza e alla sua determinazione, Eva divenne ben presto una rinomata attrice, sul palcoscenico e alla radio. Ma Eva voleva di più: voleva aiutare le persone meno fortunate di lei. Una sera, a una festa, incontrò il colonnello Juan Perón, un potente politico. I due si innamorarono e si sposarono poco tempo dopo. Quando, un anno più tardi, Juan Perón fu eletto presidente dell'Argentina, Eva divenne ben presto nota con il suo vezzeggiativo: Evita. Il popolo amava la sua passione e il suo impegno per aiutare le persone bisognose. Si batté molto per i diritti delle donne e le aiutò a conquistare il diritto al voto. Divenne una figura talmente leggendaria che le fu chiesto di candidarsi come vicepresidente per governare il Paese al fianco del marito. Sebbene fosse amata dalla povera gente, molti potenti temevano il suo carisma e la sua influenza. «Non riescono a sopportare una donna giovane e di successo» commentava lei. Quando scoprì di avere una grave malattia, Evita decise di non candidarsi, anche se aiutò il marito a vincere il secondo mandato presidenziale. Quando morì, pochi mesi più tardi, la radio nazionale ne diede l'annuncio con queste parole: «Abbiamo perso la guida spirituale della nazione».
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Fadumo Dayib

POLITICA

(1973, Somalia)

C’era una volta una ragazza che aveva trascorso la sua infanzia a scappare dalla guerra. Fadumo e la sua famiglia dovevano sempre trovarsi un passo avanti ai combattimenti, per questo lei non poteva andare a scuola. Imparò a leggere e scrivere solo a quattordici anni. Un giorno sua madre le disse: «Devi lasciare il Paese. Prendi tuo fratello e tua sorella e vai!». Fadumo sapeva che sua madre aveva ragione: la Somalia devastata dalla guerra era uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i bambini. Quando i tre fratelli finalmente arrivarono in Finlandia, ebbero la possibilità di fare tutte le cose che i bambini possono fare quando vivono in un Paese pacifico e democratico: abitare in una casa, dormire in un letto, mangiare ogni giorno, giocare e andare a scuola. Non c'era nessuno che li picchiava, e se si ammalavano potevano andare dal dottore gratis. Ma Fadumo non dimenticò mai la Somalia. Volle studiare il più possibile, per essere in grado di tornare nel suo Paese e aiutare il suo popolo a riconquistare la libertà e la pace. Frequentò tre master universitari, poi lasciò la sua famiglia in Finlandia e iniziò a lavorare con le Nazioni Unite per allestire ospedali in tutta la Somalia. «È lì che devo stare» disse a suo marito. Oggi, Fadumo è la prima candidata donna alla presidenza della Somalia. Nessuna somala si era mai candidata prima di lei, perché è estremamente pericoloso. Ma Fadumo non ha dubbi: «Mia madre mi ha sempre detto: "Hai tutte le possibilità del mondo nel palmo della tua mano". Ed è vero».
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Florence Nightingale

INFERMIERA

(12 maggio 1820 - 13 agosto 1910, Regno Unito)

C’era una volta una coppia di inglesi che viaggiava per l'Italia. Quando giunsero a Firenze, ebbero una bambina, e decisero di chiamarla Florence, come quella bellissima città. Florence amava viaggiare, la matematica e le scienze, e le piaceva molto andare a caccia di informazioni. Ogni volta che visitava un posto nuovo, annotava quante persone ci abitavano, quanti ospedali c'erano e quanto grande fosse la città. Adorava i numeri. Florence studiò per diventare infermiera e diventò così brava che il governo decise di mandarla in Turchia a dirigere un ospedale per i soldati feriti. Appena arrivata, Florence iniziò a raccogliere ed esaminare tutti i dati che riusciva a trovare. Scoprì che la maggior parte dei soldati non moriva a causa delle ferite, ma per colpa di infezioni e malattie contratte in ospedale. «Il primo requisito di un ospedale è che non faccia del male ai suoi pazienti» disse. Così si assicurò che tutti coloro che ci lavoravano si lavassero spesso le mani e tenessero tutto pulito. Di notte, girava per le corsie con una lampada, per parlare con i pazienti e incoraggiarli. Per questo, tutti la chiamavano "la signora della lampada". Grazie a lei, molti più soldati riuscirono a tornare a casa sani e salvi.
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Frida Kahlo

PITTRICE

(6 luglio 1907 - 13 luglio 1954, Messico)

C’era una volta, in una bella casa azzurra vicino a Città del Messico, una bambina di nome Frida. Sarebbe diventata una delle pittrici più famose del Ventesimo secolo, eppure rischiò di non crescere mai. A sei anni, per poco non morì di poliomielite. La malattia la lasciò per sempre zoppa, ma questo non le impedì di giocare, nuotare e scatenarsi come tutti gli altri bambini. Poi, a diciotto anni, rimase coinvolta in un terribile incidente d'autobus. Rischiò di nuovo di morire, e di nuovo trascorse interi mesi a letto. Sua madre le fece costruire un cavalletto speciale per permetterle di dipingere sdraiata, perché non c'era niente che Frida amasse più della pittura. Non appena fu di nuovo in grado di camminare, andò a trovare l'artista più famoso del Messico, Diego Rivera. «Che ne pensa dei miei dipinti?» gli chiese. I suoi dipinti erano stupefacenti: audaci, geniali e bellissimi. Diego se ne innamorò, e si innamorò anche di Frida. Diego e Frida si sposarono. Lui era un uomo grande e grosso, con un gran cappello, e lei sembrava minuscola al suo fianco. La gente li chiamava "l'elefante e la colomba". Per tutta la vita, Frida dipinse centinaia di splendidi autoritratti, spesso raffigurandosi circondata dai suoi uccelli e dai suoi animali. Ancora oggi, la bella casa azzurra in cui viveva è come lei l'ha lasciata: piena di colore, di gioia e di fiori.
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Grace Hopper

INFORMATICA

(9 dicembre 1906 - 1 gennaio 1992, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina di nome Grace, che voleva tanto capire come funzionavano le sveglie. Così iniziò a smontare tutti gli orologi che riuscì a trovare. Prima uno, poi un altro, poi un altro ancora... Quando arrivò a sette, sua madre si rese conto che non c'erano più orologi in casa e le disse di smettere! Grace continuò ad armeggiare con qualunque cosa destasse la sua curiosità. Alla fine, diventò professoressa di matematica e fisica. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò in marina come suo nonno, che era un ammiraglio. Fu assegnata a un progetto speciale. «Vieni a conoscere Mark» le dissero. Grace entrò in una stanza, ma anziché incontrare una persona, fece la conoscenza del primo computer! Si chiamava "Mark I", occupava l'intera stanza e, siccome era il primo, nessuno sapeva bene come usarlo. Così Grace cominciò a studiarlo. Lavorò molto, ma grazie ai programmi che scrisse per Mark I e per i suoi successori, le forze armate degli Stati Uniti riuscirono a decifrare i messaggi segreti del nemico durante la guerra. Invecchiando, Grace cercò di andare in pensione più di una volta, ma fu sempre richiamata in servizio, in virtù della sua esperienza straordinaria. Alla fine, divenne un ammiraglio come suo nonno. Per tutta la vita, Grace andò a letto presto e si svegliò alle cinque del mattino per lavorare ai suoi programmi informatici. Il suo incredibile lavoro ha dimostrato al mondo quello che i computer sono in grado di fare. Grace non smise mai di essere curiosa.
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Grace O'Malley

PIRATESSA

(1530 - 1603 circa, Irlanda)

C’era una volta, in un'isola verde e selvaggia, una bambina dai lunghi capelli rossi. Si chiamava Grace.

Quando il vento ululava e le onde si infrangevano con violenza sulla costa, Grace saliva in cima a una scogliera e sognava di navigare nel mare in tempesta. «Le ragazze non possono fare i marinai» le diceva il padre. «E poi, i tuoi capelli lunghi si impiglierebbero nel sartiame.»

A Grace la cosa non piacque per niente. Così si tagliò i capelli e si vestì da maschio, per dimostrare alla sua famiglia che anche lei avrebbe potuto fare la vita del marinaio.

Un giorno, finalmente, suo padre accettò di portarla con sé, a una condizione: «Se incontriamo una nave pirata, nasconditi sottocoperta» le disse. Ma quando i pirati attaccarono, Grace saltò giù dal sartiame e atterrò sulla schiena di uno dei pirati! Il suo attacco a sorpresa funzionò, e i pirati furono respinti.

Grace era un'abile marinaia, e avrebbe tanto voluto dedicarsi a qualcosa di più emozionante della pesca. Quando gli inglesi attaccarono il suo castello, piuttosto che sottomettersi al loro governo scelse lei stessa la pirateria. Fu talmente brava che ben presto possedette una flotta personale, oltre a diverse isole e castelli lungo la costa occidentale dell'Irlanda.

Quando gli inglesi catturarono i suoi figli, Grace salpò per l'Inghilterra e volle incontrare la regina Elisabetta I per cercare di salvarli. Con grande stupore di tutti, la regina e Grace diventarono amiche. Elisabetta le restituì i suoi figli e i suoi beni, e Grace la aiutò a combattere contro gli spagnoli, nemici dell'Inghilterra.


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Harriet Tubman

COMBATTENTE PER LA LIBERTÀ

(1822 circa - 10 marzo 1913, Stati Uniti)

Un giorno, mentre si trovava davanti alla porta di un negozio, una ragazza vide passare di corsa un uomo nero. L'uomo era inseguito da un bianco, che strillava: «Fermatelo! È il mio schiavo!».

Lei non fece nulla per fermarlo. La ragazza si chiamava Harriet, aveva dodici anni, e anche lei era una schiava. Si augurò con tutto il cuore che quell'uomo riuscisse a fuggire. Avrebbe voluto aiutarlo.

Proprio in quell'istante, l'inseguitore scagliò un pesante oggetto di metallo contro lo schiavo in fuga. Mancò il bersaglio, ma colpì la ragazza sulla testa. Harriet rimase gravemente ferita, ma i suoi folti capelli attutirono il colpo, salvandole la vita. «I miei capelli non erano mai stati pettinati» raccontava «e sembravano un grosso cesto.»

Qualche anno più tardi, i suoi proprietari la misero in vendita, così Harriet decise di scappare.

Viaggiò di notte, nascondendosi durante il giorno. Quando attraversò il confine e giunse in Pennsylvania, si rese conto che per la prima volta in vita sua era libera. «Mi guardai le mani per vedere se ero la stessa persona, ora che ero libera. C'era una tale gloria intorno a ogni cosa, mi sentivo in paradiso.»

Poi ripensò allo schiavo fuggitivo e alla sua famiglia nel Maryland, che vivevano ancora come schiavi. Capì che doveva aiutarli. Nel corso degli undici anni successivi, tornò indietro diciannove volte e salvò centinaia di persone dalla schiavitù.

Non fu mai catturata, e non perse mai nessuno lungo la strada.


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Hatshepsut

REGINA

(1508 circa - 1458 A.C., Egitto)

Molto tempo prima di Cleopatra, un’altra donna governò l’Egitto per venticinque anni. Si chiamava Hatshepsut e fu la prima donna faraone della storia.

A quel tempo, l'idea che una donna potesse essere faraone era così strana che Hatshepsut dovette comportarsi come un uomo per convincere gli Egizi che era la loro legittima sovrana. Si dichiarò re e non regina e cancellò il suffisso femminile dal suo nome; indossava abiti da uomo e a volte perfino una barba finta!

Hatshepsut regnò più a lungo e con migliori risultati di qualunque altro faraone della storia d'Egitto. Ma, a quanto pare, non fu sufficiente. Vent'anni dopo la sua morte, qualcuno cercò di cancellarla dalla storia. Le statue che la rappresentavano furono distrutte, e il suo nome fu rimosso da ogni scritto.

Perché? Perché un faraone donna spaventava la gente. E se il suo successo avesse incoraggiato altre donne a cercare il potere?

Alcune tracce della sua vita e del suo lavoro sono giunte in ogni caso fino a noi e hanno consentito agli archeologi moderni di ricostruire la sua storia.

La mummia di Hatshepsut, avvolta in bende di lino e profumata di resine, era stata rimossa dalla tomba originale e nascosta, ma è stata ritrovata nella Valle dei Re qualche anno fa.

Per fortuna, non è così facile cancellare la memoria di qualcuno immortalato nella pietra.


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Helen Keller

ATTIVISTA

(27 giugno 1880 - 1 giugno 1968, Stati Uniti)

Una volta, una bambina di nome Helen si ammalò di una brutta febbre, che la lasciò cieca e sorda. Frustrata e arrabbiata, Helen non faceva altro che starsene per terra a gridare e tirare calci.

Un giorno, la mamma la portò in una scuola speciale per ciechi. Lì conobbero una giovane insegnante di talento di nome Anne Sullivan, che prese una decisione: avrebbe insegnato a Helen a parlare.

Ma come puoi imparare la parola "bambola" se non riesci a vedere la bambola?, si chiedeva Anne. E come fai a dire "acqua" se non hai mai sentito parlare nessuno?

Anne si rese conto che doveva sfruttare il senso del tatto della bambina. Tenne le dita di Helen sotto l'acqua corrente e sillabò la parola "acqua" nella sua mano. Poi sillabò la parola "bambola" mentre Helen cullava la sua bambola preferita fra le braccia. All’improvvisò, Helen capì che parole diverse rappresentavano cose diverse!

Con le dita sulle labbra di Anne, Helen percepiva le vibrazioni quando le parole venivano pronunciate, e a poco a poco imparò a pronunciarle lei stessa. Ben presto, fu in grado di parlare per la prima volta ad alta voce.

Imparò a leggere il Braille facendo scorrere le dita sui puntini in rilievo sulla pagina. Studiò anche diverse lingue: francese, tedesco, latino e perfino il greco!

Helen tenne discorsi pubblici e divenne una paladina dei diritti delle persone con disabilità. Viaggiò in tutto il mondo insieme alla sua straordinaria insegnante e al suo amato cane. Con loro non aveva bisogno di parole per esprimere quello che sentiva: le bastava abbracciarli forte.


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Hillary Rodham Clinton

CANDIDATA PRESIDENZIALE

(26 ottobre 1947, Stati Uniti)

C’era un tempo in cui soltanto i bambini maschi potevano essere tutto ciò che volevano: giocatori di baseball, dottori, giudici, poliziotti, presidenti.

In quel tempo, in uno stato chiamato Illinois, nacque una bambina di nome Hillary.

Hillary era una ragazzina bionda e coraggiosa, con gli occhiali spessi e una grandissima curiosità. Voleva uscire a esplorare il mondo, ma aveva paura dei bulli del suo quartiere, che la prendevano in giro e ridevano di lei.

Una volta, la mamma vide che si nascondeva in casa. «Hillary, esci subito fuori e affrontali. Altrimenti li lascerai vincere senza neanche lottare.»

E Hillary uscì. Imparò a lottare contro i bulli e ben presto trovò anche altre persone impegnate in una lotta: le persone di colore che lottavano contro il razzismo, le mamme sole che lottavano per crescere bene i loro bambini. Hillary ascoltò le loro storie e si chiese come poteva aiutarle.

Il modo migliore per lottare per la giustizia, decise, era entrare in politica. Molti americani non erano abituati a vedere una donna in politica, così la criticavano per motivi sciocchi: la pettinatura, la voce, i vestiti che indossava. Cercarono di farle abbandonare la politica con la prepotenza. Ma lei aveva imparato ad affrontare i bulli, e tenne loro testa.

Hillary divenne la prima donna candidata da un grande partito alla presidenza degli Stati Uniti.

C'era un tempo in cui le bambine non potevano essere tutto ciò che volevano, ma quel tempo è finito.


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Ipazia

MATEMATICA E FILOSOFA

(370 circa - 8 marzo 415, Grecia)

C’era una volta, nell'antica città di Alessandria d'Egitto, un'immensa biblioteca. Era la più grande del mondo, ma non c'erano né libri né carta. All'epoca infatti la gente scriveva sui papiri, grandi fogli che si ottenevano da una pianta e che venivano poi ripiegati in rotoli. Al posto dei libri che conosciamo oggi, quindi, l'antica biblioteca custodiva migliaia di rotoli di papiro, tutti vergati a mano dagli scribi e riposti con cura sugli scaffali.

Nella biblioteca di Alessandria, seduti fianco a fianco, un padre e una figlia studiavano insieme i papiri. Filosofia, matematica e scienze erano le loro materie preferite.

Si chiamavano Teone e Ipazia.

Ipazia risolveva equazioni e formulava nuove teorie di geometria e aritmetica. Studiare le piaceva così tanto che ben presto cominciò a scrivere dei libri - cioè, dei papiri - tutti suoi. Costruì perfino uno strumento, chiamato astrolabio, per calcolare la posizione del Sole, della Luna e delle stelle in qualsiasi momento.

Ipazia insegnava astronomia, e durante le sue lezioni, che erano molto popolari, si rifiutava di indossare l'abito femminile tradizionale e si vestiva da studiosa, come gli altri insegnanti. Purtroppo, tutte le sue opere andarono perdute quando la biblioteca fu distrutta da un incendio. Ma, per fortuna, i suoi studenti scrissero di lei e delle sue idee brillanti, e grazie a loro anche noi abbiamo avuto modo di conoscere questo genio.


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Irena Sendlerowa

EROINA DI GUERRA

(15 febbraio 1910 - 12 maggio 2008, Polonia)

C’era una volta, in Polonia, una bambina di nome Irena che voleva molto bene a suo padre. Un giorno nella loro città, che si chiamava Varsavia, esplose una terribile epidemia di tifo. Il padre di Irena era un medico coraggioso. Avrebbe potuto tenersi alla larga dai malati e non rischiare la vita, invece scelse di prendersi cura di loro e di stargli accanto, finché non si ammalò anche lui.

Prima di morire, disse a sua figlia: «Irena, se vedi qualcuno che sta affogando, devi tuffarti per salvarlo».

Irena serbò queste parole nel cuore, e quando i nazisti cominciarono a perseguitare gli ebrei aiutò le famiglie ebree a salvare i loro bambini.

Dava loro dei nomi cristiani e poi li affidava a famiglie cristiane, che li tenevano al sicuro. Ogni volta annotava i loro veri nomi su delle striscioline di carta, che arrotolava e nascondeva in barattoli di marmellata. Poi seppelliva tutti i barattoli nel giardino di un amico, sotto un grande albero.

A volte, i bambini più piccoli piangevano quando Irena li portava via. Per distrarre i soldati nazisti e coprire il pianto, Irena addestrò un cane ad abbaiare a comando.

Nascose i bambini dappertutto: sacchi, valigie piene di vestiti, scatole, perfino bare!

In tre mesi, salvò 2.500 bambini.

Dopo la guerra tornò sotto l'albero, scavò e riportò alla luce i barattoli di marmellata. Grazie a lei, molti di quei bambini riuscirono a riunirsi alle loro famiglie.


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Isabel Allende

SCRITTRICE

(2 agosto 1942, Cile)

Non molto tempo fa, in Cile, viveva una ragazza di nome Isabel.

Isabel protestava ogni volta che riceveva un trattamento diverso solo perché era femmina. Ogni volta che qualcuno le diceva che non poteva fare una cosa "perché era una ragazza" il suo cuore si infiammava di indignazione.

Le piaceva molto scrivere ed era affascinata dalle persone e dalle loro storie di vita, così decise di diventare giornalista.

Un giorno intervistò un famoso poeta cileno di nome Pablo Neruda. «Hai un'immaginazione così fervida» le disse il poeta. «Dovresti scrivere romanzi, non articoli di giornale.»

Qualche anno dopo, Isabel ricevette una brutta notizia: suo nonno stava morendo. Era in Venezuela, lontana da casa, e non poteva tornare a trovarlo in Cile, così cominciò a scrivergli una lettera.

Ma una volta iniziato a scrivere, scoprì di non riuscire più a fermarsi. Scrisse della sua famiglia, delle persone che erano vive e di quelle che erano morte. Scrisse di un crudele dittatore, di storie d'amore appassionate, di un terribile terremoto, di poteri soprannaturali e di fantasmi.

La lettera divenne così lunga che si trasformò in un romanzo: La casa degli spiriti.

Fu un grandissimo successo.

Isabel ha continuato a scrivere, pubblicando molti altri libri e vincendo più di cinquanta premi letterari. Oggi è tra gli scrittori più famosi del nostro tempo.


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Jacquotte Delahaye

PIRATESSA

(1640 circa - 1660 circa, Haiti)

C’era una volta, ad Haiti, una ragazza con i capelli rossi come il fuoco. Si chiamava Jacquotte.

La madre di Jacquotte morì dando alla luce il suo fratellino.

Non molto tempo dopo, anche suo padre morì, e Jacquotte dovette trovare un modo per provvedere a se stessa e a suo fratello. Così decise di darsi alla pirateria.

Ben presto si ritrovò a capo di una banda di centinaia di pirati. Insieme solcavano i mari, mangiavano carne affumicata, giocavano a carte, caricavano i cannoni e saccheggiavano le navi spagnole. Jacquotte aveva perfino un'isola segreta per sé e i suoi pirati!

Però aveva anche molti nemici: sia il governo sia i bucanieri suoi rivali le davano la caccia. Per sfuggirgli, Jacquotte decise di inscenare la propria morte e darsi alla macchia. Cambiò nome e si vestì da uomo, ma il suo inganno non durò a lungo. I suoi capelli rossi erano inconfondibili! Ritornò alla pirateria e tutti cominciarono a chiamarla "la Rossa tornata dal regno dei morti".

Jacquotte aveva un'amica, e anche lei era una piratessa! Si chiamava Anne Dieu-le-Veut, era sposata e aveva due bambini. Quando suo marito morì in uno scontro, prese il comando della loro nave e unì le sue forze a quelle di Jacquotte.

Furono due fra i pirati più temuti dei Caraibi. Le loro storie divennero leggende che tutti i pirati, maschi e femmine, si tramandavano sotto le stelle, cullati nelle loro amache dal dondolio delle onde, mentre sognavano le avventure alle quali sarebbero andati incontro all'alba.


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Jane Austen

SCRITTRICE

(16 dicembre 1775 - 18 luglio 1817, Regno Unito)

C’era una volta, nella campagna inglese, una bambina che amava i libri sopra ogni cosa. Si chiamava Jane, e non c'era nulla che le piacesse di più che starsene accoccolata sul divano della biblioteca di suo padre, con il naso immerso in un libro. Si lasciava assorbire così tanto dalle storie che a volte discuteva perfino con i personaggi, come se potessero risponderle.

Per divertirsi, Jane e i suoi sette fratelli allestivano commedie e sciarade che recitavano di fronte ai genitori. Quando era ancora molto piccola, Jane cominciò a scrivere le sue storie e a leggerle ad alta voce alla sorella Cassandra, per farla ridere. La sua scrittura era come lei: brillante, creativa, arguta e sottile. Per Jane, ogni dettaglio contava: i battibecchi di una coppia, il modo in cui un uomo camminava, i commenti delle cameriere: erano tutti indizi che rivelavano il carattere delle persone. Jane prendeva nota di tutto nei suoi quaderni: era materiale pronto per i suoi romanzi.

A quel tempo, tutti pensavano che le ragazze dovessero sposarsi. Ma Jane non voleva sposarsi, perciò non lo fece mai.

«Oh, Lizzy! Fa' qualsiasi cosa ma non sposarti senza amore» scrisse in uno dei suoi romanzi.

Con Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento ed Emma, solo per citare alcune delle sue opere più note, Jane Austen è entrata nella storia della letteratura inglese. È ancora possibile visitare la sua casa, un bellissimo cottage di campagna. Era lì che Jane scriveva, seduta a una piccola scrivania, guardando dalla finestra i fiori del suo giardino.


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Jane Goodall

PRIMATOLOGA

(3 aprile 1934, Regno Unito)

C’era una volta, in Inghilterra, una bambina che amava leggere e arrampicarsi sugli alberi. Si chiamava Jane, e sognava di andare in Africa e vivere con gli animali selvatici.

Quando diventò grande, realizzò il suo sogno: andò in Tanzania, prese taccuino e binocolo e si dedicò a studiare gli scimpanzé nel loro habitat naturale.

All'inizio fu difficile. Gli scimpanzé scappavano non appena lei era nei paraggi. Ma Jane continuò ad andare nello stesso posto ogni giorno alla stessa ora. Alla fine, gli scimpanzé le permisero di avvicinarsi.

Ma per Jane non era abbastanza: lei voleva fare amicizia. Così si inventò il "club delle banane". Ogni volta che andava a trovarli, portava un casco di banane e lo mangiava insieme a loro.

A quel tempo, si sapeva poco degli scimpanzé. Alcuni scienziati avevano provato a studiarli da lontano, usando dei binocoli. Altri li studiavano nelle gabbie.

Jane, invece, passava ore in loro compagnia. Cercò di parlare con loro con grida e grugniti. Si arrampicò sugli alberi e mangiò lo stesso cibo che mangiavano loro. Scoprì che gli scimpanzé hanno dei rituali, che usano attrezzi e che il loro linguaggio comprende almeno venti suoni diversi. Scoprì perfino che non sono vegetariani.

Una volta, Jane trovò uno scimpanzé ferito e se ne prese cura finché non guarì. Quando lo lasciò libero, prima di tornare nella foresta, lo scimpanzé si voltò e le diede un lungo e tenero abbraccio, quasi come per dire: "Addio e grazie".


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Jessica Watson

VELISTA

(18 maggio 1993, Australia)

C’era una volta una bambina di nome Jessica che aveva paura dell'acqua.

Una mattina d'estate, stava giocando in piscina con sua sorella e i suoi cugini. A un certo punto, gli altri bambini si allinearono sul bordo e si prepararono a saltare in acqua tenendosi per mano.

La mamma li osservava dalla finestra, per accertarsi che Jessica stesse bene. Si aspettava di vederla allontanarsi dal bordo, ma rimase molto stupita: Jessica avanzò insieme agli altri. Uno... due... tre... splash! Tutti i bambini si tuffarono in acqua, gridando e ridendo.

Da quel giorno in poi, Jessica iniziò ad amare l'acqua. Si iscrisse a un club di vela e prese una decisione: avrebbe fatto il giro del mondo in barca a vela, in solitaria e senza fermarsi. Dipinse la sua barca di un bel rosa acceso e la battezzò "Ella's Pink Lady".

Stipò la barca di provviste: bistecche e pasticci di carne, patate e barattoli di fagioli, centocinquanta bottiglie di latte e moltissima acqua. Poi salpò dal porto di Sydney. Aveva solo sedici anni.

Tutta sola, Jessica navigò senza fermarsi. Affrontò onde alte come grattacieli, si svegliò alla luce di albe meravigliose, incontrò balenottere azzurre e contemplò le stelle cadenti sopra la sua barca.

Sette mesi dopo, attraccò di nuovo nel porto di Sydney. Migliaia di persone corsero ad accoglierla, srotolando davanti a lei un tappeto molto speciale: non rosso, ma rosa come la sua barca!


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Jill Tarter

ASTRONOMA

(16 gennaio 1944, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che voleva fare amicizia con le stelle. Si chiamava Jill.

"Come possiamo essere soli nell'universo, quando il cielo è così grande?" si chiedeva.

Non riusciva a smettere di pensarci, così quando diventò adulta decise di studiare i cieli alla ricerca di forme di vita extraterrestre. Divenne astronoma e direttrice del SETI, il più importante centro di ricerca sulla possibilità di vita nello spazio.

Per anni, Jill e la sua squadra di ricercatori studiarono centinaia di sistemi stellari, usando radiotelescopi sparsi in tutto il mondo. Ogni notte, Jill cercava segni di civiltà su qualche pianeta lontano.

Nessuno sapeva che tipo di sistemi di comunicazione potevano utilizzare gli alieni, e ancora oggi nessuno lo sa. L'unica cosa che sappiamo è che l'universo è troppo grande per pensare di esserne gli unici abitanti.

Jill amava in particolare le passeggiate solitarie sotto il cielo stellato. «Il mio turno in sala controllo cominciava a mezzanotte. Quando andavo al lavoro, Orione era proprio sopra la mia testa, come un vecchio amico» ricorda.

Nessuna delle ricerche compiute finora ha saputo produrre una prova scientifica della vita extraterrestre, ma Jill non ha perso la speranza: «Nessuno ha mai detto che non ci sono pesci nel mare solo perché non ce ne sono in un bicchiere d'acqua».


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Jingū

IMPERATRICE

(169-269 circa, Giappone)

C’era una volta, in Giappone, un'imperatrice che aspettava un bambino.

Un giorno, l'imperatore suo marito dichiarò guerra a un gruppo di ribelli. Jingū era contraria, e gli raccontò una visione che aveva avuto in sogno: dovevano usare il loro esercito per invadere la Corea, "un Paese pieno di cose meravigliose che incantano lo sguardo".

Il marito di Jingū non ascoltò il suo consiglio: perse la battaglia contro i ribelli e morì.

Ancora incinta, Jingū tenne segreta la morte del marito, indossò i suoi vestiti e sconfisse i ribelli. Poi guidò l'esercito oltre il Mar del Giappone e conquistò la Corea, come il suo sogno aveva predetto.

Oltre a fare sogni che la aiutavano a vincere le battaglie, si pensava che Jingū avesse molti altri poteri magici. La gente diceva che controllava le maree, usando due gioielli speciali che custodiva nel suo portagioie. Altri dicevano che suo figlio, Ojin, fosse rimasto nel suo grembo per tre anni interi, concedendo alla madre il tempo di invadere la Corea e tornare a casa prima di darlo alla luce.

Probabilmente, Jingū era solo una donna dalla forza e dal talento eccezionali.

Fu una guerriera eroica e non ebbe mai il timore di assumersi la responsabilità delle proprie azioni: «Se questa spedizione avrà successo, sarà grazie a voi, miei ministri; se fallirà, la colpa sarà soltanto mia» disse.

La spedizione fu un successo e Jingū regnò per oltre settant'anni.


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Joan Jett

ROCKSTAR

(22 settembre 1958, Stati Uniti)

Joan amava il rock'n'roll e, quando aveva tredici anni, per Natale ricevette un dono: la sua prima chitarra.

Era felicissima, ma mancava ancora qualcosa. "Non è male suonare da sola" pensava, "ma se voglio davvero essere una rockstar, ho bisogno di una band."

Un anno dopo, aveva messo insieme il suo gruppo: Sandy alla batteria, Cherie alla voce, Jackie al basso e Lita alla chitarra solista. Joan suonava la chitarra ritmica e cantava. Insieme, erano le Runaways.

Avevano quindici anni, e non avevano paura di niente. Sul palco, Joan indossava sempre una tuta di pelle rossa, mentre Cherie si presentava spesso solo con la lingerie indosso.

«Siete troppo giovani» diceva la gente.

«E allora?» rispondevano loro.

«Fate troppo chiasso» si lamentavano altri.

E loro suonavano ancora più forte.

«Le ragazze non possono suonare il punk rock.»

«Ah sì? Guardate qua!»

Una delle loro prime canzoni, Cherry Bomb, riscosse un grande successo. Il loro secondo album, Queens of Noise, fu un vero fenomeno in Giappone.

Ma non era sempre una passeggiata. Negli Stati Uniti, le Runaways si spostavano in tour su un vecchio furgone scassato, viaggiando di notte da una città all'altra. A volte il pubblico le fischiava о lanciava oggetti sul palco, ma a loro non importava. Vivevano per la musica, ed erano spiriti liberi e selvaggi.


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Julia Child

CHEF

(18 agosto 1912 - 13 agosto 2004, Stati Uniti)

Alta un metro e ottantotto, Julia Child era una ragazza di statura non comune. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, decise di arruolarsi. Ma l'esercito la rifiutò perché era troppo alta, e anche in marina non la vollero per lo stesso motivo. Così diventò una spia.

Una delle sue prime missioni fu la risoluzione di un problema altamente esplosivo. Nell'oceano erano state sparse delle bombe destinate ai sottomarini tedeschi. Solo che continuavano a esplodere nel momento sbagliato, per colpa degli squali che vi si avvicinavano troppo. Tutti gli altri agenti non sapevano cosa fare, ma Julia ebbe un'idea.

Cominciò a cucinare.

Mescolando ingredienti disgustosi di tutti i tipi, preparò delle torte che puzzavano di squalo morto, una volta in acqua. Gli squali non osarono più avvicinarsi. Un po' come quando ci spruzziamo sulle braccia uno spray per difenderci dalle zanzare. Julia fece la stessa cosa, ma con le bombe e gli squali.

Alla fine della guerra, Julia andò in Francia con suo marito, che doveva trasferirsi lì per lavoro. Quando assaggiò per la prima volta il cibo francese, ne fu estasiata: non riusciva a credere che esistesse qualcosa di così buono! Altro che torte anti-squalo! Decise di iscriversi alla scuola di cucina più prestigiosa del mondo, Le Cordon Bleu, e imparò tutto ciò che gli chef avevano da insegnarle.

Julia diventò un'esperta mondiale di cucina francese, e il suo libro di ricette fu un enorme successo. Condusse anche dei programmi televisivi, e concludeva sempre augurando a tutti "Bon appétit!" - tranne che agli squali, naturalmente.


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Kate Sheppard

SUFFRAGETTA

(10 marzo 1847 - 13 luglio 1934, Nuova Zelanda)

C’era un tempo in cui gli uomini credevano che le donne fossero al mondo solo per servirli. Pensavano che le donne dovessero cucinare e pulire, badare ai bambini e non preoccuparsi di altro. Le donne dovevano indossare "vestiti femminili", ovvero abiti lunghi con corsetti stretti. Il fatto che, così vestite, facessero fatica a muoversi e a respirare non aveva importanza; contava solo che fossero carine.

Erano molte le cose che le donne non potevano fare. Avere un lavoro? Impossibile. Fare sport? Impossibile. Governare il Paese? Ancora più impossibile. Le donne non potevano nemmeno votare!

Ma Kate pensava che le donne dovessero avere la stessa libertà degli uomini: la libertà di dire quello che pensavano, di votare per chi volevano e di indossare vestiti comodi.

Un giorno, decise di reagire e dichiarò chiaro e tondo: «Le donne devono avere diritto al voto. E devono smettere di indossare il corsetto». La gente la prese in molti modi: alcuni rimasero scioccati, altri indignati, altri ancora furono ispirati dalle sue idee nuove e radicali.

Kate e le sue amiche fecero una petizione e raccolsero così tante firme che dovettero incollare molti fogli per formare un lungo rotolo. Poi lo portarono in parlamento e lo srotolarono a terra, come un lunghissimo tappeto. Immaginate settantaquattro furgoncini del gelato parcheggiati in fila: era perfino più lungo di così! Era la petizione più lunga che fosse mai stata presentata. I legislatori rimasero senza parole. Grazie a Kate, la Nuova Zelanda divenne il primo Paese al mondo in cui le donne conquistarono il diritto al voto.


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Lakshmi Bai

REGINA E GUERRIERA

(19 novembre 1828 - 18 giugno 1858, India)

C’era una volta, nello stato di Jhansi, in India, una ragazza che amava combattere. Si chiamava Lakshmi Bai.

Studiava autodifesa, tiro con l'arco e scherma. Si allenava molto nel sollevamento pesi e nella lotta libera, ed era anche un'ottima cavallerizza. Formò un suo esercito personale insieme ad altre ragazze che come lei erano esperte nelle tecniche di combattimento.

Lakshmi Bai sposò Gangadhar Rao, il maharaja di Jahnsi, e divenne regina, che in sanscrito si dice "Rani". Lakshmi e Gangadhar ebbero un figlio, ma il bambino morì tragicamente molto presto. Il maharaja non si riebbe mai dal dolore della sua perdita, e morì poco dopo.

All'epoca l'India era sotto il dominio degli inglesi, che volevano impadronirsi anche dello Jhansi. Usarono la morte del figlio e del marito di Lakshmi come scusa, e le ordinarono di lasciare il palazzo. All'inizio, Rani Lakshmi Bai cercò di opporsi agli inglesi legalmente, ma loro si rifiutarono di ascoltarla. Così radunò un esercito di ventimila ribelli, uomini e donne.

Dopo una feroce battaglia, il suo esercito fu sconfitto, ma Rani Lakshmi Bai non si arrese nemmeno allora. Montò a cavallo, saltò giù dalle mura e si diresse a oriente, dove fu raggiunta da altri ribelli, molti dei quali donne come lei. Rani Lakshmi Bai condusse di nuovo le sue truppe in battaglia, a cavallo e vestita come un uomo.

Uno dei generali inglesi la ricordò come "il capo dei ribelli più pericoloso di sempre."


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Leila Lombardi

PILOTA DI FORMULA UNO

(26 marzo 1941 - 3 marzo 1992, Italia)

Una ragazza aiutava sempre suo padre a consegnare la carne col furgone. Ogni volta che c'era una consegna da fare, lei saltava alla guida e suo padre teneva il tempo. Si chiamava Maria Grazia, ma tutti la chiamavano Leila.

Leila era così brava a guidare che stabiliva un nuovo record a ogni consegna. Tutti in città erano abituati a vedere il furgone dei Lombardi che sfrecciava a tutta birra per le colline, con i salami appesi che dondolavano sul retro.

Quando compì diciotto anni, Leila spese tutti i suoi risparmi per comprare una macchina da corsa usata e cominciò a gareggiare da professionista. Quando lessero sui giornali che aveva vinto il campionato di Formula 850, i suoi genitori non rimasero molto stupiti.

A Leila non importava di essere l'unica donna in gara. Guidava solo più forte che poteva per diventare una pilota di Formula Uno.

Il suo primo tentativo fu un fiasco: non si qualificò nemmeno. Ma l'anno successivo si procurò un bravo manager, uno sponsor e un'auto fantastica: bianca, con la bandiera italiana sul muso. Durante il Gran Premio di Spagna, Leila arrivò sesta, diventando la prima donna del mondo a classificarsi in una gara di Formula Uno.

Malgrado il suo successo, la sua squadra decise di assumere un nuovo pilota - un uomo - e Leila si rese conto che la Formula Uno non era ancora pronta ad accettare le donne al volante.

Ciononostante, continuò a correre tutta la vita. Nessun'altra donna ha ancora battuto il suo record.


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Lozen

GUERRIERA

(1840 circa - 1886, Stati Uniti)

С’era una volta una ragazza che voleva essere una guerriera. Si chiamava Lozen e apparteneva a una tribù Apache, un popolo nomade di nativi americani che viveva dove oggi sorgono l'Arizona, il Nuovo Messico e il Texas.

Quando Lozen era ancora una bambina, l'esercito degli Stati Uniti attaccò gli Apache per impadronirsi della loro terra. Lozen vide molti amici e parenti morire in battaglia, e da quel giorno in poi giurò a se stessa che avrebbe dedicato la vita a difendere la sua tribù e la sua gente.

«Non voglio imparare i lavori delle donne e non voglio sposarmi» disse a suo fratello Victorio. «Voglio diventare una guerriera.»

Victorio era il capo della loro tribù e le insegnò a combattere e a cacciare. La voleva sempre al suo fianco in battaglia. «Lozen è il mio braccio destro» diceva. «Forte come un uomo, più coraggiosa della maggior parte dei guerrieri e abile stratega, è uno scudo per il suo popolo.»

Il suo coraggio e la sua forza erano leggendari. La gente credeva che avesse poteri sovrannaturali che le permettevano di anticipare le mosse del nemico. Divenne la sciamana della tribù, ovvero il capo spirituale e la guaritrice della sua gente. Dopo la morte del fratello, Lozen unì le forze con un altro famoso capo Apache, Geronimo. Alla fine fu catturata insieme a quest'ultimo gruppo di Apache liberi, ma il suo ricordo è rimasto indelebile nel cuore di tutti coloro che combattono per la libertà.


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Мае С. Jemison

ASTRONAUTA E DOTTORESSA

(17 ottobre 1956, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina curiosa che non riusciva a decidere che cosa voleva fare da grande. Si chiamava Mae.

Quando cuciva i vestiti per la sua Barbie, voleva fare la stilista; se leggeva un libro sui viaggi spaziali, voleva diventare astronauta; quando aggiustava un giocattolo, pensava che forse l'ingegneria era la sua strada; se andava a teatro, esclamava: «Forse diventerò una ballerina».

Il mondo era il suo laboratorio ed erano moltissimi gli esperimenti che voleva tentare. Studiò ingegneria chimica, cultura afroamericana e medicina. Imparò a parlare il russo, lo swahili e il giapponese. Quando diventò dottoressa, andò volontaria in Cambogia e Sierra Leone. Poi fece domanda alla NASA per diventare astronauta. Mae passò la selezione e dopo un anno di addestramento fu mandata nello spazio a bordo di uno shuttle.

Si occupava di fare i test sugli altri membri dell'equipaggio. Poiché non era solo astronauta ma anche dottoressa, la sua missione era condurre esperimenti su fenomeni come l'assenza di gravità e il malessere da movimento, che possono essere un bel problema quando si fluttua a testa in giù nello spazio.

Quando tornò sulla Terra, anche se lo spazio le era piaciuto moltissimo, capì che la sua vera passione era migliorare la situazione sanitaria in Africa. Così si licenziò dalla NASA e fondò un'azienda che usa i satelliti proprio a questo scopo.

Mae Jemison è stata la prima donna afroamericana ad andare nello spazio.


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Malala Yousafzal

ATTIVISTA

(12 luglio 1997, Pakistan)

C’era una volta una bambina a cui piaceva molto andare a scuola. Si chiamava Malala. Malala abitava in un tranquillo villaggio del Pakistan. Un giorno, un gruppo di uomini armati chiamati talebani prese il controllo della valle, terrorizzando la gente con i suoi fucili.

I talebani proibirono alle bambine e alle ragazze di andare a scuola. Molte persone non erano d'accordo, ma per sicurezza preferirono tenere le loro figlie a casa.

Malala pensava che fosse ingiusto, e lo scrisse nel suo blog. Amava molto la scuola, perciò un giorno disse in TV: «L'istruzione è potere per le donne. I talebani stanno chiudendo le scuole femminili perché non vogliono che le donne abbiano potere».

Qualche giorno dopo, Malala prese il suo scuolabus come al solito. A un tratto, però, due talebani fermarono l'autobus e gridarono: «Chi di voi è Malala?».

Quando le sue amiche la guardarono, gli uomini spararono e la colpirono alla testa.

Malala fu subito portata in ospedale e non mori. Migliaia di bambini e bambine le scrissero di guarire presto, e lei si riprese più in fretta di quanto si potesse immaginare.

«Pensavano di farci tacere con i proiettili, ma non ci sono riusciti» ha detto. Anzi, nel 2014 Malala è stata la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace.

«Prendiamo i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.»


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Manal Al-Sharif

ATTIVISTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

(25 aprile 1979, Arabia Saudita)

C’era una ragazza che voleva guidare la macchina, ma viveva in Arabia Saudita, un Paese in cui le regole religiose proibiscono alle donne di guidare.

Si chiamava Manal, e un giorno decise di infrangere quelle regole. Prese in prestito l'auto di suo fratello e guidò per le strade della sua città. Poi postò un video su YouTube che la mostrava al volante: voleva che la maggiore quantità possibile di donne vedesse quello che stava facendo e trovasse il coraggio di imitarla.

«Se gli uomini possono guidare, perché non possono farlo le donne?» diceva in quel video.

Dopotutto, era una domanda semplice. Ma alle autorità religiose non piacque per niente.

«E se altre donne cominciassero a guidare?» gridarono. «Andrebbero fuori controllo.»

Qualche giorno dopo, Manal fu arrestata e dovette promettere di non guidare più.

Nel frattempo, però, il suo video era stato guardato da migliaia di persone e, qualche settimana dopo, centinaia di coraggiose donne saudite si misero in strada con le loro auto, sfidando le autorità religiose.

Manal fu di nuovo rinchiusa in prigione, ma continuò a protestare e a incoraggiare le donne a guidare e a battersi per i loro diritti.

«Non chiedete quando sarà abolito questo divieto. Uscite e guidate.»


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Margaret Hamilton

INFORMATICA

(17 agosto 1936, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che portò l'uomo sulla Luna. Si chiamava Margaret e ci sapeva davvero fare con i computer.

A soli ventiquattro anni fu assunta dalla NASA, l'agenzia che negli Stati Uniti si occupa dell'esplorazione dello spazio. Aveva accettato il lavoro per provvedere al marito e alla figlia, e non aveva la minima idea che di lì a poco si sarebbe ritrovata a capo di una rivoluzione scientifica che avrebbe cambiato il mondo.

Margaret era ingegnere e guidò la squadra di programmatori del codice che permise alla navicella spaziale Apollo 11 di atterrare sana e salva sulla superficie della Luna.

Lavorava moltissimo, e la sera e nei weekend portava con sé la figlia Lauren, di quattro anni. Mentre la bambina dormiva, lei continuava a programmare, creando le sequenze del codice da aggiungere al computer del modulo di comando dell'Apollo.

Il 20 luglio 1969, pochi minuti prima che la navicella si posasse sulla superficie lunare, il computer cominciò a mandare segnali di errore. L'intera missione era in pericolo. Per fortuna, Margaret aveva impostato il computer in modo che si concentrasse sul compito principale e ignorasse tutto il resto. Così, invece di abolire la missione, l'Apollo 11 atterrò sulla Luna.

L'atterraggio fu salutato dal mondo come "un piccolo passo per l'uomo, ma un grande passo per l'umanità". Ma non sarebbe mai successo senza le straordinarie doti di programmazione e il sangue freddo di una donna: l'ingegnere della NASA Margaret Hamilton.


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Margaret Thatcher

PRIMA MINISTRA

(13 ottobre 1925 - 8 aprile 2013, Regno Unito)

C’era una volta, in Gran Bretagna, una ragazza a cui non importava quello che gli altri pensavano di lei. Era convinta di dover fare quello che riteneva giusto. Ad alcuni piaceva per la sua franchezza, altri pensavano che fosse maleducata. Margaret alzava le spalle e andava per la sua strada.

Studiò chimica e diventò una scienziata, ma la sua vera passione era la politica, così cercò di farsi eleggere nel parlamento britannico. La prima volta non ce la fece, e nemmeno la seconda, ma Margaret non era tipo da arrendersi.

Decise di tornare all'università e studiare legge. Nel frattempo, si sposò ed ebbe due bambini. Quando giunsero di nuovo le elezioni, non venne neppure presa in considerazione, perché gli uomini del suo partito pensavano che una giovane madre non fosse adatta alla vita in parlamento.

Finalmente, qualche anno più tardi, il suo sogno divenne realtà, e Margaret fu eletta in parlamento. Ebbe un tale successo che diventò leader del partito conservatore e poi Prima Ministra, la prima donna della storia del Regno Unito a ricoprire questo ruolo.

Quando tolse il latte gratuito agli alunni della scuola primaria, fu detestata. Quando vinse la guerra delle isole Falkland contro l'Argentina, fu ammirata per la sua forza e determinazione.

Margaret lavorava molto ed era una donna estremamente concreta. A volte, alcuni provavano a farle pressioni per convincerla a prendere decisioni che non condivideva, ma lei non cedeva mai. Ecco perché divenne famosa come la "Lady di ferro".


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Margherita Hack

ASTROFISICA

(12 giugno 1922 - 29 giugno 2013, Italia)

Una volta, in una via di Firenze chiamata Via delle Cento Stelle, nacque una bambina. Si chiamava Margherita e da grande sarebbe diventata una straordinaria astrofisica, una scienziata che studia le proprietà delle stelle e dei pianeti.

Mentre studiava fisica, Margherita si interessò sempre di più alle stelle. «Siamo parte dell'evoluzione dell'universo» diceva. «Dal calcio delle nostre ossa fino al ferro del nostro sangue, siamo fatti interamente di elementi creati nel cuore delle stelle. Siamo davvero "figli delle stelle".»

Il posto preferito di Margherita era l'Osservatorio di Arcetri. Su una collina di Firenze, scrutava i cieli attraverso un enorme telescopio, con la testa piena di domande: come si evolvono le galassie? Quanto distano le stelle l'una dall'altra? Cosa possiamo imparare dalla loro luce?

Margherita viaggiò in tutto il mondo, tenendo conferenze e ispirando altri a studiare le stelle. Tornata a Firenze, divenne la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico.

Diceva che alcune delle sue migliori amiche erano stelle. Si chiamavano Età Boo, Zeta Her, Omega Tau e 55 Cygni. C'è perfino un asteroide che porta il suo nome!

Per Margherita, essere una scienziata significava basare la propria conoscenza del mondo naturale sui fatti, sulle osservazioni e sugli esperimenti, e avere un'instancabile curiosità per il mistero della vita.


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Maria Callas

CANTANTE LIRICA

(2 dicembre 1923 - 16 settembre 1977, Grecia)

Maria era una bambina goffa e per niente popolare.

Era certa che sua madre volesse più bene a sua sorella perché era più magra, più carina e più popolare di lei.

Un giorno, la madre di Maria scoprì che la bambina aveva una voce straordinaria, così la incoraggiò a cantare: avrebbe guadagnato dei soldi per tutta la famiglia.

Provò anche a iscriverla al Conservatorio Nazionale di Atene, ma Maria fu respinta perché non aveva mai studiato canto in modo formale. Così sua madre la mandò da un'insegnante privata.

Quando la donna la sentì cantare per la prima volta, rimase senza parole. Era la voce più straordinaria che avesse mai udito. Nel giro di pochi mesi, Maria fu in grado di eseguire tutte le arie più difficili, e non solo: il suo modo di cantare andava dritto al cuore.

Maria fece di nuovo domanda d'ammissione al Conservatorio Nazionale e questa volta fu ammessa.

Una sera, debuttò sul palcoscenico del teatro dell'opera più prestigioso al mondo: la Scala di Milano. Quando cominciò a cantare, il pubblico si ritrovò a pendere da ogni singola nota e da ogni singola parola che usciva dalle sue labbra. La voce di Maria li trasportava in un luogo pieno di passione, rabbia, gioia e amore. Alla fine, scrosciarono gli applausi. Tutti si alzarono in piedi e lanciarono rose sul palcoscenico.

Maria diventò la soprano più famosa di tutti i tempi, tanto da meritarsi un appellativo unico: la Divina.


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Maria Montessori

DOTTORESSA ED EDUCATRICE

(31 agosto 1870 - 6 maggio 1952, Italia)

C’era una volta un'insegnante che lavorava con i bambini disabili. Si chiamava Maria ed era anche una dottoressa.

Invece di applicare i vecchi metodi di insegnamento, Maria osservava i bambini per capire come imparavano. Nella sua scuola, i bambini non erano costretti a fare quello che gli diceva l'insegnante. Potevano muoversi liberamente e scegliere l'attività che preferivano.

Le sue tecniche innovative si dimostrarono molto efficaci con i bambini disabili, così Maria decise di aprire una scuola per tutti i bambini dove avrebbe applicato gli stessi metodi. La chiamò "La Casa dei Bambini".

Per la sua nuova scuola, Maria inventò dei mobili a misura di bambino: sedie piccole e leggere che i bambini potevano spostare facilmente, e scaffali bassi, per consentire loro di raggiungere le cose senza doverle chiedere a un adulto.

Maria inventò anche dei giocattoli che incoraggiavano i bambini a scoprire il mondo in modo molto pratico e indipendente. Durante le sue lezioni, imparavano ad allacciarsi e slacciarsi i bottoni della camicia, a trasportare un bicchiere d'acqua senza rovesciarlo, ad apparecchiare la tavola da soli.

«Ai bambini dobbiamo insegnare a essere autosufficienti» diceva. «Se sanno allacciarsi le scarpe e vestirsi da soli, proveranno quella felicità che è data dall'indipendenza.»

Il metodo di Maria Montessori è applicato ancora oggi in migliaia di scuole e aiuta i bambini di tutto il mondo a crescere forti e liberi.


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Maria Reiche

ARCHEOLOGA

(15 maggio 1903 - 8 giugno 1998, Germania)

C’era una volta, in una piccola casa nel deserto peruviano, un'avventurosa matematica tedesca di nome Maria Reiche.

Sulle rocce del deserto erano scolpite centinaia di linee. Nessuno sapeva a cosa servissero, о perché si trovassero lì, e nemmeno da quanto tempo ci fossero.

Queste linee misteriose, chiamate "le linee di Nazca", divennero la passione di Maria. Sorvolava il deserto in aereo о in elicottero per poterle riprodurre su una mappa e, quando non c'erano mezzi a disposizione, si arrampicava sulla scala più alta che riusciva a trovare e osservava le linee da lassù. Alcune erano coperte dalla polvere del deserto, perciò dovette ripulirle con la scopa. Usò talmente tante scope che alcuni pensarono che fosse una strega!

Studiando le linee, fece una scoperta incredibile: non erano scarabocchi casuali, ma enormi disegni! Ed erano stati tracciati dai popoli che vivevano in quella terra migliaia di anni fa. Che disegni erano? C'era un colibrì, per esempio! E delle mani intrecciate! Dei fiori! Un ragno gigante! E forme geometriche di tutti i tipi!

Perché quei popoli antichi avevano creato dei disegni che si potevano vedere solo dal cielo? Che cos'erano? Era un mistero che Maria voleva risolvere a tutti i costi.

Scoprì che le linee corrispondevano alle costellazioni del cielo notturno. «È come una gigantesca mappa del cielo» concluse.

Quando Maria si era trasferita dalla Germania in Perù, non stava cercando dei misteriosi disegni giganti. Ma quando li trovò, capì che avrebbe dedicato il resto della sua vita a tentare di comprenderli. Alla fine, divenne famosa come "la Signora delle Linee".


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Maria Sibylla Merian

NATURALISTA

(2 aprile 1647 - 13 gennaio 1717, Germania)

Maria era una bambina che amava l'arte. Ogni giorno, raccoglieva i fiori per dipingerli. A volte, trovava dei bruchi sui fiori, così dipingeva anche loro e il modo in cui cambiavano, di giorno in giorno, fino a trasformarsi in bellissime farfalle.

Nell'epoca in cui viveva Maria, la gente credeva che le farfalle spuntassero dal fango come per magia. Maria sapeva che non era così, ma nessuno le credeva.

Passarono gli anni, e Maria divenne un'ottima acquarellista. Mise per iscritto le sue scoperte, ma a quel tempo gli scienziati prendevano sul serio solo i libri scritti in latino, e quello di Maria era in tedesco.

Un giorno, Maria e sua figlia decisero di trasferirsi in una nuova città: Amsterdam. Qui, Maria vide intere collezioni di insetti esotici provenienti dal Sud America.

"Se potessi studiare questi insetti nel loro habitat naturale, scriverei un libro che la gente prenderebbe in considerazione" si disse.

Così vendette i suoi dipinti e salpò per il Sud America. Nelle foreste pluviali del Suriname, Maria e sua figlia si arrampicarono sugli alberi più alti per studiare gli insetti. Maria scrisse il suo nuovo libro in latino e questa volta fu un grandissimo successo. Tutti impararono che le farfalle vengono dai bruchi e non dal fango! È un processo chiamato "metamorfosi" (da una parola latina che significa "cambiare forma"). Oggi, sappiamo che sono molti gli animali che subiscono la metamorfosi: le rane, le falene, gli scarafaggi, i granchi... e tutto grazie all'opera di Maria Sibylla Merian!


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Marie Curie

SCIENZIATA

(7 novembre 1867 - 4 luglio 1934, Polonia)

C’era una volta, in Polonia, una scuola segreta. La gente la chiamava "l'Accademia Fluttuante".

Il governo dell'epoca stabiliva con molta severità chi poteva studiare e chi no, e le ragazze non potevano frequentare l'università.

Marie e sua sorella, dunque, studiavano nella scuola segreta, ma erano stanche di nascondersi.

Un giorno seppero che a Parigi c'era la Sorbona, un'università che accettava le ragazze, così decisero di trasferirsi in Francia.

Marie era affascinata dai metalli e dai magneti. Scoprì che alcuni minerali erano radioattivi: emanavano potenti raggi e brillavano al buio. Per analizzare le proprietà di questi minerali, Marie li bruciava, li fondeva e li filtrava, per poi restare alzata tutta la notte a guardarli brillare. Le radiazioni sono usate per curare molte malattie, ma sono anche molto pericolose. Pensate che, dopo tutti questi anni, i quaderni e gli strumenti di Marie sono ancora radioattivi e, se volete osservarli da vicino, dovete indossare dei vestiti e dei guanti protettivi.

Il marito di Marie, Pierre, trovò la sua ricerca così interessante che decise di abbandonare il suo lavoro sui cristalli per unirsi a lei. Insieme, scoprirono due nuovi elementi radioattivi: il polonio e il radio.

Marie Curie vinse due premi Nobel per il suo lavoro e avrebbe potuto diventare molto ricca con le sue scoperte. Invece, scelse di rendere disponibili i frutti della sua ricerca a tutti, gratuitamente.


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Mary Anning

PALEONTOLOGA

(21 maggio 1799 - 9 marzo 1847, Regno Unito)

In una minuscola casetta sulla costa meridionale dell'Inghilterra viveva una bambina di nome Mary. La casa era così vicina al mare che a volte veniva allagata dalle tempeste.

I venti e le burrasche spazzavano spesso le scogliere e rivelavano la presenza di fossili, ovvero dei resti di piante e animali preistorici morti moltissimo tempo fa.

Mary non poteva andare a scuola perché la sua famiglia era troppo povera, ma imparò da sola a leggere e scrivere. Studiò la geologia per conoscere meglio le rocce, e l'anatomia per capire meglio gli scheletri degli animali preistorici che trovava lungo la costa.

Un giorno, vide spuntare una strana forma da uno scoglio. Mary prese il suo martellino speciale e con molta attenzione cominciò a battere sulla roccia. Così, un pezzettino alla volta, riportò alla luce uno scheletro lungo nove metri. Aveva un lungo becco, ma non era un uccello. Aveva file di denti affilati, ma non era uno squalo. Aveva le pinne, ma non era un pesce. E aveva anche una lunga coda sottile! Era la prima volta che veniva scoperto quel genere di fossile di dinosauro, e Mary lo chiamò "ittiosauro", che significa "pesce-lucertola".

A quel tempo, la gente credeva che la Terra avesse solo poche migliaia di anni. I fossili di Mary contribuirono a dimostrare la presenza di vita sul nostro pianeta da centinaia di milioni di anni.

Scienziati di tutto il mondo andarono a trovare Mary, la scienziata autodidatta che amava passeggiare lungo la costa.


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Mary Edwards Walker

CHIRURGA

(26 novembre 1832 - 21 febbraio 1919, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza di nome Mary che si vestiva come le pareva. Indossava stivali, pantaloni, camicie, cravatte.

A quel tempo, le ragazze dovevano indossare corsetti molto stretti e strati di sottovesti sotto le gonne. Conciate in quel modo, era difficile muoversi e a volte perfino respirare. Ma a differenza dei genitori di tutte le sue amiche, la mamma e il papà di Mary pensavano che tutti, bambine e ragazze incluse, dovessero vestirsi come volevano. Suo padre, un medico di campagna autodidatta, pensava che tutti i suoi bambini sarebbero stati più felici e più sani indossando pantaloni e camicie comodi, soprattutto con il caldo e l'umidità dell'estate. Mary era felice, perché preferiva di gran lunga i vestiti da maschio.

Il padre incoraggiò Mary, suo fratello e le sue sorelle a studiare. Mary voleva fare la dottoressa, così frequentò la scuola di medicina e si laureò, diventando una delle prime donne degli Stati Uniti a ottenere questo risultato.

Mary sposò un suo collega medico, e il giorno delle nozze indossò giacca e pantaloni, perché le piacevano di più dell'abito da sposa tradizionale.

Proprio perché si vestiva da uomo, qualche volta Mary fu perfino arrestata. Ma per lei erano soltanto vestiti, si sentiva libera di indossare quello che voleva.

Quando scoppiò la guerra civile, servì come volontaria nell'esercito dei nordisti. Salvò molte vite, e alla fine del conflitto ricevette la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti: la Medaglia d'Onore del Congresso.

Mary la indossò per tutta la vita. La appuntava sul bavero della giacca, vicino alla cravatta.


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Mary Kom

PUGILE

(1 marzo 1983, India)

C’era una volta, in India, una bambina di nome Mary. La sua famiglia era molto povera e faticava a procurarsi da mangiare. Mary voleva aiutarla ad avere una vita migliore, così decise di diventare pugile.

Un giorno, andò in palestra e si avvicinò decisa all'allenatore. «Mi allenerai?» chiese.

«Sei troppo mingherlina» rispose lui. «Vattene.»

Ma alla fine della giornata, l'uomo scoprì che la ragazzina lo stava aspettando all'uscita. «Voglio fare il pugile. Mettimi sul ring» insisté Mary.

L'uomo si decise ad accettarla, anche se con riluttanza, e Mary cominciò ad allenarsi con molto impegno. Quando iniziò a combattere sul ring, vinse molti incontri. Ma non aveva detto nulla ai suoi genitori, perché non voleva che si preoccupassero.

Un giorno, suo padre aprì il giornale e trovò una notizia che parlava di lei. «Ma sei tu?» le chiese. «Sì» rispose orgogliosa Mary. «Che succederà se ti farai del male?» chiese la madre. «Non abbiamo i soldi per il dottore!»

«Lavorerò sodo e risparmierò il più possibile. Non ti preoccupare» replicò lei.

Mary dormì in ostelli, mangiò riso e verdure perché non poteva permettersi la carne, saltò la colazione perché aveva i soldi solo per il pranzo e per la cena. E divenne una campionessa.

I suoi genitori guardavano i suoi incontri in TV. Mary vinceva una medaglia dopò l'altra, e ne vinse una anche alle Olimpiadi! Divenne l'orgoglio del suo villaggio e finalmente riuscì a provvedere alla sua famiglia, proprio come sognava da bambina.


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Matilde Montoya

DOTTORESSA

(14 marzo 1859 - 26 gennaio 1939, Messico)

C’era una volta, in Messico, una donna di nome Soledad che aveva una bambina chiamata Matilde. Soledad si accorse presto che sua figlia aveva un'intelligenza fuori dal comune. A quattro anni sapeva leggere e scrivere, e a undici era già pronta per le scuole superiori.

Quando compì sedici anni, Matilde cominciò a fare pratica per diventare levatrice. Ma aveva sogni più grandi: voleva essere una dottoressa.

Quando si iscrisse alla scuola nazionale di medicina, era l'unica studentessa, e furono in molti a dirle che una donna non avrebbe mai potuto fare il dottore. Ma Matilde aveva sua madre e molti amici dalla sua parte.

Alla fine del primo anno, l'università cercò di mandarla via.

Matilde scrisse una lettera al presidente del Messico e chiese il suo intervento. Il presidente la aiutò: scrisse all'università e ordinò loro di smettere di essere così ingiusti con lei. Matilde finì il suo corso, ma a questo punto l'università le impedì di accedere all'esame finale.

Matilde scrisse di nuovo al presidente, e di nuovo il presidente intervenne. Questa volta, varò una legge per consentire alle donne di studiare medicina e diventare dottoresse.

Il presidente in persona andò ad assistere al suo esame finale. Fu un momento storico.

Il giorno dopo, i giornali di tutto il Paese celebrarono la storia della "Señorita Matilde Montoya", la prima donna del Messico a diventare dottoressa.


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Maud Stevens Wagner

TATUATRICE

(febbraio 1877 - 30 gennaio 1961, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che amava molto i tatuaggi. Si chiamava Maud ed era un'artista del circo.

Maud era un'ottima trapezista e contorsionista, e il pubblico andava tutte le sere ad ammirare le sue evoluzioni nell'aria.

Un giorno, incontrò un uomo di nome Gus Wagner che aveva il corpo completamente ricoperto di tatuaggi: scimmie, farfalle, leoni, cavalli, serpenti, alberi, donne, e chi più ne ha più ne metta! «Sono un'opera d'arte ambulante!» diceva sempre.

A Maud piacquero così tanto i suoi tatuaggi che accettò di uscire con lui, a patto che ne facesse uno anche a lei.

Cominciarono con un tatuaggio, poi Gus gliene fece un altro, e poi un altro, e un altro ancora... finché anche il corpo di Maud non fu totalmente ricoperto di tatuaggi.

Maud imparava in fretta, e ben presto cominciò a lavorare come tatuatrice per gli altri artisti del circo e per il pubblico, senza mai smettere di esibirsi come acrobata nel circo e negli spettacoli dei luna park.

All'epoca, i tatuaggi erano insoliti e la gente affollava il circo per guardare a bocca aperta le donne dai vestiti succinti, con la pelle nuda ricoperta di inchiostro.

Maud e Gus lavoravano così bene insieme che divennero inseparabili. Alla fine si sposarono e diffusero l'arte del tatuaggio fuori dai tendoni del circo e in tutto il Paese.

Maud è la prima tatuatrice nota degli Stati Uniti.


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Maya Angelou

SCRITTRICE

(4 aprile 1928 - 28 maggio 2014, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che smise di parlare per cinque anni. Pensava che le sue parole potessero ferire le persone e aveva giurato a se stessa di non emettere più un suono. Si chiamava Maya.

La gente pensava che Maya fosse matta, ma in realtà era soltanto spaventata. «So che un giorno ricomincerai a parlare» le ripeteva sua nonna. «Troverai la tua voce» le diceva il suo amato fratello.

Maya li ascoltava parlare e cominciò a memorizzare tutto quello che sentiva о leggeva: poesie, canzoni, racconti, conversazioni. «Era come mettere un CD. Se volevo, potevo scorrere nella mia memoria e pensare: ecco che cosa voglio ascoltare» ricorderà in seguito.

Divenne così brava a memorizzare le parole, che quando cominciò a scrivere fu come una musica che fluiva dalla sua penna. Scrisse della sua infanzia, di cosa voleva dire crescere in una città in cui gli afroamericani erano trattati male per il colore della loro pelle.

La sua scrittura divenne la voce del Movimento per i Diritti Civili e di tutti coloro che si battevano per i diritti degli afroamericani. Non si stancava mai di ricordarci che tutti noi, bianchi о neri, maschi о femmine, abbiamo uguali diritti.

Oltre ai suoi molti libri, Maya aveva un talento così grande che scrisse anche canzoni, opere teatrali e film, e recitò sul palcoscenico e sullo schermo. «Guardatemi ora: sono nera, sono una donna, sono americana, sono del Sud» disse una volta a un gruppo di studenti neri. «Guardate me e guardate voi stessi. C'è qualcosa che non potete fare?»


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Maya Gabeira

SURFISTA

(10 aprile 1987, Brasile)

C’era una volta una bambina che amava le onde. Ma non le onde piccole in cui ci si diverte a sguazzare al mare. E nemmeno quelle che si vedono dal molo. A lei piacevano le onde super mega giganti e voleva diventare una supereroina del surf.

«Ancora, Maya?» si lamentava la mamma quando la vedeva correre per l'ennesima volta verso la spiaggia. «Sei sempre bagnata e infreddolita, e tutti gli altri surfisti sono maschi!» Ma a Maya non importava: il surf era la sua passione. «I maschi? Si abitueranno a me!» rispondeva.

Cominciò a viaggiare per il mondo alla ricerca delle onde più grandi. Andò in Australia, alle Hawaii, in Portogallo, in Brasile. Saltava su un aereo e arrivava ovunque sperasse di trovare una nuova grande onda. Una volta, in Sudafrica, ne cavalcò una alta quattordici metri, la più alta in assoluto per il surf femminile. Maya vinse ogni gara importante e divenne la surfista più pagata del mondo.

Ma un giorno, in Portogallo, un'onda la colse di sorpresa. Il muro d'acqua le crollò addosso, trascinandola sotto. Maya si ruppe diverse ossa e rischiò di affogare prima che il suo compagno la salvasse e la rianimasse. Dopo un incidente così spaventoso, la maggior parte della gente avrebbe avuto paura di tornare in acqua e forse avrebbe pensato di dedicarsi ad altro nella vita.

Ma non Maya.

Non appena guarì, tornò subito sulla stessa spiaggia in Portogallo. «La adoro» disse. «Il surf da queste parti è mitico!»


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Melba Liston

TROMBONISTA

(13 gennaio 1926 - 23 aprile 1999, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina minuta che voleva suonare il trombone. Si chiamava Melba.

Quando aveva sette anni, arrivò in città un venditore di strumenti musicali. Melba vide uno strumento d'ottone scintillante, e capì subito che doveva averne uno a tutti i costi. «Quello?» esclamò sua madre. «Per una bambina così piccola? Santo cielo, è alto quasi quanto te!» Ma lei non si diede per vinta. «È la cosa più bella che abbia mai visto» insisté.

Fu così che Melba cominciò a suonare il trombone tutti i giorni. Provò a prendere lezioni di musica, ma non andava d'accordo con l'insegnante. «Imparerò da sola. Suonerò a orecchio» decise. Era difficile, ma Melba amava il suono deciso e penetrante che faceva lo strumento. Nel giro di un anno, divenne così brava da suonare il trombone solista alla radio locale.

Quando era ancora un'adolescente, Melba girò gli Stati Uniti con una band guidata dal trombettista Gerald Wilson. Qualche anno più tardi, fu scelta per accompagnare Billy Holiday, una delle più grandi cantanti jazz di tutti i tempi, in un tour nel Sud degli Stati Uniti.

Purtroppo, il tour non ottenne il successo sperato, così quando Melba tornò a casa decise di smettere di suonare. Ma la sua passione era troppo forte, e riprese presto a scrivere musica e a suonare. Pubblicò anche un album solista, intitolato Melba Liston and her 'Bones, "Melba Liston e i suoi tromboni", e si occupò di arrangiamenti per altri musicisti, intrecciando ritmi, armonie e melodie in meravigliose canzoni destinate a tutti i grandi jazzisti del Novecento.


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Michaela DePrince

BALLERINA

(6 gennaio 1995, Sierra Leone)

Una volta, una bambina di nome Michaela perse i suoi genitori durante una terribile guerra. Michaela aveva la vitiligine, una malattia della pelle che le causava delle macchie bianche sul collo e sul petto, e per via del suo aspetto, all'orfanotrofio la chiamavano "la figlia del diavolo". La piccola Michaela era sola e spaventata, e così era anche un'altra bambina di nome Mia.

Quando Michaela aveva paura, Mia le cantava una canzone. Quando Mia non riusciva a dormire, Michaela le raccontava una storia della buonanotte. Divennero migliori amiche.

Un giorno, il vento trascinò una rivista davanti al cancello dell'orfanotrofio. Sulla copertina c'era una bellissima signora con un abito scintillante e le scarpette a punta. «È una ballerina» spiegò la maestra.

"Sembra così felice" pensò Michaela, che allora aveva quattro anni. "Voglio essere come lei."

Poco tempo dopo, fu portata via per un lungo viaggio. Michaela e Mia furono separate. Per smettere di avere paura, Michaela cominciò a sognare. Sognava che lei e Mia avevano una mamma e che lei era una ballerina. Alla fine del viaggio, una signora andò da Michaela e le disse che voleva adottare non solo lei, ma anche Mia!

Tutti i suoi sogni si stavano avverando. Perciò... dov'era il suo tutù? Cominciò a guardarsi intorno. «Che cosa stai cercando?» chiese la sua nuova mamma. Michaela le mostrò la sua rivista.

«Anche tu puoi essere una ballerina» disse allora la mamma con un sorriso. Oggi Michaela è una ballerina del Balletto Nazionale Olandese e continua a dedicarsi alla danza con tutta se stessa.


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Michelle Obama

AVVOCATA E FIRST LADY

(17 gennaio 1964, Stati Uniti)

C’era una volta una bambina che aveva sempre paura. Si chiamava Michelle Robinson e abitava a Chicago con la sua famiglia, in un appartamento che aveva una sola camera.

«Forse non sono abbastanza intelligente. Forse non sono abbastanza brava» si preoccupava Michelle.

E sua madre diceva: «Se si può fare, puoi farcela».

«Tutto è possibile» diceva suo padre.

Michelle si impegnava molto. A volte, gli insegnanti le dicevano che non doveva puntare troppo in alto, perché i suoi voti non erano abbastanza buoni. Altri dicevano che non avrebbe mai ottenuto grandi risultati, perché "era solo una ragazzina nera del South Side di Chicago".

Ma Michelle scelse di ascoltare i suoi genitori. "Tutto è possibile" pensava. Così si laureò a Harvard e divenne un'avvocata in un grande studio. Un giorno, il suo capo le chiese di fare da tutor a un giovane avvocato. Il suo nome era Barack Hussein Obama.

I due giovani si innamorarono e si sposarono pochi anni dopo.

Un giorno, Barack le disse che voleva diventare Presidente degli Stati Uniti. All'inizio, Michelle pensò che fosse pazzo, ma poi ricordò le parole di sua madre: "Se si può fare, puoi farcela". Così si licenziò e lo aiutò nella campagna elettorale.

Barack vinse le elezioni (due volte!) e Michelle divenne la prima first lady afroamericana degli Stati Uniti. Il suo motto è: "Nessuno nasce intelligente. Si diventa intelligenti attraverso il proprio impegno".


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Millo Castro Zaldarriaga

PERCUSSIONISTA

(1922 circa, Cuba)

С’era una volta una bambina che sognava di suonare i tamburi. Viveva in un'isola piena di musica, di colori e di papaye deliziose. Si chiamava Millo.

Tutti sull'isola sapevano che soltanto i maschi potevano suonare i tamburi. «Vattene» le gridavano quando si avvicinava. «Non è una cosa da femmine.»

Non sapevano che la passione di Millo per i tamburi era più forte di un granchio del cocco.

Durante il giorno, ascoltava tutti i suoni che la circondavano: le palme che danzavano al vento; il frullio delle ali dei colibrì; gli schizzi d'acqua e fango quando saltava a piedi uniti in una pozzanghera - SPLASH!

Di notte, si sedeva sulla spiaggia e ascoltava il rumore del mare. «Perché non posso suonare i tamburi anch'io?» chiedeva alle onde.

Un giorno, Millo convinse suo padre a portarla a lezione di musica. Timpani, conga, bonghi... Sapeva suonare tutto! L'insegnante ne fu così colpito che cominciò a darle lezioni tutti i giorni.

«Suonerò in una vera orchestra!» continuava a dire Millo.

Quando sua sorella Cuchito formò le Anacaona, la prima orchestra da ballo di Cuba composta solo da donne, Millo si unì a loro come percussionista. Ben presto, tutti ballavano al ritmo della loro musica.

Millo divenne una musicista famosa in tutto il mondo. A soli quindici anni, suonò perfino alla festa di compleanno di un presidente americano!


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Le sorelle Mirabal

ATTIVISTE

(Patria, 27 febbraio 1924 - 25 novembre 1960;
Minerva, 12 marzo 1926 - 25 novembre 1960;
Maria Teresa, 15 ottobre 1935 - 25 novembre 1960;
Dedé, 1 marzo 1925 - 1 febbraio 2014;
Repubblica Dominicana)

Quando un crudele dittatore di nome Raphael Trujillo prese il potere nella Repubblica Dominicana, quattro sorelle cominciarono a battersi per la libertà. Erano le sorelle Mirabal: Minerva, Patria, Maria Teresa e Dedé.

La gente le chiamava "Las Mariposas", "Le Farfalle".

Distribuirono degli scritti di protesta e organizzarono un movimento per contestare il dittatore e riportare la democrazia nel loro Paese. A Trujillo la cosa non piacque per niente.

Per come la vedeva lui, le ragazze come le sorelle Mirabal erano solo una buona compagnia per andare alle feste. Dovevano riempirlo di complimenti, ricevere fiori e regali, sorridere e dire grazie. Di certo non avevano alcun diritto di far sentire la propria voce e mostrarsi in disaccordo. Figuriamoci se potevano cercare di rovesciare la sua dittatura! La strenua indipendenza delle Farfalle lo spaventava, così tentò diverse strategie per metterle a tacere.

Le rinchiuse in prigione, proibì loro di esercitare l'avvocatura, fece recludere Minerva e sua madre in una stanza d'albergo... cercò perfino di sedurre Minerva! Ma Minerva disse no. Lei non era in vendita. Non ci teneva a diventare l'amante di un potente tiranno. Una cosa sola le importava: la libertà del suo Paese.

Il coraggio delle sorelle Mirabal fu di grande ispirazione per i dominicani e diede loro la forza di opporsi alla dittatura. Alla fine, Trujillo fu abbattuto.

Sull'obelisco alto più di quaranta metri che Trujillo aveva fatto erigere per celebrare il suo potere, oggi c'è un murale che celebra le sorelle Mirabal, le quattro farfalle che sfidarono un tiranno.


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Miriam Makeba

ATTIVISTA E CANTANTE

(4 marzo 1932 - 9 novembre 2008, Sudafrica)

Un tempo gli abitanti del Sudafrica venivano trattati in modi molto diversi a seconda del colore della pelle.

I bianchi e i neri non potevano trascorrere del tempo insieme e non potevano nemmeno innamorarsi e avere figli tra loro: era illegale.

Questo sistema crudele si chiamava "apartheid".

Fu in questo mondo che nacque Miriam, una bambina che amava cantare. Ogni domenica, Miriam andava in chiesa con sua madre. Desiderava così ardentemente cantare nel coro che si intrufolava nel retro della chiesa ogni volta che c'erano le prove.

Quando Miriam crebbe, registrò più di cento canzoni con il suo gruppo femminile, le Skylarks.

Cantava della vita in Sudafrica: cosa le dava gioia, cosa la rendeva triste, cosa la faceva arrabbiare. Cantava della gioia di ballare e cantava dell'apartheid.

La gente amava le sue canzoni, soprattutto una, intitolata Pata Pata, che era il suo più grande successo. Ma al governo non piaceva il messaggio anti-apartheid della musica di Miriam. Voleva mettere a tacere la sua voce di protesta. E quando Miriam lasciò il Paese per andare in tour, le tolsero il passaporto e non le permisero di tornare.

Miriam cantò in tutto il mondo e divenne un simbolo della fiera battaglia africana per la libertà e la giustizia. La gente cominciò a chiamarla "Mama Africa".

Passarono trentun anni e alla fine le permisero di tornare a casa. Poco tempo dopo, l'apartheid fu finalmente sconfitto.


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Misty Copeland

BALLERINA

(10 settembre 1982, Stati Uniti)

Era una magnifica sera quando Misty salì sul palcoscenico di fronte a un pubblico ammutolito per danzare da protagonista in un balletto intitolato L'uccello di fuoco.

Misty era l'unica afroamericana in una delle compagnie di ballo più famose del mondo, ed era il suo esordio come prima ballerina.

Si alzò il sipario, e le sue braccia si mossero aggraziate come le ali di un uccello. Misty piroettò e volteggiò per tutto il palcoscenico in lunghi, splendidi salti. Il pubblico era incantato.

Quando alla fine calò il sipario, tuttavia, rivelò un segreto che nessuno avrebbe potuto immaginare. Si era fatta male a una gamba, e aveva sofferto molto durante tutto lo spettacolo. Aveva sei fratture alla tibia sinistra e doveva essere operata.

Sembrava uno scherzo crudele: la sera stessa in cui il suo sogno si realizzava, le veniva detto che forse non avrebbe mai più potuto danzare.

Per Misty era inaccettabile. Amava troppo la danza. Era stata la danza a trovare Misty quando aveva tredici anni e viveva in un motel con sua madre e i suoi cinque fratelli. Era stata la danza a trovarla quando non avrebbe mai pensato di potersi guadagnare da vivere con qualcosa che la appassionava tanto.

Così si sottopose all'operazione e alle successive terapie, e lei si impegnò con tutte le sue forze per tornare in forma e danzare di nuovo con l'American Ballet Theatre.

Alla fine ce l'ha fatta. E ora può dire di aver danzato anche nel Lago dei cigni: un vero cigno nero, più forte ed elegante che mai.


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Nancy Wake

SPIA

(30 agosto 1912 - 7 agosto 2011, Nuova Zelanda)

C’era una volta una ragazza che diventò un agente segreto. Quando aveva solo sedici anni, viaggiò da sola dall'Australia all'Inghilterra e si fece assumere da un giornale. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, si unì alla resistenza francese (la Maquis) per combattere contro i nazisti.

Dopo una fuga in Inghilterra, Nancy si fece paracadutare di nuovo in Francia per continuare a dare il suo contributo: addestrare e organizzare i combattenti della resistenza e salvare i piloti inglesi che erano stati abbattuti sorvolando la Francia. Nancy procurava loro dei documenti d'identità falsi e poi li trasferiva in Spagna attraverso le montagne, in modo che potessero tornare in Gran Bretagna sani e salvi.

Ogni volta, riusciva a spuntarla sulla polizia segreta tedesca (la Gestapo), e ben presto si trovò in cima alla loro lista dei ricercati. Le diedero anche un soprannome: "il topo bianco", perché era imprendibile!

Nancy era anche una grande soldata. Era un'ottima tiratrice e non perdeva mai il sangue freddo. Quando la sua unità subì un attacco a sorpresa da parte dei tedeschi, prese il comando di una sezione il cui capo era stato ucciso, e con una freddezza eccezionale organizzò una ritirata senza ulteriori perdite.

Alla fine della guerra, quando la Francia fu liberata, Nancy ricevette molte onorificenze: la George Medal dagli inglesi, la Medaglia della Libertà dagli americani, tre Croci di Guerra e la Medaglia della Resistenza dai francesi. In seguito, ricevette anche la più alta onorificenza francese, diventando Cavaliere della Legion d'onore.


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Nanny dei Maroons

REGINA

(1686 - 1733 circa, Giamaica)

C’era una volta, in Giamaica, una schiava che aveva antenati africani di sangue reale. Si chiamava Regina Nanny, ed era a capo di un gruppo di schiavi fuggitivi chiamati Maroons.

A quel tempo, la Giamaica era occupata dagli inglesi, che riducevano gli africani in schiavitù e li deportavano in Giamaica per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Ma Regina Nanny voleva la libertà per sé e per la sua gente e riuscì a fuggire, liberando molti altri schiavi e portandoli sulle montagne, dove costruirono un villaggio chiamato Nanny Town.

L'unica strada per arrivare a Nanny Town era uno stretto sentiero nella giungla. Regina Nanny insegnò ai Maroons a ricoprirsi di foglie e rami per mimetizzarsi nella giungla.

Quando i soldati inglesi attraversavano la foresta in fila indiana, non avevano idea di essere circondati. Ma al suono di un segnale improvviso, gli "alberi" intorno a loro si animavano e li attaccavano.

Nanny Town però aveva un problema. I suoi abitanti avevano fame.

Una notte, indebolita dagli stenti e preoccupata per la sua gente, Regina Nanny si addormentò e fece un sogno. Uno dei suoi antenati le diceva: «Non ti arrendere. Il cibo è a portata di mano».

Quando si svegliò, si ritrovò dei semi di zucca nelle tasche. Li piantò sulla collina e presto la sua tribù ebbe cibo in abbondanza.

Da allora in poi, la collina di Nanny Town fu chiamata Pumpkin Hill, la "collina della zucca".


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Nellie Bly

REPORTER

(5 maggio 1864 - 27 gennaio 1922, Stati Uniti)

In un villaggio della Pennsylvania c'era una bambina che si vestiva sempre di rosa. Si chiamava Nellie.

Quando suo padre morì, la famiglia dovette affrontare molte difficoltà. Cosi Nellie, ormai grande, andò a cercare lavoro per aiutare sua madre a sbarcare il lunario.

Un giorno, Nellie lesse un articolo su un giornale locale. Si intitolava così: "Cosa è bene che facciano le ragazze". Nell'articolo, le ragazze che lavoravano erano descritte come "mostri", perché l'autore credeva che il posto delle donne fosse uno solo: la casa. Nellie si infuriò e scrisse un'appassionata lettera di protesta al direttore del giornale.

Colpito dallo stile della sua scrittura, il direttore le offrì un posto come reporter.

Nellie si dimostrò presto un'ottima giornalista investigativa. Si trasferì a New York e iniziò a lavorare per il New York World, un quotidiano diretto dal famoso Joseph Pulitzer. Una volta, finse di essere malata di mente e si fece internare in un manicomio per testimoniare il pessimo trattamento che subivano le pazienti. Nellie era temeraria, intelligente e compassionevole.

Il giornale le propose una sfida. Jules Verne aveva scritto un romanzo di successo intitolato II giro del mondo in ottanta giorni: Nellie avrebbe potuto farcela in meno tempo? Qualche ora dopo, Nellie aveva già preparato i bagagli ed era salpata dal porto di New York a bordo di un piroscafo. Viaggiando via nave, via treno e anche a dorso di mulo, si impose un ritmo faticosissimo, mentre la gente scommetteva sul risultato della sua impresa. Alla fine, 72 giorni, 6 ore e 11 minuti dopo, Nellie tornò a New York: ce l'aveva fatta!


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Nettie Stevens

GENETISTA

(7 luglio 1861 - 4 maggio 1912, Stati Uniti)

C’era una volta un'insegnante di nome Nettie Stevens, che decise di diventare scienziata. Risparmiò il più possibile e, a trenta- cinque anni, si trasferì in California per frequentare l'università di Stanford.

Mentre era all'università, le sue ricerche si concentrarono sempre di più su un obiettivo: scoprire perché i maschi diventano maschi e le femmine diventano femmine. La risposta, ne era certa, era nello studio delle cellule.

L'umanità si interrogava sulla questione da quasi duemila anni. Scienziati e filosofi avevano inventato teorie di ogni tipo per dare una spiegazione: alcuni dicevano che dipendeva dalla temperatura del corpo del padre, altri che dipendeva dall'alimentazione... in pratica, nessuno ne aveva la minima idea.

Per risolvere questo mistero una volta per tutte, Nettie si mise a studiare i vermi della farina.

Analizzando per ore le loro cellule al microscopio, fece un'importante scoperta: le larve femmina avevano venti cromosomi grandi, mentre le larve maschio avevano solo diciannove cromosomi grandi e uno piccolo. «Bingo!» gridò Nettie, con gli occhi ancora incollati al microscopio. Uno scienziato di nome Edmund Wilson fece una scoperta simile più о meno nello stesso periodo, ma non comprese quanto fosse importante. Wilson pensava che il genere fosse condizionato anche dall'ambiente, ma Nettie disse: «Eh, no. È tutto dovuto ai cromosomi». E aveva ragione.


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Nina Simone

CANTANTE

(21 febbraio 1933 - 21 aprile 2003, Stati Uniti)

Nina era una bambina orgogliosa e molto dotata. Atre anni, mentre era in chiesa con la mamma, si arrampicò senza farsi notare sulla panca dell'organo e imparò a suonare un inno.

Quando aveva cinque anni, il datore di lavoro della madre si offrì di pagarle delle lezioni di piano e Nina iniziò a studiare da pianista classica.

Si impegnava molto, lavorava sodo e aveva un talento straordinario.

A dodici anni, diede il suo primo concerto. I suoi genitori erano seduti in prima fila, ma furono costretti a cedere il posto a degli spettatori bianchi. Nina si rifiutò di iniziare a suonare finché i suoi genitori non furono di nuovo in prima fila.

Nina riversava la sua passione nella musica e non sopportava il razzismo. Voleva che tutti i neri fossero fieri e liberi, che abbracciassero i loro talenti, che pensassero liberamente.

Ecco perché scrisse canzoni come Brown Baby о Young, Gifted and Black. Nina Simone sapeva quanto il razzismo facesse soffrire i neri, e voleva che trovassero forza con le sue canzoni. «La cosa peggiore di questo tipo di pregiudizio» diceva «è che per quanto ti senti ferita e arrabbiata, il pregiudizio alimenta le tue insicurezze, i tuoi dubbi. Cominci a pensare: "Forse non sono abbastanza brava".»

Nina decise di coltivare il suo talento, anziché la sua paura, e divenne una delle cantanti jazz più famose del mondo.


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Policarpa Salavarrieta

SPIA

(26 gennaio 1795 - 14 novembre 1817, Colombia)

C’era una volta a Bogotá, una città della Colombia, una giovane sarta che era anche una spia. Il suo vero nome era segreto, ma la maggior parte della gente la conosceva come Policarpa Salavarrieta.

Quando era bambina, la sua madrina le insegnò a cucire. Non avrebbe mai immaginato che un giorno quel mestiere avrebbe contribuito a provocare una rivoluzione nel suo Paese.

All'epoca, la Colombia era governata dalla Spagna. Molte persone, chiamate "realisti", erano orgogliose di avere un re spagnolo. Altre invece erano rivoluzionare come Policarpa, e volevano che la Colombia fosse libera.

I realisti erano sempre alla ricerca dei rivoluzionari per arrestarli, e Policarpa dovette cambiare nome per non farsi catturare.

Policarpa lavorava come sarta nelle case dei realisti, e mentre aggiustava gli abiti delle signore, raccoglieva informazioni sui loro piani, per poi passarle ai suoi amici rivoluzionari.

Un giorno, i realisti arrestarono un messaggero che aveva con sé dei segreti che lei aveva procurato loro, e Policarpa fu arrestata. Le dissero che le avrebbero risparmiato la vita, ma solo a una condizione: doveva rivelare i nomi dei suoi amici.

Lei li guardò dritto negli occhi e rispose: «Sono una giovane donna, non mi fate paura».

Ancora oggi, Policarpa ispira gli uomini e le donne della Colombia e di tutto il mondo a combattere per la libertà e la giustizia, senza paura.


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Rita Levi Montalcini

SCIENZIATA

(22 aprile 1909 - 30 dicembre 2012, Italia)

Quando la sua tata morì di cancro, Rita decise di diventare una dottoressa.

Era particolarmente affascinata dai neuroni (ciò di cui è fatto il nostro cervello), così, dopo la laurea, cominciò le sue ricerche in questo campo insieme a uno straordinario professore di nome Giuseppe Levi e a un gruppo eccezionale di scienziati.

Erano nel bel mezzo di un'importante ricerca quando un crudele dittatore promulgò una legge: gli ebrei non potevano lavorare all'università.

Rita fuggì in Belgio insieme al professore, che era ebreo come lei. Ma quando i nazisti invasero il Belgio, dovette fuggire di nuovo e tornò in Italia.

È difficile lavorare come scienziata quando devi nasconderti in continuazione e non hai accesso a un laboratorio, ma Rita non si arrese.

Trasformò la sua camera in un piccolo laboratorio di ricerca. Affilò gli aghi da cucito per creare strumenti chirurgici e sistemò un piccolo tavolo operatorio di fronte al letto, che usava per dissezionare i polli e studiare le cellule al microscopio.

Quando la sua città fu bombardata, Rita fuggì un'altra volta, e poi un'altra volta ancora. Di nascondiglio in nascondiglio, tuttavia, qualunque fossero le difficoltà e ovunque si trovasse, continuava a lavorare.

Per la sua opera nel campo della neurobiologia, Rita ricevette il Nobel per la medicina: la terza persona della sua classe di medicina a ottenere questo risultato!


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Rosa Parks

ATTIVISTA

(4 febbraio 1913 - 24 ottobre 2005, Stati Uniti)

Una volta la città di Montgomery, in Alabama, era una città segregata. Le persone nere e le persone bianche frequentavano scuole diverse, pregavano in chiese diverse, facevano la spesa in negozi diversi, usavano ascensori diversi e bevevano perfino da fontanelle pubbliche diverse. Tutti viaggiavano negli stessi autobus, però dovevano sedersi in settori diversi: i bianchi davanti, i neri dietro. Rosa Parks era cresciuta in questo mondo in bianco e nero.

Per i neri era difficile, e molti erano tristi e arrabbiati a causa della segregazione, ma se protestavano venivano messi in prigione.

Un giorno Rosa, che allora aveva quarantadue anni, prese l'autobus per tornare a casa dopo il lavoro e si sedette dietro. L'autobus era molto pieno e non c'erano abbastanza posti davanti (nel settore riservato ai bianchi), così l'autista disse a Rosa di alzarsi e cedere il posto a un bianco.

Rosa disse no.

Passò la notte in prigione, ma questo atto di coraggio dimostrò alla gente che era possibile dire no all'ingiustizia.

Gli amici di Rosa organizzarono un boicottaggio. Chiesero a ogni persona nera della città di non prendere gli autobus di Montgomery finché le cose non fossero cambiate. Il passaparola fu rapido ed efficace. Il boicottaggio durò 381 giorni. Finì quando la segregazione negli autobus fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Ci vollero dieci anni perché la segregazione fosse bandita in tutti gli altri stati, ma alla fine accadde, grazie al primo, coraggioso "No" di Rosa.


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Ruth Bader Ginsburg

GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA

(15 marzo 1933, Stati Uniti)

C’era una volta una ragazza che sognava di diventare una grande avvocata. «Un avvocato donna?» la derideva la gente. «Non essere ridicola! Avvocati e giudici sono sempre uomini.»

Ruth si guardò intorno, e vide che in effetti era vero. "Ma non c'è motivo per cui le cose non debbano cambiare" pensò.

Fece domanda di ammissione alla facoltà di legge di Harvard e si distinse come uno degli studenti più brillanti.

Anche suo marito Marty studiava a Harvard. «Tua moglie dovrebbe stare a casa a sfornare biscotti e badare alla bambina» diceva la gente. Ma Marty non li ascoltava. Ruth era una cuoca terribile! E poi lui adorava occuparsi della loro bambina ed era orgoglioso del successo della moglie.

Ruth difendeva strenuamente i diritti delle donne e disputò sei casi fondamentali sulla parità di genere di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Poi divenne la seconda donna nominata giudice della Corte Suprema nella storia del Paese.

La Corte Suprema è composta da nove giudici. «Se mi chiedono quando ci saranno abbastanza donne nella Corte Suprema, rispondo: "Quando ce ne saranno nove". La gente rimane scioccata, ma ci sono stati nove uomini per un'eternità e nessuno ha mai alzato un sopracciglio.»

Arrivata agli ottant'anni, Ruth fa ancora venti flessioni al giorno ed è diventata un'icona di stile, grazie ai colletti stravaganti che indossa in tribunale sopra la toga da giudice.


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Ruth Harkness

ESPLORATRICE

(21 settembre 1900 - 20 luglio 1947, Stati Uniti)

Molto tempo fa, gli zoo non sapevano granché su come prendersi cura degli animali. Era raro che gli animali esotici sopravvivessero al viaggio per arrivare in America. I visitatori erano abituati a vedere quegli stessi animali imbalsamati, ed era difficile provare compassione per un animale imbalsamato.

Così, quando il marito di Ruth decise di andare in Cina per catturare un panda vivo e portarlo nel suo Paese, fece molto scalpore. Purtroppo però, pochi mesi dopo il suo arrivo, l'uomo morì.

Ruth era una stilista di New York e conosceva pochissimo la Cina. Ma le mancava suo marito e amava l'avventura. Così si disse: "Finirò quello che Bill ha iniziato. Andrò in Cina e tornerò con un panda".

Una volta arrivata, Ruth esplorò le foreste più fitte, si inerpicò fino ad antichi monasteri, seguì il corso dei fiumi di giorno e accese fuochi la notte.

Una notte, udì un rumore. Ruth lo seguì fin dentro la foresta e trovò un cucciolo di panda nella cavità di un tronco. Lo prese in braccio, ma non sapeva cosa fare. Gli diede del latte. Quando tornò in città, si comprò una pelliccia, in modo che il cucciolo si sentisse più a suo agio quando era fra le sue braccia.

Chiamò il panda Su Lin e lo portò con sé negli Stati Uniti, per lasciarlo allo zoo di Chicago. Decine di migliaia di persone videro quanto era carino Su Lin e compresero che tutti gli animali selvatici meritano rispetto e amore.


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Seondeok di Silla

REGINA

(606 circa - 17 febbraio 647, Corea)

C’era una volta, a Siila, uno dei tre regni della Corea, una quattordicenne molto intelligente che diventò regina. Si chiamava Seondeok. Un politico di nome Bidam non fu affatto contento della sua incoronazione, e guidò una rivolta contro di lei con uno slogan molto chiaro: "Le donne non possono governare!". Quando vide una stella cadente, disse che era un segno: il regno di Seondeok sarebbe caduto presto.

Ma Seondeok fece volare un aquilone in fiamme e disse alla gente che la sua stella era tornata nel cielo.

Non era la prima volta che Seondeok stupiva tutti con una trovata geniale. Quando era bambina, il re suo padre aveva ricevuto un sacchetto di semi di papavero dall'imperatore della Cina. Il sacchetto era decorato con un'immagine di quei fiori. «Saranno dei fiori magnifici» disse Seondeok, guardando l'illustrazione. «Peccato che non avranno un buon profumo.» «Come lo sai?» chiese il padre.

«Se fossero profumati, ci sarebbero anche api e farfalle nell'immagine.» Quando i papaveri fiorirono, si vide che Seondeok aveva ragione: i fiori non avevano odore.

La giovane regina mandò studiosi e allievi in Cina a imparare le lingue e i costumi cinesi, forgiando così forti legami di amicizia fra i due Paesi. Seondeok fu la prima regina di Siila, dopo ventisei re.


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Serena e Venus Williams

TENNISTE

(Serena, 26 settembre 1981;
Venus, 17 giugno 1980;
Stati Uniti)

C’era una volta un uomo di nome Raul, che vendeva tacos all'angolo di una strada della città di Compton, in California. Ogni giorno, Raul vedeva un uomo e le sue due figlie passare davanti al suo baracchino, diretti a un campo da tennis nelle vicinanze. L'uomo si chiamava Richard Williams e le figlie erano Serena e Venus. Ogni giorno, Richard portava una cesta di palle da tennis al campo e insegnava alle figlie a giocare.

Serena aveva solo quattro anni all'epoca, ed era così piccola che quando sedeva in panchina i suoi piedi non toccavano terra. Era spesso la giocatrice più giovane nei tornei a cui la iscriveva il padre, ma questo non le impediva di vincere.

A Compton c'erano delle bande di ragazzi che a volte causavano guai, ma quando vedevano giocare Venus e Serena, erano rapiti dalla passione e dalla determinazione delle due sorelle. Restavano a guardarle sbigottiti, e si assicuravano che nessuno le disturbasse.

Venus e Serena si allenarono molto, mettendo tutte se stesse nel tennis. Arrivate all'adolescenza, erano così forti che il padre dichiarò che erano sulla via giusta per diventare le migliori tenniste del mondo.

Ed è andata proprio così! Entrambe le sorelle sono state al primo posto nella classifica mondiale, e ancora oggi sono l'orgoglio di Raul, del padre e dell'intera città di Compton.


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Simone Biles

GINNASTA

(14 marzo 1997, Stati Uniti)

C’era una ragazza che sapeva volare. Si chiamava Simone Biles. Simone era una ginnasta, la più grande ginnasta della storia degli Stati Uniti. Quando Simone faceva il suo ingresso sul tappeto, il pubblico non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Era così veloce, forte, flessibile, agile! Sapeva volare nell'aria con una grazia e una velocità stupefacenti, volteggiava, roteava e atterrava ogni volta in modo impeccabile.

Simone iniziò a fare ginnastica quando aveva solo sei anni. Arrivata ai diciotto, aveva già vinto così tante medaglie che quando partì per le Olimpiadi di Rio tutti si aspettavano che non ne vincesse una, ma cinque.

Un giorno, un giornalista le chiese: «Come fai ad affrontare tutta questa pressione?».

«Cerco di non pensarci. Al momento, il mio obiettivo è essere più costante alle parallele asimmetriche.»

«E l'obiettivo di vincere una medaglia d'oro?»

«Una medaglia non può essere un obiettivo» replicò Simone con un sorriso. «Come dice sempre mia mamma: "Se fare del tuo meglio significa arrivare prima, fantastico. Se significa arrivare quarta, è fantastico lo stesso".»

Simone fu adottata dalla sua mamma quando aveva tre anni. È stata lei a insegnarle che restare umili e fare del proprio meglio è l'unico modo per vivere una vita piena ed essere d'ispirazione per tutti coloro che ti circondano.

Alle Olimpiadi di Rio, Simone vinse cinque medaglie, quattro delle quali d'oro!


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Sonita Alizadeh

RAPPER

(1996, Afghanistan)

Sonita aveva dieci anni quando i suoi genitori le dissero: «Dobbiamo venderti in sposa». Cominciarono a comprarle dei bei vestiti e a prendersi cura di lei più di quanto avessero mai fatto.

Sonita non sapeva di preciso cosa significasse, ma di una cosa era certa: non voleva sposarsi. Voleva studiare, scrivere e cantare canzoni. Quando lo disse a sua madre, lei le rispose: «Ci servono i soldi per comprare una sposa per tuo fratello maggiore. Non abbiamo scelta. Dobbiamo vendere te».

All'ultimo momento, tuttavia, il matrimonio combinato sfumò. In Afghanistan, il Paese in cui la famiglia viveva, era scoppiata la guerra, e Sonita e suo fratello furono mandati a vivere in un campo per rifugiati in Iran. Sonita andò a scuola da quelle parti e iniziò a scrivere le sue canzoni.

Quando compì sedici anni, sua madre andò a trovarla, e le disse che doveva tornare in Afghanistan, perché avevano trovato un altro marito disposto a comprarla. Di nuovo, Sonita rispose di no. Voleva bene a sua madre, ma non voleva sposarsi. Voleva fare la rapper.

Scrisse una canzone molto dura intitolata Brides for Sale, "Spose in vendita", e la caricò su YouTube. Il video divenne virale, Sonita conquistò la fama e vinse una borsa di studio per studiare musica negli Stati Uniti. «Nel mio Paese, le brave ragazze stanno zitte» racconta adesso. «Ma io voglio condividere le parole che ho dentro.»


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Sylvia Earle

BIOLOGA MARINA

(30 agosto 1935, Stati Uniti)

C’era una volta una giovane scienziata che amava fare immersioni di notte, quando l'oceano è buio e non si capisce se i pesci dormono о sono svegli.

«Di notte» diceva «si vedono moltissimi pesci che non si vedono di giorno.» Si chiamava Sylvia.

Sylvia era a capo di una squadra di acquanaute: insieme alle sue compagne, viveva sott'acqua per settimane, si immergeva con ogni genere di veicolo sottomarino e studiava la vita dell'oceano come mai nessuno prima di lei.

Una notte, Sylvia indossò una muta speciale: bianca e grigia, grande come una tuta spaziale, con un enorme casco a cupola dotato di quattro finestre rotonde per guardare fuori. A sei miglia dalla costa, si tuffò a una profondità mai raggiunta prima da nessuno senza l'ausilio di un sommergibile. Laggiù, dove il buio è più nero di una notte senza stelle, alla flebile luce di una lampada subacquea, mise piede sul fondo dell'oceano, proprio come il primo uomo, con una tuta simile alla sua, ma miglia e miglia sopra la sua testa, aveva messo piede sulla superficie della luna.

«Senza l'oceano» ci spiega ancora oggi, «non ci sarebbe vita sulla Terra. Non ci sarebbero esseri umani, animali, ossigeno, piante. Se non conosciamo l'oceano, non possiamo amarlo.»

Sylvia ha studiato le correnti nascoste, ha scoperto piante sottomarine e incontrato i pesci degli abissi. «Dobbiamo prenderci cura degli oceani» dice. «Volete unirvi a me in una missione per proteggere il cuore azzurro della Terra?»


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Tamara De Lempicka

PITTRICE

(16 marzo 1898 - 18 marzo 1980, Polonia)

Un giorno, in un'elegante dimora di San Pietroburgo, in Russia, arrivò un pittore. Doveva realizzare il ritratto di una dodicenne di nome Tamara.

A Tamara però non piacque il suo lavoro. Pensava che lei avrebbe potuto fare molto meglio.

Qualche anno più tardi, mentre era al Teatro dell'Opera con la zia, Tamara vide un uomo nella folla. Capì subito che era l'uomo che avrebbe sposato, e così fu. Si chiamava Tadeusz.

Quando in Russia scoppiò la rivoluzione, Tadeusz fu rinchiuso in prigione. Tamara riuscì a farlo liberare e organizzò la loro fuga a Parigi.

All'epoca, Parigi era il centro mondiale dell'arte, e fu lì che Tamara realizzò il suo sogno di bambina di diventare un'artista. Raggiunse la fama, e le celebrità di allora facevano la fila per farsi ritrarre da lei.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, Tamara si trasferì negli Stati Uniti. A poco a poco, il suo stile audace e singolare passò di moda. Quando una sua mostra ottenne pessime recensioni, Tamara perse la pazienza e giurò di non esporre più i suoi quadri.

Si trasferì in Messico, in una bellissima casa, e lì visse per il resto dei suoi giorni, fino a ottantadue anni, con la figlia Kizette al fianco.

Chiese che le sue ceneri fossero sparse sul vulcano di Popocatépetl: una degna fine per un genio artistico dalla personalità esplosiva.

Oggi, i suoi dipinti valgono milioni di dollari. Tamara sarebbe orgogliosa di sapere che la cantante Madonna è una delle sue più grandi fan.


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Virginia Woolf

SCRITTRICE

(25 gennaio 1882 - 28 marzo 1941, Regno Unito)

Una volta una bambina che viveva a Londra creò un giornale sulla sua famiglia. Si chiamava Virginia.

Virginia era arguta, colta e molto sensibile. Ogni volta che succedeva qualcosa di brutto, si sentiva triste per settimane. Quando era felice, era la bambina più felice della Terra.

«Vivo nell'intensità» scrisse nel suo diario.

Virginia soffriva di una malattia chiamata depressione. Questi cambiamenti d'umore così estremi la accompagnarono per tutta la vita. Ma qualunque fosse il suo umore, Virginia scriveva sempre. Teneva un diario, scriveva poesie, romanzi, recensioni. Scrivere era il suo modo di capire con più chiarezza i suoi sentimenti e, così facendo, di gettare luce nei sentimenti di ognuno.

C'era una persona che Virginia amava quanto la scrittura: suo marito Leonard.

Virginia e Leonard erano incredibilmente felici insieme e si amavano molto, ma a volte la depressione di Virginia le rendeva difficile provare gioia. All'epoca, non c'era una cura efficace per questa malattia, e molti credevano perfino che non fosse reale.

Oggi, la depressione si può curare. Ma che tu sia felice о triste о qualunque altra cosa, è sempre un'ottima idea annotare come ti senti in un diario. Forse diventerai un genio della scrittura come Virginia, e aiuterai altre persone a comprendere i propri sentimenti e a vivere una vita piena di sogni.


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Wang Zhenyi

ASTRONOMA

(1768 - 1797, Cina)

C’era una volta, in Cina, una ragazza che amava studiare di tutto: la matematica, le scienze, la geografia, la medicina. Scriveva poesie, ma era anche un'ottima cavallerizza, sapeva tirare con l'arco ed era brava nelle arti marziali. Si chiamava Wang.

Wang viaggiava molto ed era curiosa di tutto, ma più di ogni altra cosa amava l'astronomia. Trascorreva ore a studiare i pianeti, il Sole, le stelle e la Luna.

All'epoca, la gente pensava che l'eclissi lunare fosse un segno dell'ira degli dei. Wang sapeva che non poteva essere vero, così decise di dimostrarlo con un esperimento. Mise un tavolo rotondo - la Terra - in un padiglione del giardino, e al soffitto appese una lampada - il Sole. Di lato, mise un grande specchio rotondo - la Luna.

Poi cominciò a spostare questi oggetti esattamente come si spostano nel cielo, fino a che il Sole, la Terra e la Luna non furono allineati, con la Terra nel mezzo. «Ecco qua! Un'eclissi lunare si verifica ogni volta che la Luna transita completamente attraverso l'ombra della Terra.»

Wang comprendeva anche l'importanza di rendere la matematica e le scienze accessibili alla gente comune, così si sbarazzò del gergo aristocratico e scrisse un saggio che spiegava la forza di gravità.

La sua fama si diffuse ovunque, Nelle sue poesie, scriveva spesso dell'importanza della parità fra uomini e donne.


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Wangari Maathai

ATTIVISTA

(1 aprile 1940 - 25 settembre 2011, Kenya)

C’era una volta, in Kenya, una donna di nome Wangari. Quando i laghi vicini al suo villaggio cominciarono a prosciugarsi e i ruscelli a scomparire, Wangari capì che doveva fare qualcosa. Così chiamò a raccolta alcune delle altre donne.

«Il governo abbatte gli alberi per fare spazio alle fattorie, ma ora dobbiamo camminare chilometri per raccogliere legna da ardere» disse una di loro. «Ripiantiamo gli alberi, allora» esclamò Wangari.

«Quanti?» chiesero le altre.

«Qualche milione dovrebbe bastare» rispose lei.

«Qualche milione? Sei matta? Non esistono serre abbastanza grandi per coltivarne così tanti!»

«Non li compreremo in una serra. Li coltiveremo noi, a casa.»

Fu così che Wangari e le sue amiche raccolsero i semi nella foresta e li piantarono in dei barattoli. Li annaffiarono e li accudirono finché le piante nate da quei semi non furono alte una trentina di centimetri. Poi, piantarono gli arboscelli in cortile.

Tutto cominciò con un piccolo gruppetto di donne. Ma poi, proprio come un albero che spunta da un minuscolo seme, l'idea crebbe e diede vita a un grande movimento.

L'organizzazione Green Belt Movement, fondata da Wangari, ha superato i confini del Kenya. Sono stati piantati quaranta milioni di alberi, e Wangari Maathai ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro. Ha festeggiato piantando un albero.


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Wilma Rudolph

ATLETA

(23 giugno 1940 - 12 novembre 1994, Stati Uniti)

Molto tempo fa, prima che fosse scoperto il vaccino per la poliomielite, i bambini non erano protetti contro questa terribile malattia. Wilma era piccola quando si ammalò e rimase con una gamba paralizzata.

«Non so se tornerà a camminare» disse il medico.

«Camminerai di nuovo, tesoro. Te lo prometto» sussurrò la mamma di Wilma.

Ogni settimana, la mamma la portava in città per le cure. Ogni giorno, i suoi ventuno fratelli e sorelle le massaggiavano la gamba a turno. Wilma doveva usare un apparecchio per camminare, e i bulletti del quartiere la prendevano in giro. A volte, quando i genitori non erano a casa, provava a camminare senza. Fu difficile, ma a poco a poco divenne più forte.

Quando ebbe nove anni, la promessa della mamma divenne realtà: Wilma tornò a camminare da sola! Cominciò perfino a giocare a pallacanestro.

Le piaceva molto correre e saltare, così, quando l'allenatore le chiese se voleva far parte della squadra di corsa, accettò senza pensarci su due volte. Wilma partecipò a venti gare, e vinse sempre.

«Non so perché corro così veloce» diceva, «lo corro e basta.»

Wilma divenne la donna più veloce del mondo, regalando molta gioia alla sua famiglia e al suo Paese. Batté tre record del mondo alle Olimpiadi del 1960.

Diceva sempre che la chiave per la vittoria era saper perdere: «Nessuno vince in continuazione. Se riesci a ripartire dopo una cocente sconfitta, per poi vincere di nuovo, un giorno sarai un grande campione».


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Xian Zhang

DIRETTRICE D'ORCHESTRA

(1973, Cina)

C’era una volta un Paese in cui il pianoforte era proibito. Non si vendevano pianoforti nei negozi e non si suonavano ai concerti. Semplicemente, non si trovavano da nessuna parte.
Un giorno, un uomo ebbe un'idea geniale: comprò tutti i pezzi necessari e se ne costruì uno da solo. Non per se stesso, ma perché lo suonasse sua figlia Zhang, che allora aveva quattro anni.
Zhang amava così tanto suonare che divenne una maestra di pianoforte e insegnò ai cantanti del Teatro dell'Opera di Pechino. Era felice e pensava che sarebbe rimasta un'insegnante di piano e una pianista per tutta la vita.
Una sera, però, dopo le prove generali delle Nozze di Figaro (una bellissima opera), il direttore d'orchestra la chiamò e senza darle ulteriori spiegazioni le disse: «Domani dirigerai tu l'orchestra».
«Grazie» rispose Zhang con un filo di voce. Era terrorizzata!
Il giorno dopo, convocò l'orchestra per un'ulteriore prova. Zhang era minuta e aveva solo vent'anni. Quando salì sul podio, alcuni musicisti risero di lei.
Ma lei non si scompose. Non sorrise nemmeno. Sollevò la bacchetta e attese.
Dopo dieci minuti, l'intera orchestra la seguiva con rispetto.
«La mia vita è cambiata nel giro di un giorno» racconta.
Oggi, Zhang è tra i direttori d'orchestra più importanti del mondo.


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Yaa Asantewaa

REGINA GUERRIERA

(1840 circa - 17 ottobre 1921, Ghana)

C’era una volta, in una terra ricca d'oro, una regina forte che governava sul regno di Asante. Si chiamava Yaa. Il suo popolo credeva nei poteri magici di uno sgabello d'oro che nemmeno il re e la regina avevano il permesso di toccare. Si diceva che il cuore e l'anima del popolo di Asante - passato, presente e futuro - fossero contenuti in quel trono d'oro.
Un giorno, un governatore generale nominato dagli inglesi annunciò che l'impero britannico avrebbe conquistato le terre di Asante. «Consegnateci anche il vostro Sgabello d'Oro. Immediatamente.»
I capi di Asante si sentirono oltraggiati: ma il nemico era molto potente, e uno dopo l'altro si arresero.
Ma non Yaa Asantewaa. Lei oppose resistenza.
«Se voi, uomini di Asante, non vi farete avanti, allora lo faremo noi donne. Noi combatteremo i bianchi.»
Yaa guidò un esercito di cinquemila unità contro i ben equipaggiati soldati inglesi. Dopo una feroce battaglia, però, il suo esercito fu sconfitto, e lei fu catturata e deportata sulle isole Seychelles.
Yaa non vide più la sua amata terra, ma il suo Paese continuò a trarre ispirazione dal suo coraggio. Pochi anni dopo la sua morte, l'impero Asante riconquistò l'indipendenza. Ancora oggi, il popolo di Yaa Asantewaa canta canzoni sulla sua grande regina e il suo spirito fiero e combattivo.


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Yoko Ono

ARTISTA

(18 febbraio 1933, Giappone)

C’era una volta una bambina di nome Yoko che abitava in una bellissima casa a Tokyo. Quando scoppiò la guerra, la sua casa fu bombardata e lei dovette fuggire insieme alla sua famiglia. All'improvviso, Yoko e suo fratello non avevano più un letto in cui dormire, né giocattoli, merende о vestiti. Dovevano chiedere l'elemosina per mangiare. Gli altri bambini li prendevano in giro, perché un tempo erano stati ricchi e ora invece erano i più poveri fra i poveri.
Da grande, Yoko divenne un'artista performativa: la sua arte, cioè, non era soltanto da guardare, ma il pubblico ne faceva parte. Per esempio, chiedeva alla gente di tagliarle i vestiti mentre li aveva indosso.
Un giorno, un musicista di nome John Lennon andò a una delle sue esposizioni. La sua arte gli piacque moltissimo e divenne un suo fan.
John e Yoko cominciarono a scriversi delle lettere e alla fine si innamorarono. Registrarono delle canzoni insieme, idearono dei progetti fotografici e anche dei film.
All'epoca, gli Stati Uniti erano in guerra con il Vietnam. Yoko sapeva quanto fosse brutta la guerra e voleva dare il suo contributo al movimento per la pace. Molti contestatori protestavano in modo pacifico con dei "sit-in": si sedevano a terra in un luogo pubblico, bloccando il traffico e le normali attività quotidiane. Yoko però voleva fare qualcosa di diverso. Così, invece di un sit-in, John e Yoko fecero un "bed-in", restando a letto per una settimana, circondati da telecamere e giornalisti.
Registrarono anche una canzone che riassumeva il loro messaggio forte e semplice: Give Peace a Chance, "Date una possibilità alla pace".


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Yusra Mardini

NUOTATRICE

(5 marzo 1998, Siria)

C’era una volta a Damasco, in Siria, una nuotatrice di nome Yusra. Ogni giorno, lei e sua sorella si allenavano con il padre nella piscina locale. La Siria però era in guerra, e un giorno una bomba cadde nella piscina. Per fortuna, Yusra e sua sorella si trovavano altrove.
morte per un pelo. All'improvviso, Yusra e la sua famiglia non avevano più nulla e non sapevano dove vivere, così decisero di lasciare il Paese.
Yusra aveva sentito dire che la Germania era un bel posto per i nuotatori. Il viaggio era lungo e non sarebbe stato facile, ma lei non si scoraggiò.
Insieme alla sorella, si unì a un gruppo di rifugiati e partì per un mese di viaggio attraverso diversi Paesi e poi a bordo di un gommone diretto all'isola di Lesbo.
Il gommone era adatto a ospitare solo sei о sette persone, ma salirono in venti. All'improvviso, il motore si fermò. "Non possiamo morire in mare" pensò Yusra, "siamo nuotatrici!" Così saltò in acqua con sua sorella e un altro ragazzo.
Scalciarono e nuotarono e tirarono e spinsero quel gommone per più di tre ore, fino a che finalmente raggiunsero la costa.
Quando arrivarono in Germania, la prima cosa che Yusra chiese fu: «Dove posso trovare una società di nuoto?».
Non solo ne trovò una, ma nel 2016 fece parte della prima squadra di rifugiati della Storia a gareggiare alle Olimpiadi.


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Zana Hadid

ARCHITETTA

(31 ottobre 1950 - 31 marzo 2016, Iraq)

Quando Zaha compì dieci anni, decise che voleva diventare un'architetta. Era una bambina molto determinata, e crescendo divenne uno dei più grandi architetti del nostro tempo. Si guadagnò anche un soprannome: la "regina della curva", perché gli edifici che progettava erano strutture molto audaci e sinuose.
Un giorno, salì a bordo di un aereo. Il pilota annunciò che ci sarebbe stato un breve ritardo nel decollo. Zaha non volle saperne e pretese che la facessero salire subito su un altro volo. «Impossibile» protestò l'equipaggio, «il bagaglio è già stato imbarcato.» Ma Zaha tanto disse e tanto fece, che l'ebbe vinta lei. Come al solito.
Zaha era fatta così.
Le piaceva superare i limiti, fare le cose che tutti gli altri consideravano impossibili. Era così che aveva creato un genere di edifici che nessun altro avrebbe mai potuto immaginare.
Progettò stazioni dei vigili del fuoco, musei, ville, centri culturali, un centro di sport acquatici e molto altro ancora.
Zaha si forgiò da sola un percorso molto personale. Non aveva mai paura di essere diversa. Uno dei suoi mentori disse che era come "un pianeta sulla propria, inimitabile orbita".
Sapeva sempre cosa voleva e non si dava pace finché non lo otteneva. In effetti dicono che sia questo il segreto per ottenere grandi risultati nella vita.
Zaha fu la prima donna a ricevere la Medaglia d'Oro del Royal Institute of British Architects, uno dei maggiori riconoscimenti al mondo nell'ambito dell'architettura.


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